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Tra mito, scelta e libero arbitrio, riflessioni sulla speranza che muove e su quella che assopisce


Mai come il primo dell’anno è il momento giusto per parlare di speranza.

La speranza in un anno migliore, la speranza che qualcosa cambi, che il tempo davanti a noi sia gentile.

È quasi un riflesso automatico: cambiano le cifre sul calendario e, senza accorgercene, cambia anche il modo in cui guardiamo al futuro.

E allora mi sono fermata a riflettere, mi sono venute in mente le nostre lunghissime telefonate a più riprese sul tema, ho scosso la testa, ho sorriso e mi sono messa a scrivere.

“Speranza”

Una parola così usata, così invocata, così fragile e allo stesso tempo tenace.

Nel mondo greco, ciò che noi chiamiamo “speranza” si dice ἐλπίς (elpís).

Il termine deriva dal verbo ἐλπίζω, che significa “attendersi”, “aspettarsi”, ma non necessariamente in senso positivo. Elpís è l’aspettativa in quanto tale, l’apertura verso ciò che non è ancora. Può essere speranza, certo, ma può anche essere timore, previsione, attesa incerta.

I Greci non erano tipi da frasi motivazionali sui muri. Prima di parlare di “pensiero positivo”, ci ricordano che aspettarsi qualcosa non significa sapere che cosa arriverà. La speranza non è una garanzia: è una scommessa, il più delle volte una scommessa su se stessi.

Ed è proprio questa ambiguità che ci porta dritti a uno dei miti più famosi della cultura occidentale.

Pandora e quella "strana" speranza tra i mali.

Nel mito di Pandora, Zeus consegna alla prima donna una giara che contiene tutti i mali destinati all'umanità. Pandora, mossa dalla curiosità, la apre e i mali si riversano nel mondo. Quando riesce a richiuderla, sul fondo rimane una sola cosa: ἐλπίς, la speranza.

Qui il mito si fa sottile.

Perché la speranza è dentro la giara dei mali? È un bene? È un male? È un inganno? O è una cosa che ci permette di sopravvivere ai mali stessi?

I miti come spesso accade non danno risposte ma stimolano domande. La speranza è ambigua: può essere ciò che ci fa resistere, ma anche ciò che ci trattiene, che ci fa sopportare l’insopportabile se fosse insieme veleno e antidoto?

C’è un modo di vivere la speranza come forza. In questo caso, la speranza è uno slancio che orienta il presente. È ciò che mi fa dire: “non so se andrà come desidero, ma posso muovermi in quella direzione”.

Qui il collegamento con il pensiero socratico è quasi naturale. Socrate non parla di speranza in senso moderno, ma introduce qualcosa di profondamente affine: il Daimōn, quella voce interiore che non dice cosa fare, ma aiuta a orientare la scelta.

La speranza, in questa chiave,non promette il risultato, ma sostiene il movimento. È uno sprone silenzioso che ha a che fare con la responsabilità, con il libero agire, con il coraggio di esporsi.

E poi c’è l’attesa che assopisce. L’altra faccia della speranza, quella più quieta, più rassegnata. È la speranza vissuta come attesa, come affidamento totale al destino, al fato, a qualcosa che deve “scendere dall'alto”.

In questa forma, la speranza rischia di trasformarsi in immobilità. Si aspetta che le cose cambino da sole, che qualcuno intervenga, che il tempo sistemi ciò che noi non tocchiamo.

Non è difficile riconoscerla: è la speranza che dice “prima o poi…” senza mai aggiungere un verbo d’azione. E anche questa, va detto, non è estranea all'esperienza umana. È comprensibile, a volte necessaria. Ma se diventa l’unica forma possibile, smette di essere forza vitale.

Ma Empedocle?

A questo punto possiamo osare un passo ulteriore, un piccolo azzardo — è così che vanno le belle chiacchierate. Chiamiamo in causa Empedocle.

Per il filosofo di Agrigento, il cosmo è mosso da due forze opposte: Φιλία (Amore) e Νεῖκος (Contesa). Non sono il bene e il male in senso morale, ma due principi che, alternandosi, generano il movimento, il divenire. La vita accade nel mezzo, nel continuo oscillare tra queste forze. Ed è in questa oscillazione che possiamo leggere la speranza. Non è mai pura quiete né puro slancio, ma un campo di tensione: da un lato l’affidamento, dall'altro l’azione. Se una dimensione prende il sopravvento, la speranza si snatura, diventando illusione o ansia. È solo nello spazio intermedio che resta viva, non come promessa, ma come energia dinamica.

È qui che entra in gioco il libero arbitrio, non come controllo degli eventi, ma come scelta di come stare dentro questa tensione.

Ogni difficoltà può porci davanti a più quesiti: usare la speranza come rifugio e come leva? Sperare è una presa di posizione?Un atto etico prima ancora che psicologico?

Cominciamo l'anno con un sorriso vero, grazie amico mio, con poche certezze, con conversazioni da fare e con la speranza che arde.

Buon 2026!

Pubblicato il 01 gennaio 2026

Benedetta Mastroviti

Benedetta Mastroviti / Educatrice Professionale