Volare mi dà una sensazione di leggerezza sovrumana.
Guardo fuori dal finestrino macchiato ed opaco, allaccio la cintura di sicurezza mentre la voce robotica dell’assistente di volo inizia a conversare. Repentinamente il carrello dell’aereo si ritira, le ali metalliche si spiegano per compiere la loro rotta e la pressione atmosferica diminuisce; in quell'esatto istante provo un senso di libertà, di spensieratezza che poche altre cose o situazioni riescono a darmi.
Sarà perché amo viaggiare, o forse perché ho una voglia insaziabile di scoprire il mondo, di conoscere luoghi nuovi, persone completamente diverse da me e poter immergere la mia anima nella loro cultura e nelle loro tradizioni, o, forse, semplicemente è la nostalgica voglia di tornare a “casa”.
“Signore e Signori, l’arrivo a Cagliari è previsto per le 15:25, ad attenderci troveremo un tempo soleggiato. Il capitano riferisce che potrebbero esserci delle leggere turbolenze…” Non presto troppa attenzione a ciò che viene detto, sono concentrata a godermi il viaggio e quella sensazione unica. Prendiamo quota. Mi soffermo a osservare ciò che vedo fuori dal finestrino “macchiato ed opaco”: un'enorme distesa di nuvole candide e bianche, al di sopra di queste c’è la stella più maestosa e imponente di tutte: il sole.
È incredibile come un elemento così importante e centrale per l’intero universo possa essere coperto, sovrastato e nascosto agli occhi dell’essere umano, da un altro componente così debole e superficiale.
Dopo quaranta minuti di volo inizio a scorgere, tra le file di piccole nuvole, la mia terra, meravigliosa e accogliente come sempre. Iniziano le manovre di atterraggio e di conseguenza le prime turbolenze, l’aereo passa in mezzo a una nuvolaglia tremando prepotentemente e rendendo difficile la discesa. E in quel momento mi rendo conto di quanto quell’elemento, solo apparentemente così superficiale, abbia invece una forza così grande.
La mia prospettiva cambia immediatamente: ciò che fino a un attimo prima mi sembrava leggero e innocente ora si mostra denso e pesante.
Quelle nuvole, che guardate dal basso possono sembrare vuote, si rivelano invece cariche, tese, guidate da una forza invisibile. Sono accumulo.
Ricordo di aver letto una frase di un famoso filosofo qualche tempo fa, tratta da una delle sue tante opere, che ora so essere “Aurora”, e citava così: “Chi un giorno deve accendere il lampo, deve a lungo essere nuvola”.
Mi soffermo a riflettere sull’aforisma mentre attraverso la grande massa bianca; penso a come ci si debba sentire ad essere nuvola e se mai io mi ci sia sentita.
Credo di essere rappresentata da questo elemento da una vita intera: la nube all’apparenza sembra tranquilla, pacata, serena, ferma e stabile, incollata al cielo dove solo il delicato soffio del vento riesce a muoverla. Ma se si entra a contatto con questa, nell’immediato, si riesce a capire che non è quello che mostra di essere: c’è un mondo, un vortice di invisibili emozioni che abitano dentro di essa, difficili da captare dall’esterno.
La nuvola che vive dentro di me è nascosta agli occhi degli altri, è un peso silenzioso radicato nell’anima, è tensione e sospensione. Per me rappresenta ciò che non sono ancora riuscita a raggiungere, un sogno mancato, un’attesa logorante e la speranza che, un giorno, questa meta si possa conquistare. Non è tanto un fallimento, quanto un desiderio teso, che mi porta a immaginare cosa vorrei diventare e dove mi vorrei trovare.
Ho sempre avuto la sensazione di essere nel posto sbagliato, come se il luogo dove sono cresciuta non fosse realmente casa mia.
Le mie radici raccontano altro: una terra lontana ed isolata, cullata dal mare, dove suoni e colori danzano ogni giorno specchiandosi nelle acque cristalline e nelle antiche rocce. Una terra che ti sussurra i suoi segreti, la sua storia millenaria, fatta di tradizione, cultura e amore. Un luogo pronto ad accoglierti e abbracciarti, che ha educato i propri figli a fare lo stesso con il prossimo. Un’isola che non ho avuto la possibilità di abitare, ma che sento mia fino alle ossa. La nostalgia che provo non è solo geografica e fisica, è una mancanza che parte dal cuore e che si irradia in tutto il corpo e nell’animo. L’attesa di un altrove che ancora non sono riuscita a raggiungere.
La mia nuvola è anche consapevolezza di un’identità silenziosa, ma radicata, che si è costruita dentro di me giorno dopo giorno, speranza di raggiungere il lampo, ma anche frustrazione per il troppo tempo che ci sto impiegando.
Penso alla mia terra remota con malinconia e un velo di tristezza, quasi come faceva anche Gabriele D’Annunzio mentre scriveva la sua nota poesia “I Pastori”. Anche il poeta sente la mancanza di un luogo che gli è sempre stato caro, il richiamo delle tradizioni, le abitudini, la sua gente e tutto ciò che non ha più la possibilità di vivere.
Percepisce quel legame in modo indissolubile e lo narra, sperando di arrivare ai cuori sensibili delle persone come lui.
Vorrei poter avere la possibilità, un giorno, di svegliarmi la mattina e trovarmi esattamente dove desidero essere, dove non mi sento divisa, dove la mia identità rimane unita e dove posso sentirmi realmente a casa.
Per me la Sardegna è un richiamo lontano, un desiderio proibito, una distanza logorante che alimenta il peso e l’intensità della nuvola che mi rappresenta.
L’attesa di poter arrivare a sentirmi totalmente bene, circondata dalle mie persone, è infinita, è un tempo lento che scorre silenziosamente dentro di me e dentro la mia nube.
Quest’insieme di elementi che caratterizzano la nuvola non fanno altro che appesantirla e caricarla sempre di più, generando dentro di essa una forza soprannaturale, ricca di luce e speranza.
Il lampo.
La mia nuvola contiene già il lampo, lo porta con sé da diverso tempo ormai, ma è un fenomeno che purtroppo non è ancora in grado di scaricarsi.
L’aereo sta ancora completando la sua rotta e, mentre resto sospesa nel cielo, passando da una nuvola all’altra, capisco. Comprendo il significato del lampo, un fenomeno che non dipende dall’attesa ma che vive e viene generato grazie ad essa. Un elemento che viene nutrito dalle emozioni, che si alimenta di energia e che porta con sé ogni sensazione, per poi esplodere e mostrarsi al mondo intero in uno spettacolo meraviglioso.
Il lampo è la realizzazione di sé stessi, l’apoteosi della propria esistenza, il ritrovamento e la comprensione della propria persona, di chi si vuole essere e di chi si è pronti a diventare, e in che modo lo si vuole fare.
Tutto ciò che mi ha fatta sentire da sempre “sbagliata”, fuori luogo, non adatta al contesto sociale non può e non deve essere stato tempo perso.
Sicuramente è stata crescita ed è stato, senza alcun dubbio, accumulo. È stata la mia nuvola.
Ma purtroppo non avevo i mezzi adatti e la giusta consapevolezza per comprenderlo. Certamente il lampo per me sarà motivo di cambiamento, di rivoluzione, il momento di prendere una scelta coraggiosa, che va contro ogni aspettativa, ma sarà anche la scintilla che permetterà alla mia forza interna e a quella esterna di coincidere. L’istante in cui non dovrò più piegarmi e adattarmi a un luogo che non sento mio, ma dove potrò finalmente trovare serenità e potrò esistere.
In ogni momento in cui mi sono sentita persa, dove ho provato un’immensa nostalgia di casa, della mia famiglia, dei miei rifugi sicuri, avrei solo voluto gridare al mondo, chiudermi in me stessa e tornare in quel vortice di emozioni che mi avrebbe inghiottita. Ma, ripensandoci ora, non sono stati attimi in cui ero realmente smarrita, ero semplicemente nuvola.
E dentro di me, in un angolo nascosto del mio animo, ho sempre custodito la possibilità di diventare lampo, di rinascere.
D'altronde, sono i miei ricordi.
Sono la rappresentazione di tutto ciò che vivo intensamente e ho vissuto pienamente, ogni momento di gioia e di sconforto, di nostalgia, di attesa.
Sono proprio questi frammenti e queste esperienze che mi hanno portata ad arricchire la mia nuvola, rendendola così corposa e dandole un'immagine precisa, convertendola in mia. Non sapendo che un giorno avrebbe generato un lampo meraviglioso, che avrebbe lasciato tutti senza parole, grazie alla sua forza e alla sua potenza, me compresa.
Inizio a intravedere la pista di atterraggio, siamo vicini. Il maestrale soffia impetuoso, facendo ondeggiare la cabina a mezz’aria. Finalmente il carrello dell’aereo tocca terra, le ruote stridono sull’asfalto, rallentando poco a poco.
Mi sento a casa, sono a casa.
Probabilmente essere stata nuvola per tutto questo tempo mi è servito per crescere e maturare, nonostante la nostalgia, la frustrazione e il dolore.Non la interpreto come una condanna, bensì un momento intermedio, di passaggio fondamentale, per sbocciare e diventare un giorno la luce che ho sempre sognato