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Per tornare a vivere, la mitologia deve essere ricollocata nel suo medium originario, quell'ambiente in cui "suonava" ancora, suscitando risonanza dentro e fuori.

Un viaggio sulla Stultifera Navis

 

"Il mistero della vita le si avvicina e la prende per mano..."

Hugo von Hofmannsthal, Arianna a Nasso

 


 

I. Della necessità

C'è un momento nella vita dei popoli, e nella vita degli uomini, in cui le parole non bastano più. Non perché manchino, ma perché hanno perso il loro peso. Galleggiano sulla superficie del discorso come foglie morte sull'acqua ferma. L'Occidente vive questo momento. Da decenni, forse da secoli. Le sue narrazioni si sono consumate nell'uso, le sue metafore sono diventate cliché, i suoi simboli ornamenti vuoti. Parliamo di "valori" senza sapere più cosa stiamo proteggendo. Invochiamo "radici" mentre abitiamo architetture senza fondamenta.

Eppure c'è stato un tempo in cui le parole ardevano. In cui ogni nome era un destino, ogni racconto una verità che toccava il midollo della vita. I Greci conoscevano questo fuoco. Lo chiamavano mýthos, parola, racconto, storia, ma era molto più di questo. Era il fondamento stesso del loro essere, come scrisse Jacob Burckhardt:

le strutture primordiali attraverso cui l'esistenza si faceva comprensibile.

Non favole per bambini. Non intrattenimento per le masse. Fondazione di vita, la chiamò Kerényi, lo schema atemporale a cui la vita si adegua, riproducendo i suoi lineamenti dall'inconscio.

Questo itinerario nasce dalla convinzione che sia giunto il momento di tornare a quei racconti. Non per nostalgia antiquaria, non per esercizio erudito, ma per necessità. La stessa necessità, Ananke, la dea che neppure Zeus può piegare, che spinge il naufrago a cercare la terraferma, l'esiliato a ricordare la patria, l'uomo smarrito a tornare dove la strada era ancora visibile.

II. Del medium perduto

Ma come si torna ai miti? Non basta riaprire i libri. I miti greci, strappati dal loro ambiente vitale, sono diventati materia morta, reperti da museo, curiosità per eruditi, materiale per adattamenti cinematografici che ne tradiscono l'essenza. Come una poesia stampata o un'opera musicale messa in note: qualcosa di diverso da quello che era nell'animo di chi la fece risuonare per la prima volta.

Per tornare a vivere, la mitologia deve essere ricollocata nel suo medium originario, quell'ambiente in cui "suonava" ancora, suscitando risonanza dentro e fuori.

Ma qual era questo medium? Era il raccontare stesso: un légein che non si limitava a trasmettere informazioni ma creava un campo di risonanza tra narratore e ascoltatore, tra presente e origini, tra l'individuale e ciò che lo trascende. Raccontare, nella lingua del mito, significava già motivare — destare l'idea che la storia riguardasse personalmente chi ascoltava.

È questo campo di risonanza che questo itinerario vuole riattivare. Non un'esposizione fredda di "mitologemi", non un catalogo di figure divine ordinate alfabeticamente, ma un viaggio, perché solo viaggiando, solo mettendosi in cammino, è possibile ritrovare ciò che si è perduto.

III. Del superindividuale

L'interesse mitologico è proprio insito nella psicologia, come l'interesse psicologico è insito in ogni attività poetica.

Così Thomas Mann nella sua conferenza su Freud del 1936, guardando al futuro mentre parlava del passato. Lo sforzo della psicologia del profondo di risalire all'infanzia della psiche individuale è anche, inevitabilmente, uno sforzo di penetrare nell'infanzia dell'umanità: nel primitivo, nel mitico. Perché quei fondamenti primordiali dell'animo umano che l'analisi cerca di portare alla luce sono anche un tempo primordiale, quella sorgente delle sorgenti in cui il mito ha il suo ambiente naturale.

Ma se parliamo di psicologia collettiva, di archetipi, di inconscio, non ci allontaniamo dalla filologia? No, a patto di mantenere il rigore. Walter F. Otto parlava di "figure dell'essere" per descrivere gli dèi greci: forme superindividuali che non appartengono a nessun singolo ma attraversano tutti. Sono queste figure che i miti raccontano. Non allegorie morali, non simboli da decifrare, ma potenze che agiscono, sulla scena del racconto come sulla scena dell'anima. I personaggi del mito non si limitano a compiere il loro dramma come figure di un sogno: lo conducono di propria volontà, lo vivono, seguendo un piano che è insieme personale e universale.

Per questo il mito parla ancora. Non come reperto archeologico ma come materia umana viva, quella materia di cui, per dirla con Shakespeare, sono fatti i nostri sogni. Una materia che si presenta al narratore come qualcosa di obiettivo che scaturisce da una sorgente superindividuale, e che anche all'ascoltatore appare non come creazione soggettiva ma come realtà.

La Stultifera Navis naviga fuori dagli acquari tecnologici, quei recinti concettuali che agiscono come un inconscio algoritmico indirizzando a nostra insaputa i nostri pensieri e i nostri itinerari di pensiero. 

IV. Della nave

Questo itinerario trova la sua casa sulla Stultifera Navis, la nave dei folli. Non è un caso. La Stultifera Navis naviga fuori dagli acquari tecnologici, quei recinti concettuali che agiscono come un inconscio algoritmico indirizzando a nostra insaputa i nostri pensieri e i nostri itinerari di pensiero. Tornare ai miti greci è esattamente questo: un viaggio fuori dalla scatola, verso territori che nessun algoritmo può mappare, nessuna piattaforma può monetizzare, nessuna semplificazione può impoverire.

Sulla nave dei folli l'algoritmo è stato abolito. Il che significa: niente percorsi preconfezionati, niente suggerimenti personalizzati, niente "potrebbe piacerti anche". Solo il racconto e chi lo ascolta. Solo il fuoco e chi si lascia illuminare.

Il motto è festina lente, affrettati lentamente. Perché i miti non si consumano in un morso. Richiedono tempo, silenzio, ritorno. Richiedono che il lettore, il viaggiatore, si fermi, rilegga, lasci risuonare.

Questo non è intrattenimento. È iniziazione.

V. Del percorso

L'itinerario che qui inizia seguirà le tracce della Teogonia, ma non solo. Partiremo da Esiodo, dal poeta di Ascra che per primo mise in versi l'ordine del divenire divino: dalle origini buie fino all'Olimpo luminoso, attraverso conflitti, nascite, metamorfosi. Ma guarderemo anche altrove, alle teogonie orfiche, alle varianti locali, alle versioni che i mitografi hanno tramandato in diverse forme. Perché il mito greco non è un sistema chiuso: è una rete di rimandi, una foresta di sentieri che si biforcano.

Abbiamo già licenziato il primo approdo: La Necessità, quella forza primordiale che precede gli dèi e li vincola. Poi Chrónos, non il Titano che divora i figli, ma il Tempo stesso, l'enigma che avvolge l'origine. E poi seguiremo il filo delle generazioni divine: da Gaia a Ouranos, da Ouranos a Kronos, da Kronos a Zeus, fino agli Olimpi e oltre, verso gli eroi, i semidei, le creature che abitano i confini tra umano e divino.

Allegheremo una mappa, perché i turisti non si perdano, certo, ma anche perché possano vedere da subito l'ampiezza del territorio. Ma la mappa non è il territorio. E questo viaggio si fa camminando.

VI. Dell'onestà

Una parola sul metodo. In questo itinerario cercheremo la massima fedeltà ai racconti, seguendo, ove possibile e letteralmente, i testi originali. Le diverse versioni di un mito saranno presentate una dopo l'altra senza forzarle in un'armonia artificiale: variazioni di un tema, come nella musica, che restano riconoscibili pur nelle loro differenze.

Non continueremo il filo delle storie dove le fonti tacciono. Non inventeremo dove manca l'attestazione. Quando diremo "si raccontava" intenderemo esattamente questo: che qualcuno, in qualche tempo e luogo documentato, ha raccontato così. Nient'altro. Le interpretazioni moderne, psicologiche, strutturali, comparativistiche,  saranno offerte come possibilità, mai come certezze, sempre distinguibili dal dato filologico.

È una questione di cháris contro hýbris: la grazia dell'onestà intellettuale contro l'arroganza di chi pretende di sapere più di quanto le fonti permettano.

L'eccesso, è bene ricordarlo, è peccato mortale anche per chi studia i miti.

VII. Dell'invito

Al lettore non resta che prendere troppo in una volta di questo alimento denso. Poche righe alla volta, rileggere, lasciar decantare. Come una poesia antica la cui forma originale è perduta e che dà soltanto a fatica le ali al difficile contenuto della materia umana.

Ma per chi accetta il viaggio, per chi sale a bordo di questa nave che naviga verso le origini, la ricompensa è quella che Hofmannsthal prometteva: "Il mistero della vita le si avvicina e la prende per mano."

Salpate con noi.

 

 

 

 

Pubblicato il 10 gennaio 2026

Giuseppe Massimiliano Salamone

Giuseppe Massimiliano Salamone / Passo il tempo presso domus.LAB INTERIOR & DESIGN