Ho notato una cosa interessante, e la nota in modo particolare qui nella splendente metropoli meneghina e i followers entusiasti della stessa.
Se tu chiedi a una persona qualunque “come stai?” al 95%, quando non si cade in uno sfuggente “bene”, ti senti rispondere “stanco”. La vita è intensa certo, tante corse, tanti impegni…ma possibile che siamo sempre così stanchi? Al di là della povertà del proprio vocabolario emotivo, per cui proprio ci mancano le parole per dire, ma soprattutto per dirci, come stiamo veramente, il tema è che essere stanco è uno status, una condizione desiderabile. È come dire all’altro “ehi, ho una vita interessante e intensa e di conseguenza sono stanco” e infatti dopo “stanco”, se la conversazione prosegue ci tocca di solito un elenco esaustivo delle attività che ci hanno spossato…lavorare, postare, controllare commenti e like, scrollare social, aperitivi coatti, degustazione di legumi, corso di ravioli cinesi, corse per portare i figli a fare pratica con gli origami, e così via.
Se alla domanda “come stai” qualcuno osasse rispondere convinto “sono felice e rilassato”, allora verrebbe guardato con sospetto. “ma questo una vita ce l’ha?”. Perché oggi non essere stanchi, non esaurirsi nel rincorrere un’agenda fittissima è considerato motivo di vergogna e di imbarazzo, e rappresenterebbe un duro colpo a prestigio e autostima. Che vengono commisurati alla mole di impegni che riusciamo a svolgere commisurati alla quantità di impegni che riusciamo a svolgere nelle 24 ore. E non devi, non puoi ammettere di avere del tempo libero o un’agenda con pochi impegni, l’idea che dai è di condurre un’esistenza da inadeguato. L’idea della produttività e dell’efficienza economica tradotta nella vita personale. Solo che per noi esseri umani la meta dovrebbe essere la felicità e la pienezza, e dubito che queste debbano necessariamente passare da consunzione per consumo compulsivo di cose, esperienze persone. Eppure.
Ma questa ossessione a riempire il tempo non è necessaria e non è spesso sana, tanto che esiste una patologia che la definisce: cronopatia. Le persone affette da cronopatia tendono a manifestare un’ossessione per la gestione del tempo e un costante bisogno di massimizzare la propria produttività, portando a una percezione disfunzionale del tempo stesso.
Questa condizione è strettamente legata alla sensazione di non avere mai abbastanza tempo, il che genera ansia, stress e, in molti casi, un’esasperata attenzione alla pianificazione e all’organizzazione delle attività quotidiane. Le persone affette da cronopatia tendono a sviluppare un forte perfezionismo in relazione al tempo. Ogni attività viene percepita come un’opportunità per dimostrare efficienza e produttività, e qualsiasi imperfezione nella gestione del tempo viene vissuta con frustrazione o senso di colpa. Il bisogno di massimizzare l’efficienza porta la persona a pianificare meticolosamente ogni minuto della giornata, cercando di evitare ogni spreco di tempo. Questo perfezionismo si estende a tutte le aree della vita quotidiana, dal lavoro alle attività personali, creando un costante senso di pressione per raggiungere standard irrealisticamente elevati.
Quindi tornando alla stretta attualità quotidiana, se hai una giornata tutta per te, cosa fai? Potresti iniziare quel corso online che hai acquistato secoli fa, oppure tirare fuori tempere e pennelli e dipingere. O magari potresti trascorrere tutta la giornata a guardare serie tv su Netflix, o leggere un libro o, orrore, orrore, semplicemente dormire. Ma poi ti dici: non sarebbe forse meglio fare qualcosa di utile e “produttivo”?
Come detto, l’abitudine a ragionare in termini di produttività ha portato il concetto stesso di piacere a diventarci estraneo, per cui non sappiamo più definire cosa è essenziale, cosa ci nutre. Non sappiamo più dire come stiamo, perché non è una cosa che non ci chiediamo, non è un nostro obiettivo sentirci, al massimo sentirci occupati, produttivi. E questo risolve la questione.
Tendiamo a riempire le nostre case di oggetti, il nostro tempo libero di relazioni e di attività di vario tipo. Il tempo “improduttivo” ci sembra sprecato e ci è più facile ragionare in termini di spazi vuoti e spazi pieni. Eppure, quel vuoto che tanto ci spaventa è un contenitore di potenzialità inesplorate. La teoria aristotelica, per cui la natura aborre il vuoto e che quindi l’esistenza stessa del vuoto è impossibile, è stata ampiamente confutata: il vuoto esiste, sia come dimensione fisica che interiore. Il vuoto è l’arkè, il principio, perché è l’esistenza del vuoto a dare origine a tutte le cose.
Forse è questo il motivo per il quale di termini di grande potenziale benessere, non stiamo bene, non cresciamo come essere umani, siamo troppo impegnati a fare e non sappiamo più nemmeno cosa significa essere.
"Tutta l'infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non sapersene stare tranquilli in una stanza"
Quindi, abbiamo un indizio importante di dove potrebbe essere la sorgente della felicità.