La storia del pensiero politico ha oscillato fra due poli apparentemente opposti ma umanamente convergenti.
Da una parte Thomas Hobbes, per il quale l’unione degli uomini è resa possibile solo dalla proiezione della loro paura in una entità superiore, il Leviatano, un organismo generato per contenere la naturale disgregazione umana.
Dall’altra Jean-Jacques Rousseau, che immagina invece un patto sociale fondato su una volontà generale, una convergenza quasi organica degli individui verso una forma condivisa di esistenza.
Paradossalmente entrambe le visioni, pur divergendo nei mezzi, condividono un medesimo presupposto: l’Unione è necessaria.
Ma ciò che né Hobbes né Rousseau hanno pienamente risolto è la questione più radicale: l’unione è necessaria, ma è strutturalmente improbabile.
Non perché manchi il desiderio di unirsi, ma perché l’essere umano è naturalmente differenziato.
La prima e più evidente complessità dell’unione risiede nella disomogeneità originaria degli individui.
Nessun essere umano nasce in una condizione neutra. Ognuno è il risultato stratificato di eredità familiari, tradizioni culturali, credenze religiose, condizioni economiche, educazioni scolastiche ed esperienze personali. Questi fattori non sono semplici variabili superficiali: essi costituiscono l’architettura stessa della coscienza individuale.
L’essere umano non anticipa: egli continua ciò che lo ha preceduto.
Da questa continuità emergono inevitabilmente visioni del mondo incompatibili. La coesione totale richiederebbe una uniformità esperienziale che non è mai esistita e non potrà mai esistere.
Si possono così formare gruppi, sottogruppi, micro-comunità identitarie che trovano coerenza al loro interno, ma che raramente riescono a estendere questa coerenza all’intero corpo sociale.
L’unione globale resta quindi un’astrazione funzionale, ma non una realtà ontologica.
Una seconda frattura strutturale emerge dalla dimensione temporale incarnata nei corpi: l’età.
All’interno di ogni società convivono individui che abitano tempi esistenziali differenti pur condividendo lo stesso tempo cronologico. Il giovane vive proiettato nella possibilità; l’anziano vive radicato nella memoria. Il primo è orientato verso ciò che può essere, il secondo verso ciò che è stato.
Questa asimmetria genera inevitabilmente divergenze di aspettative, di valori, di priorità.
La stessa saggezza attribuita all’anziano non è garantita, ma è solo probabilisticamente favorita dall’accumulo esperienziale. L’inesperienza del giovane invece, non è una colpa, ma una condizione esistenziale necessaria. Egli non può sapere ciò che non ha ancora vissuto.
La società diventa così la coesistenza simultanea di futuri e passati incompatibili.
Una terza frattura, forse la più potente, è quella economica.
La differenza di ricchezza non produce soltanto differenze materiali, ma profonde differenze percettive della realtà. Chi possiede molto teme la perdita; chi possiede poco teme la mancanza. Da queste paure divergenti emergono ideologie divergenti.
Il benessere e la privazione non generano semplicemente condizioni diverse: generano coscienze diverse.
In questo panorama di complessità la democrazia tenta di armonizzare le differenze attraverso il principio dell’autogoverno condiviso. Ma essa stessa non è immune alle distorsioni generate dal potere economico, che tende a influenzare e talvolta a determinare le scelte collettive. L’autocrazia, dal canto suo, tenta di imporre l’unità attraverso la limitazione è un più serrato controllo della libertà individuale, ma proprio questa limitazione distrugge il principio stesso che potrebbe generare una coesione spontanea.
Poiché la coesione non può essere imposta: può solo emergere indipendentemente dal sistema utilizzato.
Si rivela così una verità strutturale: l’unione degli esseri umani è simultaneamente necessaria e ostacolata.
Necessaria, perché nessun individuo isolato possiede la forza sufficiente per garantire la propria sicurezza, continuità e prosperità nel tempo.
Ostacolata, perché ogni individuo è il risultato di una traiettoria unica e irripetibile che lo rende inevitabilmente divergente dagli altri.
L’essere umano è quindi intrappolato in una contraddizione ontologica: egli ha bisogno degli altri, ma non coincide con gli altri.
E tuttavia, proprio in questa impossibilità emerge la verità più profonda.
L’unione non è naturale: è una conquista contro natura.
Essa richiede all’individuo di compiere l’atto più innaturale possibile: trascendere la centralità di sé stesso. Non eliminarla, poiché ciò sarebbe impossibile, ma sospenderla temporaneamente in favore di qualcosa di più ampio.
Il bene comune non è mai una inclinazione spontanea. È una costruzione cosciente contro l’inerzia dell’ego.
In questo senso, l’unione non è una condizione originaria dell’umanità, ma il suo più alto artificio.
E forse, anzi certamente, la sua unica possibilità di sopravvivenza.
Macte Animo
Guido Tahra
🌹