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Quando scrivo che l'intelligenza sta diventando un lusso che non possiamo più permetterci, non uso una metafora ad effetto né cedo alla tentazione del titolo provocatorio fine a se stesso. Parlo di qualcosa di molto concreto, di una trasformazione silenziosa ma inesorabile che sta ridisegnando i confini di chi avrà accesso al pensiero profondo e chi invece rimarrà imprigionato nella superficie scintillante di un'esistenza cognitivamente impoverita. È una tragedia che si consuma in silenzio, senza drammi visibili, con la discrezione inquietante delle ingiustizie che nessuno vuole nominare perché nominarle significherebbe assumersi la responsabilità di cambiarle.


La Prima Volta nella Storia che una Generazione Fa un Passo Indietro

Il declino cognitivo della Gen Z, la scuola che ha perso la bussola e il paradosso di un'AI che impone apprendimento continuo a menti sempre più fragili


C'è un momento preciso in cui ho capito che qualcosa stava andando storto in modo irreparabile, uno di quei momenti che ti si incidono nella memoria non perché siano drammatici ma perché sono banali, quotidiani, ripetuti all'infinito fino a diventare la colonna sonora di una crisi silenziosa. Quel momento arriva ogni volta che sento una voce, sempre la stessa, con sempre la stessa urgenza appena trattenuta: "Prof., ha un'ora per me a brevissimo? È stata definita una nuova verifica nell'immediato". Non è una domanda, è un grido di aiuto che ha smesso di sembrare tale perché lo sentiamo troppo spesso per avvertirne ancora il peso.

Ho impiegato anni a capire cosa si nasconde davvero dietro quella frase. Ho smesso di sentirci pigrizia, furbizia, la solita scorciatoia dei ragazzi di oggi. Ho iniziato a sentirci invece il sintomo di qualcosa di molto più grande e molto più preoccupante: la prova vivente che il sistema educativo ha abdicato alla sua missione più profonda e che nessuno sembra volerlo ammettere apertamente.


Il Dato che Cambia Tutto

Nel febbraio del 2026, mentre scrivo queste parole, mi trovo davanti a un dato che non riesco a scrollarmi di dosso. Per la prima volta nella storia moderna, una generazione intera sta registrando un quoziente intellettivo inferiore rispetto alla generazione che l'ha preceduta. Non di poco, non in modo statisticamente trascurabile. La Generazione Z ha interrotto una tendenza che durava da oltre un secolo, quel fenomeno che gli studiosi chiamano "effetto Flynn" e che aveva visto ogni generazione essere, in media, più intelligente della precedente di circa tre punti per decennio.

Il neuroscienziato Jared Cooney Horvath ha testimoniato davanti al Senato degli Stati Uniti che questa generazione mostra declini in quasi tutti i domini cognitivi che siamo in grado di misurare: l'attenzione, la memoria, la capacità di lettura profonda, le abilità di calcolo, il problem solving, l'intelligenza generale. In Italia il quadro è ancora più doloroso da guardare: il quoziente intellettivo medio degli adolescenti è sceso di sei punti negli ultimi venticinque anni. Il vocabolario quotidiano degli adolescenti si è ridotto da millecentocinquanta a settecento parole. Solo il trentacinque per cento dei ragazzi tra gli undici e i diciannove anni legge almeno un libro all'anno, contro il sessanta per cento degli anni Ottanta.

Questi non sono numeri astratti, sono il ritratto di una generazione che arriva all'età adulta con strumenti cognitivi più fragili proprio nel momento storico in cui il mondo richiederebbe strumenti più robusti che mai.


La Storia Che Ci Raccontavamo

Per oltre un secolo ci siamo raccontati la storia del progresso cognitivo come qualcosa di quasi naturale, inevitabile, garantito. Ogni generazione più istruita, meglio nutrita, più sana e quindi necessariamente più intelligente della precedente. L'effetto Flynn era la prova scientifica di questa narrazione rassicurante: dal diciannovesimo secolo fino agli anni Novanta del Novecento, la curva del quoziente intellettivo medio saliva costantemente, tre punti per decennio, generazione dopo generazione, in tutto il mondo sviluppato.

Poi qualcosa si è rotto, e lo ha fatto in silenzio, senza annunci, senza traumi visibili, con la discrezione inquietante delle crisi che si preparano nell'ombra per anni prima di manifestarsi. A partire dai nati nel millecinquecentosettantacinque circa, la curva ha smesso di salire e ha iniziato a scendere. Non di colpo, non in modo catastrofico, ma con una progressione costante e inesorabile che ha fatto sì che la Generazione Z registrasse un declino di circa sette punti per generazione rispetto ai Millennials.

La cosa più importante che le ricerche ci dicono su questo fenomeno è anche quella che spaventa di più: non si tratta di genetica. Non è che i giovani di oggi nascano con cervelli meno capaci. I fattori familiari, il numero di componenti del nucleo, i fenomeni migratori, la dieta, la salute, sono tutti stati esclusi come cause primarie. Quello che resta sono cause ambientali, culturali, educative. Cause che abbiamo costruito noi, scelta dopo scelta, riforma dopo riforma, screen time dopo screen time.


Il Deserto degli Schermi

Più della metà del tempo da svegli di un adolescente contemporaneo viene passato davanti a uno schermo. Non sto parlando di un uso occasionale, ricreativo, controllato della tecnologia. Sto parlando di un'immersione totale, continua, che ridisegna letteralmente i circuiti cerebrali durante la fase più critica dello sviluppo cognitivo. E il cervello, come ogni organo del corpo umano, risponde all'ambiente in cui vive: si adatta, si specializza, sviluppa le connessioni che usa e lascia atrofizzare quelle che non usa.

Quando un cervello adolescenziale passa ore e ore a elaborare contenuti veloci, frammentati, progettati per catturare l'attenzione nei primi tre secondi o perdere l'utente per sempre, quel cervello diventa straordinariamente bravo a elaborare contenuti veloci e frammentati e progressivamente incapace di sostenere l'attenzione per il tempo lungo che richiede qualsiasi apprendimento profondo. Impara a fare skimming, quella lettura superficiale che sfiora i testi senza mai immergersi, che raccoglie parole chiave invece di costruire comprensione, che sa navigare ma non sa nuotare.

Le ricerche condotte su ottanta paesi dal neuroscienziato Horvath mostrano che i risultati educativi peggiorano progressivamente da sei decenni in correlazione diretta con l'aumento della tecnologia nelle classi. Gli studenti che utilizzano computer per cinque o più ore al giorno esclusivamente per attività scolastiche ottengono punteggi significativamente inferiori rispetto a chi usa raramente o mai dispositivi tecnologici a scuola. I grandi programmi "un dispositivo per ogni studente", lanciati con entusiasmo e investimenti miliardari in decine di paesi, hanno prodotto stagnazione o crollo dei risultati invece dei miglioramenti promessi.

La tecnologia educativa ha fallito la sua promessa più grande, e lo ha fatto nel silenzio imbarazzato di chi ha investito troppo per ammettere l'errore.


Il Grido Che Sento Ogni Giorno

Torno a quella frase, perché è il cuore pulsante di tutto quello che voglio dire. "Prof., ha un'ora per me?" Non è un capriccio, non è il segno di una generazione più pigra o più superficiale delle precedenti. È il risultato logico, inevitabile, di un sistema educativo che ha costruito studenti perfettamente adatti a un modello che non ha nulla a che fare con l'apprendimento vero.

Questi ragazzi hanno imparato le regole del gioco con una precisione assoluta: l'obiettivo è superare il test, non comprendere il sapere. L'orizzonte temporale rilevante è il giorno della verifica, non i mesi o gli anni successivi in cui quella conoscenza dovrebbe sedimentarsi, ramificarsi, connettersi ad altri saperi, diventare competenza vera. La memoria da attivare è quella a breve termine, quella che sa trattenere informazioni per le ventiquattro ore necessarie a superare la prova e poi le rilascia nell'oblio senza rimpianti né conseguenze.

Tutto è diventato estemporaneo, frammentato, usa e getta. Non c'è continuità tra quello che si studia oggi e quello che si studierà domani, non c'è un filo narrativo che colleghi le discipline e dia senso al percorso educativo, non c'è uno spazio per l'accrescimento culturale inteso come costruzione progressiva di una mente critica, riflessiva, capace di stare dentro la complessità senza soccombere. La memoria a medio e lungo termine non viene sollecitata perché nessuno la chiede, l'intelligenza emozionale non viene coltivata perché non entra nei test standardizzati, il pensiero critico rimane una dichiarazione d'intenti nei documenti ministeriali invece di diventare pratica quotidiana.

E allora i ragazzi fanno l'unica cosa razionale: sopravvivono. Imparano a scavallare le verifiche con la stessa freddezza pragmatica con cui si supera un ostacolo su un percorso ad ostacoli, senza chiedersi dove porta il percorso, senza costruire nulla di duraturo, senza crescere davvero.


La Scuola Novecentesca in un Mondo che Non Esiste Più

Quello che mi pesa di più, come educatore e come umanista digitale, è la distanza abissale tra la scuola che abbiamo e il mondo in cui i nostri studenti devono vivere. Continuiamo a operare con una visione dell'educazione profondamente ancorata al Novecento: trasmissione verticale dei saperi dall'insegnante che sa allo studente che non sa, valutazioni quantitative che misurano la capacità di riprodurre contenuti invece di elaborarli criticamente, discipline separate e incomunicanti come se il mondo fuori dalle aule fosse fatto di problemi ordinatamente classificabili invece della complessità caotica e interdisciplinare che tutti viviamo.

Questa visione era già imperfetta nel Novecento, ma almeno aveva una sua coerenza interna con il mondo del lavoro e della società di quel tempo, un mondo che chiedeva ai lavoratori di saper eseguire compiti definiti e ripetitivi, di obbedire a gerarchie stabili, di applicare procedure consolidate in contesti prevedibili. La scuola novecentesca formava esattamente questo tipo di persona, e lo faceva abbastanza bene.

Il problema è che quel mondo non esiste più. Fuori dalle nostre aule, l'intelligenza artificiale sta ridefinendo alla radice cosa significhi sapere, lavorare, pensare, creare. Le professioni cambiano più velocemente di quanto riusciamo ad aggiornare i curricula scolastici. Le competenze che rendevano un lavoratore prezioso dieci anni fa vengono automatizzate in pochi mesi. L'unica costante è il cambiamento, e l'unica competenza veramente stabile è la capacità di apprendere continuamente, di adattarsi, di costruire senso in mezzo all'incertezza.

La scuola continua a formare studenti per un mondo che non esiste più, con strumenti cognitivi che non servono per il mondo che esiste davvero.


Il Paradosso dell'Intelligenza Artificiale

Ed è qui che emerge il paradosso più bruciante, quello che mi toglie il sonno con più insistenza. L'intelligenza artificiale, con la sua accelerazione vertiginosa, ha imposto un nuovo imperativo esistenziale che non lascia margini di negoziazione: l'apprendimento continuo. Non più imparare una volta per costruire un patrimonio di competenze da spendere per tutta la vita, ma imparare continuamente, adattarsi, riqualificarsi, evolvere in sincronia con una tecnologia che evolve più velocemente della nostra capacità di comprenderla.

È quello che tutti chiamano lifelong learning, ed è l'unica risposta sensata a un mondo che muta più velocemente della nostra capacità di prevederlo. E fin qui tutto sembrerebbe logico, quasi ovvio. Ma il cortocircuito tragico sta nel fatto che questo imperativo dell'apprendimento continuo viene imposto a una generazione che non sa cosa significhi apprendere davvero, perché non glielo abbiamo mai insegnato.

Stiamo chiedendo ai ragazzi di diventare apprenditori permanenti in un sistema che li ha formati a essere consumatori temporanei di contenuti. Stiamo chiedendo loro flessibilità cognitiva a chi non ha mai sviluppato la muscolatura cognitiva necessaria. Stiamo chiedendo adattamento continuo a chi ha imparato solo a superare test fissi in contesti prevedibili. È come chiedere a qualcuno di correre una maratona quando non ha mai fatto altro che sprint di cento metri.

L'AI stessa, quando viene usata come sostituto del pensiero invece che come amplificatore di capacità critiche, erode ulteriormente questa muscolatura cognitiva. Se i nostri studenti imparano a delegare agli algoritmi non solo i calcoli ma anche i ragionamenti, non solo la ricerca delle informazioni ma anche la loro valutazione critica, se smettono di fare la fatica produttiva di costruire argomenti, di cercare connessioni, di risolvere problemi, quella fatica che è l'unica vera palestra del pensiero, allora non stiamo usando l'AI per amplificare l'intelligenza umana. Stiamo usando l'AI per atrofizzarla.


Il Lusso Proibito della Profondità

L'intelligenza vera, quella che si costruisce nel tempo lungo, nella lettura immersiva, nel dialogo socratico, nella scrittura argomentata, nella fatica produttiva dell'errore e della correzione, sta diventando un privilegio di classe. Non perché i ragazzi delle famiglie meno abbienti siano meno capaci, ma perché stiamo costruendo sistematicamente le condizioni perché solo chi nasce nei contesti giusti possa svilupparla pienamente.

Chi frequenta scuole d'élite, chi ha genitori che leggono e incoraggiano a leggere, chi può permettersi il lusso del tempo lento per l'approfondimento, chi ha insegnanti che resistono alla pressione della copertura del programma per coltivare invece la profondità, questi ragazzi hanno ancora accesso all'intelligenza vera. Agli altri rimane la simulazione dell'intelligenza, quella performance cognitiva che basta a superare i test ma non costruisce nulla di duraturo.

Questa è un'ingiustizia strutturale che una società democratica non può permettersi, né moralmente né pragmaticamente. Non moralmente perché significa che le opportunità di vita di una persona dipendono sempre di più dal contesto di nascita invece che dalle proprie capacità. Non pragmaticamente perché una democrazia si regge su cittadini capaci di pensiero critico, di valutazione consapevole delle informazioni, di partecipazione attiva e informata. Una democrazia di consumatori passivi di output algoritmici è una democrazia in via di estinzione.


Il Coraggio di Rallentare

C'è una sola parola che ritengo più urgente di qualsiasi altra nel discorso educativo contemporaneo, e quella parola è "rallentare". Abbiamo creduto per troppo tempo che la velocità fosse sinonimo di efficienza, che coprire più contenuti significasse imparare di più, che la sintesi fosse sempre preferibile alla profondità. Abbiamo trasformato le scuole in circuiti di distribuzione di contenuti invece che in luoghi di costruzione di intelligenza, e ora ci troviamo a raccogliere i frutti amarissimi di quella scelta.

Il pensiero profondo richiede tempo. Richiede sedimentazione, quella lenta deposizione di significati e connessioni che avviene non durante lo studio intensivo dell'ultima ora prima della verifica, ma nei giorni e nelle settimane in cui un'idea si radica, si connette ad altre idee, si trasforma in comprensione duratura. Richiede noia, quella noia produttiva che la generazione degli schermi non ha mai conosciuto e che è invece la condizione necessaria perché il cervello si impegni nella costruzione creativa di significato invece di aspettare passivamente il prossimo stimolo esterno.

Dobbiamo avere il coraggio di coprire meno contenuti e esplorarli in profondità. Di valutare la comprensione reale invece della riproduzione mnemonica. Di rimettere al centro la lettura lenta di testi complessi, la scrittura argomentata che costringe a organizzare il pensiero, il dialogo che insegna a interrogare e interrogarsi, l'errore come spazio prezioso di apprendimento invece che come fallimento da nascondere.


L'Intelligenza Emozionale come Ultima Frontiera

C'è una dimensione che stiamo trascurando con una gravità che mi spaventa ogni volta che ci penso davvero, e questa dimensione è l'intelligenza emozionale. In un mondo sempre più automatizzato, dove l'AI gestirà quote crescenti di compiti cognitivi routinari, dove il vantaggio competitivo non sarà nella capacità di elaborare informazioni ma in quella di costruire relazioni, di prendere decisioni etiche in contesti ambigui, di comprendere le dimensioni umane che nessun algoritmo riesce davvero a cogliere, l'intelligenza emozionale diventa forse l'ultima frontiera autenticamente umana.

Ma questa intelligenza non si sviluppa davanti agli schermi. Non nasce dai quiz a risposta multipla o dalle ore di studio intensivo pre-verifica. Nasce dall'esperienza relazionale diretta, dal confronto con l'alterità che disturba e arricchisce, dalla riflessione guidata su situazioni complesse che non hanno una risposta giusta, dall'immersione in narrazioni letterarie che permettono di abitare vite altre e sviluppare quella comprensione empatica che è il fondamento di qualsiasi intelligenza davvero umana.

Quando più della metà del tempo da svegli viene mediato da schermi che filtrano, semplificano e gamificano ogni interazione, ci priviamo della ricchezza dell'esperienza non mediata che è l'unico terreno fertile per far crescere questa intelligenza. E il prezzo lo pagheremo non nelle performance scolastiche ma nella qualità delle relazioni, nella capacità di costruire comunità coese, nella resilienza collettiva di fronte alle crisi che nessun algoritmo saprà risolvere da solo.


L'Umanesimo Digitale Come Risposta

Come umanista digitale, la mia posizione non è quella di chi demonizza la tecnologia né di chi la celebra acriticamente. È quella di chi crede fermamente che ogni tecnologia sia uno strumento neutro che assume la qualità dell'intenzione con cui viene usato, e che l'intenzione più urgente che dobbiamo coltivare sia quella di mettere sempre al centro la persona umana nella sua complessità, fragilità e potenziale.

L'intelligenza artificiale può essere un amplificatore straordinario delle capacità umane se la integriamo nell'educazione non come dispensatore di contenuti premasticati o come sostituto dell'insegnante, ma come strumento che libera tempo per l'approfondimento, personalizza i percorsi rispettando i ritmi naturali dell'apprendimento, fornisce feedback immediati che aiutano gli studenti a correggere i propri errori autonomamente, e soprattutto stimola domande invece di fornire risposte pronte.

Ma questo richiede un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico. Richiede che smettiamo di usare l'AI come scorciatoia cognitiva e iniziamo a usarla come sfida cognitiva, insegnando ai nostri studenti a interrogare gli algoritmi invece di obbedirgli, a chiedere alle macchine di rendere conto delle loro risposte, a costruire quei ragionamenti contestualizzati e carichi di esperienza vissuta che nessun modello linguistico, per quanto sofisticato, potrà mai davvero replicare.


Il Futuro che Possiamo Ancora Scegliere

Non credo nei determinismi tecnologici, e non voglio credere che il declino cognitivo della Generazione Z sia una condanna senza appello. I dati che abbiamo raccolto, il QI che scende di sei punti in venticinque anni, la lettura che crolla, il vocabolario che si impoverisce, l'attenzione che si frantuma, non sono il destino scritto di una generazione tradita, sono un campanello d'allarme che possiamo ancora scegliere di ascoltare.

Possiamo scegliere di investire nella scuola pubblica come infrastruttura democratica fondamentale invece di abbandonarla al declino progressivo finanziando le eccellenze private. Possiamo scegliere di formare insegnanti capaci di resistere alla pressione del test-centrismo e di coltivare invece la profondità e il pensiero critico. Possiamo scegliere di ridurre il tempo-schermo degli adolescenti non per moralismo nostalgico ma per rispetto neuroscientifico dei tempi naturali dello sviluppo cognitivo. Possiamo scegliere di valutare la qualità dell'apprendimento invece della quantità dei contenuti coperti.

Queste scelte richiedono coraggio politico e culturale, richiedono di andare controcorrente rispetto alla narrazione dominante che identifica più tecnologia con più efficienza, richiedono di rinunciare alla comodità delle soluzioni rapide per investire nella pazienza lunga e faticosa della costruzione di intelligenza vera.

Ogni volta che uno studente mi chiede quell'ora per prepararsi alla verifica, posso semplicemente dargli una mano a memorizzare nozioni che dimenticherà il giorno dopo. Oppure posso usare quella richiesta come occasione per una conversazione più grande su cosa significhi davvero imparare, su come si costruisce conoscenza che dura, su perché vale la pena fare la fatica di pensare davvero invece di accontentarsi di sembrare intelligenti per ventiquattr'ore.

La seconda strada è più lenta, più faticosa, meno immediatamente gratificante. Ma è l'unica che porta da qualche parte. Ed è l'unica che posso percorrere con la coscienza pulita di chi sa che il futuro di quella voce, di quel grido di aiuto camuffato da richiesta pratica, dipende anche da quello che scelgo di risponderle.

L'intelligenza non può essere un lusso, perché senza di essa tutto ciò che siamo, tutto ciò che abbiamo costruito come civiltà, tutto ciò che sogniamo di diventare, rischia di dissolversi nell'algoritmo indifferente di un mondo che non ha mai chiesto il nostro permesso per cambiare.


Pubblicato il 19 febbraio 2026

Franco Bagaglia

Franco Bagaglia / Docente Universitario. Umanesimo Digitale. Specialista formazione e sviluppo AI e competenze digitali presso Acsi Associazione Di Cultura Sport E Tempo Libero

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