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NextGenerationEU e la promessa che le nuove generazioni non hanno firmato. NextGenerationEU è stato narrato come un patto intergenerazionale: le generazioni presenti si indebitano per costruire un futuro sostenibile a beneficio di quelle future. Ma le nuove generazioni non compaiono come soggetto: sono il nome del fondo, il destinatario retorico, la garanzia morale del debito, quasi mai gli attori delle scelte. Il testo osserva la figura retorica del "next generation" e prova a mostrare come la transizione venga presentata come questione tecnica e finanziaria, mentre le sue dimensioni distributive (chi paga, chi lavora, con quale qualità del lavoro) restano fuori dal discorso.


Il nome

A volte basta il nome.

Nel maggio del 2020, mentre l'Europa cercava di capire come uscire dalla più grave crisi economica dalla Seconda guerra mondiale, la Commissione propose qualcosa che pochi mesi prima sarebbe sembrato impensabile: indebitarsi sui mercati finanziari, su larga scala, a nome dell'Unione europea. Il Consiglio europeo approvò nel luglio successivo un programma straordinario da 750 miliardi di euro a prezzi 2018, e per la prima volta una quota molto rilevante di quel debito comune sarebbe stata trasferita agli Stati non come prestito ma come sovvenzione. Una svolta politica prima ancora che finanziaria.

Avrebbero potuto chiamarlo European Recovery Fund. Sarebbe stato accurato, amministrativo e mortalmente noioso. Lo chiamarono NextGenerationEU.

La scelta trasformava un dispositivo finanziario in una promessa morale. Non stavamo semplicemente contraendo debito per sostenere economie colpite dalla pandemia: stavamo investendo nella prossima generazione. Pochi mesi dopo Ursula von der Leyen avrebbe presentato NextGenerationEU come l'occasione irripetibile per costruire deliberatamente un'Europa più verde, digitale e resiliente. Nello stesso periodo Mario Draghi formulava una distinzione destinata a grande fortuna: il debito può essere buono o cattivo. È buono se finanzia capitale umano, infrastrutture, ricerca, capacità produttiva; è cattivo se serve soltanto a sostenere il presente senza costruire il futuro. E il debito accumulato durante la pandemia, aggiungeva, sarebbe stato in larga parte ereditato dai giovani.

La sequenza narrativa era quasi perfetta. Ci indebitiamo. Il debito è buono perché produce futuro. Quel futuro appartiene ai giovani. Dunque il debito contratto oggi in loro nome è anche, in qualche misura, contratto per loro conto.

Rimane un piccolo dettaglio.

Loro non hanno firmato.

Nessuna politica pubblica richiede la firma preventiva di chi ne subirà le conseguenze tra trent'anni; sarebbe complicato, soprattutto per quelli che non sono ancora nati. Il punto è un altro. Quando una generazione entra nel nome stesso di una politica, smette di essere una categoria demografica e diventa parte della sua legittimazione. Una categoria, peraltro, che non ha interessi comuni ma ha un nome comune: e questo, come vedremo, non è un dettaglio.

È qui che NextGenerationEU diventa interessante anche come oggetto sociologico. Perché le nuove generazioni sono presenti dappertutto e, allo stesso tempo, stranamente assenti.

Non sono dimenticate dalla normativa. Il regolamento che istituisce il Recovery and Resilience Facility, il cuore finanziario di NextGenerationEU, individua sei pilastri e uno di questi riguarda esplicitamente le politiche per la prossima generazione, l'infanzia e i giovani, con particolare riferimento a istruzione e competenze. Lo stesso regolamento parla di occupazione di qualità e richiede agli Stati di descrivere le consultazioni effettuate, anche con le organizzazioni giovanili. Le nuove generazioni sono quindi previste.

Ma essere previsti non significa decidere.

È la differenza fra essere il soggetto di una frase e il suo complemento oggetto.

La doppia contabilità

NextGenerationEU ha prodotto una delle più sofisticate macchine amministrative mai costruite dall'Unione europea. Il Recovery and Resilience Facility non funziona come un normale programma di spesa: è un dispositivo performance based. I governi definiscono riforme e investimenti, questi vengono tradotti in milestone e target, la Commissione ne verifica il conseguimento e, se la valutazione è positiva, procede al pagamento. Gli Stati possono normalmente presentare due richieste di pagamento all'anno. Almeno il 37 per cento delle risorse dei piani deve contribuire alla transizione verde e almeno il 20 per cento a quella digitale. Poi arrivano scadenze, allegati, decisioni di esecuzione, revisioni, verifiche.

Il calendario è ormai agli sgoccioli. Il 31 agosto 2026 è scaduto il termine entro cui gli Stati dovevano completare milestone e target; entro il 30 settembre vanno presentate le ultime richieste di pagamento ed entro il 31 dicembre effettuati gli ultimi pagamenti. L'Italia offre una versione particolarmente imponente di questa architettura: il PNRR vale 194,4 miliardi di euro, dei quali 71,8 in sovvenzioni e 122,6 in prestiti; approvato nel 2021, modificato più volte, integrato con REPowerEU e aggiornato ancora nel marzo e nel luglio 2026.

Non c'è niente di scandaloso in tutto questo. Se si mobilitano somme di questa dimensione, è preferibile controllarne l'impiego piuttosto che affidarsi alla buona volontà dei destinatari. Vale la pena però ricordare chi materialmente fa funzionare la macchina: negli enti locali e nei ministeri, a compilare cronoprogrammi, caricare rendicontazioni e inseguire target sono spesso funzionari giovani, assunti a tempo determinato con le stesse risorse del piano, il cui contratto scade insieme al piano che dovrebbero aiutare a chiudere. La prossima generazione, in questo senso, è stata coinvolta: come manodopera della misurazione.

Il problema è ciò che una macchina di misurazione rende visibile e ciò che lascia ai margini. Una milestone è verificabile. Una gara è stata aggiudicata oppure no, una legge è entrata in vigore oppure no, un certo numero di persone è stato formato oppure no, un certo numero di edifici è stato riqualificato oppure no. Una vita lavorativa è più refrattaria. È molto più difficile stabilire se un giovane laureato abbia trovato un lavoro compatibile con le proprie competenze, se quel lavoro gli consenta di costruire autonomia economica, se la formazione ricevuta abbia aumentato davvero il suo potere professionale o soltanto aggiunto una certificazione, se la transizione verde abbia creato occupazione stabile in un territorio o una successione di appalti temporanei.

Così finiscono per convivere due contabilità. Nella prima troviamo milestone, target, investimenti, percentuali di spesa climatica, riforme completate, richieste di pagamento. Nella seconda troviamo persone.

Una precisazione prima dei numeri: nessuno di quelli che seguono è un effetto del PNRR. Sono la struttura che il PNRR ha trovato e, per lo più, non ha modificato. Ed è proprio questo il punto.

L'Italia ha fatto progressi importanti. Il tasso di giovani fra 15 e 29 anni che non lavorano e non studiano, i NEET, è sceso dal 25,7 per cento del 2015 al 13,3 per cento nel 2025. Sarebbe disonesto ignorarlo. Ma la media europea è all'11 per cento. Nel 2025 il tasso di occupazione europeo dei giovani tra 20 e 34 anni che avevano completato gli studi da meno di tre anni ha raggiunto l'83 per cento; in Italia è stato del 71,8, il penultimo valore dell'Unione, davanti alla sola Grecia.

C'è poi la mobilità, che nelle narrazioni contemporanee ha assunto una qualità curiosamente unilaterale. Quando un professionista internazionale arriva è talento attratto; quando un giovane italiano parte è mobilità. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150 mila giovani laureati italiani fra i 25 e i 34 anni: 122 mila verso il Centro-Nord, 28 mila verso l'estero. Persino sul reddito il quadro è meno lineare di quello suggerito dalla crescita dell'occupazione. Istat osserva che nel 2024 il reddito da lavoro per occupato era, in termini reali, inferiore del 7,2 per cento a quello del 2004, e che è stato l'aumento del numero di occupati per famiglia, non la qualità del lavoro, a sostenere i redditi familiari.

Possiamo rispettare una milestone senza modificare la struttura sociale che l'ha resa necessaria.

È una differenza abbastanza importante, soprattutto se il piano si chiama Next Generation.

La transizione come parola pacificante

C'è una parola che attraversa quasi tutto il vocabolario europeo contemporaneo: transizione. Transizione verde, transizione digitale, transizione energetica, twin transition, just transition. È una parola straordinariamente efficace perché suggerisce movimento senza indicare conflitto. Siamo qui, dobbiamo andare là, esiste un percorso, occorre percorrerlo.

Le transizioni esistono, e non sono costruzioni retoriche. Decarbonizzare un sistema produttivo è una necessità materiale; digitalizzare servizi pubblici inefficienti può produrre benefici reali; rendere un'economia meno dipendente dai combustibili fossili non è un vezzo ideologico. Ma ogni transizione contiene una distribuzione. Qualcuno investe, qualcuno paga. Qualcuno perde una competenza che aveva valore, qualcun altro vede aumentare il valore della propria. Un territorio riceve infrastrutture, un altro perde un'industria. Un lavoratore viene riqualificato, un altro viene semplicemente espulso. Alcuni possono permettersi di acquistare la tecnologia necessaria alla transizione; altri ne pagano principalmente il costo.

La parola transizione tende invece a presentare il punto di arrivo come condiviso e il percorso come questione prevalentemente tecnica.

Wolfgang Streeck aveva individuato già anni fa una trasformazione importante delle democrazie capitalistiche europee: nel passaggio dallo Stato fiscale allo Stato debitore, il governo deve rispondere contemporaneamente a due constituency, i cittadini che esprimono domande politiche e i creditori che valutano affidabilità, sostenibilità e disciplina. Il mercato non sostituisce la politica, ma entra stabilmente nelle condizioni che rendono alcune scelte possibili e altre costose. NextGenerationEU modifica in parte questa storia, perché introduce un elemento autenticamente solidaristico e sovranazionale: l'Unione si indebita insieme. Ma non elimina il problema. Lo ricodifica. Il creditore non è più il mercato, è l'Unione stessa; e la disciplina non arriva più dallo spread, arriva dalla milestone. Il futuro diventa un insieme di investimenti da rendere finanziariamente credibile, tecnicamente misurabile e amministrativamente verificabile.

Luc Boltanski ed Ève Chiapello hanno descritto un altro meccanismo utile per leggere questa trasformazione. Il capitalismo non sopravvive semplicemente respingendo le critiche che gli vengono rivolte: è capace di assorbirne una parte, incorporandone il linguaggio e trasformandolo in un nuovo principio di giustificazione. La critica all'organizzazione burocratica produce autonomia, rete e progetto; la critica ambientale produce sostenibilità. Si potrebbe continuare oltre i loro esempi: la critica alle diseguaglianze produce inclusione, la critica alla vulnerabilità produce resilienza. Non è necessario immaginare un oscuro ufficio incaricato di neutralizzare il dissenso; il processo è interessante proprio perché non richiede alcun complotto. Le critiche possono essere sincere, e le risposte anche.

Il problema comincia quando il nuovo lessico rende più difficile formulare nuovamente la critica. Chi potrebbe essere contro una transizione che è contemporaneamente verde, digitale, resiliente, inclusiva e giusta?

A quel punto il conflitto si sposta. Non discutiamo più se i costi siano distribuiti equamente, discutiamo se la transizione proceda abbastanza rapidamente. Non discutiamo chi abbia il potere di definirne gli obiettivi, discutiamo quali competenze manchino per realizzarli. Non discutiamo quale lavoro venga creato, discutiamo quanti green jobs produrrà.

La politica distributiva diventa implementation.

Verde non vuol dire buono

Il caso dei green jobs è il più evidente. La formulazione è rassicurante: la transizione distruggerà alcune occupazioni ma ne creerà altre, e per questo dobbiamo investire nelle green skills. Non è falso. Cedefop mostra da anni che la trasformazione verde modifica la domanda di competenze ben oltre le professioni immediatamente riconoscibili come ambientali: servono competenze tecniche, certo, ma anche management, analisi dei dati, progettazione, capacità relazionali e organizzative. Nel 2025 Cedefop ha insistito proprio sulla necessità di collegare anticipazione delle competenze, formazione professionale, upskilling e reskilling alla governance della transizione.

Il punto è che un green job rimane un job. E quindi può essere ben pagato o mal pagato, stabile o intermittente, sicuro o pericoloso, ricco di autonomia o povero.

C'è però un passaggio ulteriore, e riguarda il modo in cui il discorso sulle competenze funziona. Quando il lavoro di qualità manca, la diagnosi corrente non è "manca lavoro di qualità". È "mancano le competenze": lo skills gap, il mismatch, il fabbisogno formativo. La spiegazione sposta il deficit dal sistema alla persona. Non è il mercato del lavoro a offrire poco, è il lavoratore a non essere ancora pronto per ciò che offrirebbe. Ne consegue un programma d'azione tutto individuale, fatto di corsi, certificazioni, micro-credenziali e portfolio, e una responsabilità altrettanto individuale per il suo esito: chi, dopo il corso, trova un lavoro povero ha evidentemente scelto il corso sbagliato. È una figura che la psicologia del lavoro conosce bene, un problema strutturale tradotto in un problema di adeguatezza personale. Non nego che le competenze contino. Osservo che parlarne è diventato il modo più elegante per non parlare del resto.

Eurofound stima che circa il 40 per cento dei lavoratori europei svolga professioni destinate a essere direttamente toccate dalla transizione verde. Ma mostra anche che la qualità del lavoro varia molto: alcune occupazioni per le quali è prevista una crescita della domanda presentano contemporaneamente elevate richieste fisiche, rischi e risorse lavorative relativamente povere, e nei settori maggiormente esposti ai cambiamenti climatici sono frequenti lavoratori stagionali, migranti e autonomi, spesso meno protetti e meno rappresentati.

Non basta quindi che un lavoro sia verde perché sia buono. L'Unione europea lo sa, ed è proprio questo il paradosso. Nel 2022 il Consiglio ha adottato una raccomandazione sulla transizione equa che parla esplicitamente di posti di lavoro di qualità, condizioni sicure, formazione, protezione sociale e coinvolgimento delle persone maggiormente colpite. Il Just Transition Mechanism mobilita circa 55 miliardi di euro tra 2021 e 2027 proprio per intervenire sui territori, sulle industrie e sui lavoratori maggiormente esposti ai costi della decarbonizzazione.

La dimensione sociale, dunque, non manca nei documenti europei. Manca più spesso nel centro gravitazionale della misurazione. È relativamente semplice contare quante persone hanno completato un percorso di formazione, molto meno misurare quanto potere contrattuale abbiano acquisito grazie a quella formazione. Possiamo certificare che un investimento ha creato cento posti di lavoro; è più difficile chiedere quanti esisteranno ancora tra cinque anni, quale salario offrano, quali prospettive consentano, chi possa rappresentare quei lavoratori.

La stessa differenza vale per la partecipazione. Il regolamento RRF prevedeva la consultazione di autorità locali, parti sociali, organizzazioni della società civile e organizzazioni giovanili nella preparazione dei piani. Ma già nel 2022 il Comitato economico e sociale europeo rilevava che in molti Stati il coinvolgimento della società civile era stato largamente insufficiente, e ancora nel 2025 il Parlamento europeo lamentava una partecipazione inadeguata degli stakeholder alla progettazione, revisione e attuazione dei piani nazionali.

È difficile non vedere una certa ironia. Abbiamo chiamato il programma NextGenerationEU. Poi abbiamo consultato la next generation: per iscritto, in allegato, entro i termini.

Il futuro come destinatario

A questo punto si potrebbe cadere nella critica più facile. Dire che NextGenerationEU è soltanto retorica, che il PNRR non serve, che il debito è stato sprecato, che la transizione verde è un altro progetto delle élite europee. Sarebbe una conclusione comoda e probabilmente falsa.

La decisione europea del 2020 ha spezzato tabù importanti. Ha permesso all'Unione di finanziarsi con debito comune su una scala inedita. Ha indirizzato enormi quantità di risorse verso infrastrutture, scuola, ricerca, digitalizzazione, energia, pubblica amministrazione. Ha costretto molti governi a collegare trasferimenti finanziari a riforme verificabili. Il punto non è negare tutto questo. È chiedersi quale idea di generazione sia incorporata nel modello.

La prossima generazione appare prevalentemente come destinataria. Riceverà infrastrutture migliori, avrà un'economia più verde, possiederà più competenze digitali, beneficerà degli investimenti. E, direttamente o indirettamente, vivrà anche nel lungo periodo fiscale necessario a ripagare il debito che li ha finanziati. Il rimborso del debito europeo contratto per NextGenerationEU inizia nel 2028 e può proseguire fino al 2058. I prestiti vengono rimborsati dagli Stati che li hanno ricevuti; la componente utilizzata per finanziare le sovvenzioni viene invece rimborsata attraverso il bilancio dell'Unione.

Il conto, dunque, non arriverà per posta a un ventenne con la scritta "quota personale NextGenerationEU". Funziona in maniera assai più sofisticata: passa attraverso bilanci pubblici, risorse proprie europee, priorità fiscali, margini futuri di spesa. Ed è precisamente per questo che la questione intergenerazionale non può essere ridotta alla banale affermazione che "i giovani pagheranno il debito".

La domanda è politica prima che contabile. Che cosa riceveranno in cambio? E soprattutto: chi stabilisce che ciò che riceveranno corrisponda al futuro che avrebbero scelto?

La generazione che non firma

Forse dovremmo allora prendere sul serio il nome. Non meno Next Generation, ma molto di più.

Prendere sul serio le nuove generazioni significherebbe smettere di trattarle soltanto come beneficiarie delle nostre decisioni. Significherebbe chiedersi non soltanto quante risorse siano state destinate all'istruzione, ma quale autonomia economica renda possibile quell'istruzione; non soltanto quanti posti di lavoro produca la transizione verde, ma che tipo di lavoro; non soltanto quante persone siano state riqualificate, ma chi abbia deciso verso quali professioni riqualificarle; non soltanto quanto un investimento contribuisca alla crescita futura, ma come i suoi costi e benefici siano distribuiti tra generazioni, classi sociali e territori.

E forse significherebbe accettare una possibilità ancora più fastidiosa: che i giovani possano non desiderare esattamente il futuro che abbiamo progettato per loro.

Questo non richiede di trasformare ogni decisione pubblica in un'assemblea permanente, né di attribuire automaticamente maggiore saggezza politica a chi possiede un certificato di nascita più recente. Le generazioni non sono soggetti omogenei. Un venticinquenne precario di Taranto, una giovane neolaureata di Monaco e l'erede ventottenne di un patrimonio immobiliare milanese condividono un'età molto più facilmente di quanto condividano interessi materiali. Ed è proprio per questo che "la prossima generazione" è una categoria politicamente sospetta quando viene usata senza specificazioni. Permette di parlare dei giovani senza parlare delle differenze fra loro. Permette di promettere un futuro senza discutere chi possiederà le risorse per abitarlo. Permette persino di trasformare il debito in una forma di altruismo intergenerazionale.

Nel 2020 avevamo bisogno di una narrazione capace di sostenere una decisione politica eccezionale, e NextGenerationEU ha svolto perfettamente questa funzione. Sei anni dopo, mentre chiudiamo i fogli Excel delle milestone e dei target, potremmo però concederci una domanda meno amministrativa. Il debito sarà stato davvero buono non quando avremo dimostrato di aver speso tutto entro le scadenze, ma quando sarà possibile osservare quali possibilità di vita avrà prodotto.

E allora forse scopriremo che il problema non era decidere quanto investire nella prossima generazione. Era decidere quanto potere lasciarle sul significato stesso della parola futuro.

Perché una generazione diventa soggetto politico quando può discutere il contratto.

Non quando compare nella causale del bonifico.


Pubblicato il 10 settembre 2026

Alessandro Reati

Alessandro Reati / Head of People & Culture; Head of HR & Management Division, Cegos Italia spa; Chartered Psychologist