Abbiamo imparato a pensare la libertà soprattutto come libertà di scelta: essere liberi significa poter scegliere tra più possibilità, poter dire sì oppure no, prendere una strada sapendo che avremmo potuto prenderne un’altra.
Ma quando arriviamo davanti alle alternative, qualcosa è già accaduto. Arriviamo in quel campo portando con noi desideri, aspettative, preferenze. Scegliamo in base a ciò che vogliamo.
La domanda diventa allora: da dove viene ciò che vogliamo?
Il desiderio non nasce necessariamente già formato. A volte comincia come una mancanza senza oggetto, un’inquietudine, una curiosità, la sensazione confusa che qualcosa non ci basti più. Perché possa prendere forma occorre tempo. Bisogna poter attraversare il vuoto, la noia, l’incertezza, l’attesa, persino la frustrazione. Bisogna poter incontrare qualcosa che non stavamo cercando e, qualche volta, scoprire di volere qualcosa che prima non sapevamo nemmeno nominare.
Non è uno spazio improduttivo, è uno spazio generativo.
Ed è proprio questo spazio che gli ambienti contemporanei tendono a occupare: «Potrebbe piacerti questo». «Persone come te hanno scelto questo». «Potresti conoscere».
Il desiderio non nasce soltanto dalla presenza di un oggetto: nasce anche perché qualcosa manca, e quella mancanza apre uno spazio.
Se non so ancora che cosa voglio e qualcuno continua a offrirmi oggetti plausibili del mio desiderio, non deve convincermi. È sufficiente che riduca il tempo che separa la sensazione di una mancanza dalla disponibilità di qualcosa capace di riempirla.
Il desiderio rischia così di non avere più il tempo di diventare domanda. Perché anticipare una risposta non significa soltanto risparmiare il tempo della ricerca: può significare sottrarre tempo alla formazione della domanda.
E dopo migliaia di queste micro-interazioni diventa difficile distinguere ciò che desideravo da ciò che ho imparato a desiderare perché continuava a presentarsi davanti a me.
Paradossalmente, possiamo così trovarci in ambienti nei quali la libertà di scelta appare persino aumentata: più prodotti, più contenuti, più percorsi, più persone, più risposte. E tuttavia possedere un numero crescente di alternative non significa necessariamente essere più liberi, se diminuisce contemporaneamente la nostra capacità di interrogarci su ciò che desideriamo.
Forse esiste allora una libertà che viene prima della libertà di scegliere.
La libertà del desiderio.
C’è una suggestiva interpretazione etimologica che riconduce desiderare al latino sidus, sideris, «stella», «astro», e all’immagine di chi cessa di contemplare le stelle: trovarsi, almeno per un momento, senza un segno capace di indicare la direzione.
Anche il desiderio potrebbe avere bisogno di questo disorientamento, di un tempo in cui non sappiamo ancora che cosa vogliamo e nessuna risposta è già pronta a dircelo.
La libertà del desiderio potrebbe consistere proprio nel conservare questo spazio: poter dire «non lo so» alla domanda «che cosa vuoi?» senza sentire immediatamente il bisogno di riempire quel vuoto.
Perché quel «non lo so» non è necessariamente una mancanza di volontà. Può essere il tempo necessario perché qualcosa di non previsto diventi desiderabile.
Forse essere liberi significa non soltanto poter scegliere diversamente, ma conservare la possibilità di desiderare diversamente.