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Una lezione fondamentale della storia militare insegna che la superiorità tecnologica permette di distruggere, ma non garantisce né il controllo del territorio né la stabilità politica.
È la dinamica vista in Vietnam, Afghanistan, Somalia, Iraq, Libano, Gaza, e stiamo forse avviandoci ad allungare l’elenco.
Le tecnologie avanzate permettono decapitazioni mirate della leadership, distruzione delle infrastrutture, dominio aereo e remoto del campo di battaglia, innumerevoli vittime. Ma il controllo del territorio, la legittimità politica, la gestione delle popolazioni civili, la costruzione di un ordine politico stabile e la chiusura reale di un conflitto seguono logiche diverse.
Le forme della guerra cambiano, ma la competizione per le risorse rimane sempre la stessa. Nell’età del bronzo come oggi.

Wilbur Smith ci ha lasciato pochi anni fa. Scrittore prolifico, venerato dal pubblico e piuttosto snobbato dalla critica letteraria “alta”, non era privo di una notevole abilità descrittiva, mossa da una sincera passione per la scrittura. Nei suoi molti romanzi avventurosi, dava spesso il meglio di sé nel descrivere il punto di vista e le emozioni di personaggi del passato di fronte alle grandi evoluzioni della storia, e questo lo rendeva particolarmente efficace nel raccontare la guerra.

Nel romanzo Il dio del fiume, ambientato nell’antico Egitto del secondo millennio a.C. e considerato da molti il suo capolavoro, l’esercito egizio viene attaccato per la prima volta dagli Hyksos. Gli Hyksos sono un misterioso popolo guerriero, nomade, semitico, proveniente dall’Oriente — Cananea? Palestina? — e in possesso di una tecnologia militare sensazionale, avanzatissima per l’epoca, contro cui nessun esercito è in grado di resistere.

Conquistano e governano il Basso Egitto per oltre un secolo finché, secondo la tradizione, avviene la loro cacciata dall'Egitto.

L’identificazione degli Hyksos con il popolo di Israele dell’Antico Testamento è tramandata fin dagli storici antichi, ma è opportuno chiarire che gli studiosi contemporanei sono più scettici al riguardo: non esistono prove archeologiche che colleghino direttamente Hyksos e Israeliti, e da allora troppa acqua è passata tra le cateratte del Nilo. Ma sul loro strapotere nella tecnologia di guerra non vi è alcun dubbio.

Nel romanzo, il racconto della carneficina si apre con una scena poetica: il protagonista Taita, schiavo e scriba eunuco eccezionalmente versato in quasi ogni forma di scienza e arte – una sorta di Leonardo da Vinci dell’età del bronzo – si trova nell’accampamento egizio in attesa dell’avvicinarsi di questo misterioso nemico, di cui ancora non si sa nulla se non che dispone di “rapide navi in grado di veleggiare nel deserto”; Taita esce dalla tenda di buon mattino e sale su una collinetta per ammirare i colori dell’alba sul Grande Fiume, ed è a questo punto che nota qualcosa di insolito:

Vidi la nube sospesa sull’orizzonte, sotto il fulgore d’acquamarina del cielo. [...] Dovetti osservarla per qualche tempo prima di accorgermi che si muoveva. […] Avevo visto i branchi di orici che galoppavano a centinaia fra le dune nelle migrazioni annuali, ma non avevano mai sollevato nubi come quella. Avrebbe potuto essere il fumo d’un incendio, ma là nel deserto non c’era nulla da bruciare. […] Guardai la nube turbinante, ormai era così vicina che riuscii a scorgere sagome scure nella polvere giallastra. Rabbrividii per l’orrore quando riconobbi le forme simili a navi […] più piccole e veloci di qualunque imbarcazione che mai fosse stata messa in acqua, più veloci di qualunque essere che potesse muoversi sulla superficie della terra.”1

Mano a mano che il nemico si avvicina, l’occhio curioso di Taita analizza e cataloga una per una tutte le formidabili tecnologie, mai viste prima, che gli stanno muovendo contro, a cominciare dagli incredibili animali che le trainano:

Ci rendemmo conto che ognuno dei veicoli era trainato da un paio di animali straordinari. […] Gli occhi erano grandi, le nari dilatate. Le zampe erano lunghe e dotate di zoccoli. […] Persino adesso, dopo tanti anni, riesco a riscoprire l’emozione del giorno in cui vidi per la prima volta un cavallo. […] Il primo veicolo deviò e corse parallelo alla nostra prima linea. Si muoveva su dischi rotanti, e io lo guardavo sbalordito. Nei primi istanti fui così sorpreso che la mia mente rifiutò di assimilare ciò che vedeva. Quella prima visione di un carro da guerra mi meravigliava quasi quanto i cavalli che lo trascinavano. C’era una lunga asta fra i due animali, collegata al centro di quello che seppi in seguito chiamarsi asse. L’alto parapetto era rivestito di foglie d’oro; i pannelli laterali, invece, erano bassi per permettere all’arciere di scagliare frecce ai due lati.

Lo sgomento di Taita, già notevole di fronte ai cavalli e ai carri da guerra, diventa frustrazione quando comprende l’innovazione più grande di tutte, che né la sua scienza né la cultura millenaria del suo popolo hanno saputo concepire prima del nemico:

Le nostre slitte strisciavano sul terreno muovendosi su pattini di legno che disperdevano l’energia dei buoi; oppure rimorchiavamo grandi blocchi di pietra sui rulli di legno. Ma non eravamo andati oltre. Guardai la prima ruota che avessi mai visto, e venni fulmineamente colpito dalla sua semplicità e dalla sua bellezza. La compresi subito e mi rimproverai perché non ero stato io a inventarla. Era una creazione geniale e mi rendevo conto che stavamo per essere annientati da quel prodigio.”

Le sorprese per Taita non sono finite. Gli Hyksos dispongono di un nuovo tipo di arco – probabilmente il “composite bow” – in grado di scagliare, direttamente dai carri, frecce a una distanza molto superiore rispetto ai semplici archi egizii. I carri Hyksos hanno lame ricurve che spuntano dalle ruote, per fare a pezzi i nemici in fuga. Dopo che la prima carica travolge la falange egizia e torna indietro per colpire la retroguardia indifesa, si scopre l’ennesima, terribile innovazione bellica, diretta conseguenza dell’uso dei carri: l’adozione di tattiche mobili, che scompaginano l’esercito egizio e lo costringono a frammentarsi in piccoli ranghi colpiti da ogni lato. Lo stesso Faraone è colpito a morte. Il massacro è ormai inevitabile:

In quel momento compresi che eravamo spacciati. Come potevamo opporci ai carri e agli archi ricurvi che superavano facilmente la portata del miglior arciere del nostro esercito? […] Vidi uno dei nostri uomini falciato in pieno dalle lame rotanti: sembrò dissolversi in una nube di sangue. Un braccio mozzo volò nell’aria, e i frammenti sanguinanti del torso mutilato caddero sul terreno roccioso. […] La colonna dei carri piombò sulla muraglia difensiva di scudi e lance e la sfondò come se fosse inconsistente quanto la nebbia del fiume. In un istante la nostra formazione, che aveva resistito agli assalti dei più valenti guerrieri siriani e hurriti, andò in frantumi.”

Dinamica ricorrente

Smith in fondo non fa altro che mostrarci una dinamica ricorrente nella storia, e che vediamo ripetersi oggi appena accendiamo un telegiornale. Le civiltà tendono a considerare la propria supremazia come uno stato naturale delle cose, una condizione stabile destinata a durare. Ma gli equilibri storici si possono spezzare all’improvviso, appena un’innovazione tecnica o strategica rende obsoleto ciò che fino al giorno prima sembrava invincibile. È accaduto al tramonto dell’età del bronzo, con la macchina militare romana, con la mobilità fulminea delle invasioni mongole, o quando la polvere da sparo ha reso inutili mura e armature. E accade anche adesso, sebbene non si parli più di carri da guerra ma di droni, missili ipersonici, intrusioni informatiche nei sistemi di controllo, capacità di localizzare e colpire obiettivi strategici, fino all’eliminazione diretta della leadership avversaria. La tecnologia consente di neutralizzare il nemico prima ancora che possa reagire secondo le logiche convenzionali. Eppure è lo stesso Smith, nel seguito del racconto, a suggerire che la tecnologia da sola può anche non bastare.

Con l’esercito egizio ormai decimato e in rotta, Taita fugge con un manipolo di soldati verso la riva del Nilo, cercando di portare in salvo sulla nave reale il Faraone morente. Gli Hyksos si lanciano all’inseguimento ma, una volta raggiunto il terreno paludoso, commettono il loro primo errore: i loro carri non possono procedere sull’acquitrino, uno dei carri si ribalta e i suoi occupanti vengono uccisi; Taita – già noto per il suo genio tecnico e inventivo – invece di riprendere subito la fuga ha un’intuizione decisiva:

Io approfittai di quel momento per tornare verso il carro. La ruota sospesa in aria stava ancora girando. La toccai e lasciai che continuasse a muoversi sotto le mie dita. Mi trattenni solo il tempo necessario per trarre tre respiri profondi: ma imparai sulla costruzione delle ruote tutto ciò che sapevano gli hyksos, ed ebbi le prime idee delle migliorie che avrei potuto introdurre”.

Nel momento della disfatta, Taita capisce che la vera battaglia non si combatte solo sul campo, ma nella comprensione del vantaggio tecnico dell’avversario. Il punto di forza degli Hyksos è la superiorità tecnica incorporata nei loro strumenti di guerra, non certo la forza bruta. E la tecnologia, prima di essere un’arma, è conoscenza, ma la conoscenza è trasferibile. Chi sa decifrarla può colmare il divario, e le civiltà che sopravvivono non sono necessariamente le più forti ma quelle capaci di imparare più velocemente: la storia ci tramanda che gli Hyksos saranno cacciati proprio grazie alle ruote, ai carri, ai cavalli e alle altre armi che gli Egizi avranno assimilato da loro; con l’espulsione degli Hyksos avrà inizio il Nuovo Regno, considerato il periodo di massimo splendore dei quattromila anni di storia egizia. Nessuna tecnologia rimane segreta a lungo; non c’è riuscita, lo sappiamo, neppure l’arma atomica.

Sfuggito all’inseguimento degli Hyksos, Taita riesce a raggiungere la nave reale e mettersi al sicuro. Dalla tolda osserva lo scenario sconsolante dei superstiti dell’esercito egizio, per lo più disarmati e feriti, ammassati nelle paludi in attesa di riuscire a imbarcarsi. Taita si aspetta che gli Hyksos inviino la fanteria negli acquitrini per sterminarli tutti, ma questo non accade: i carri continuano a volteggiare sulla pianura. E comprende che il nemico sta commettendo il suo secondo, cruciale, errore:

Se il nemico avesse mandato la fanteria attraverso gli acquitrini, il massacro e la rotta sarebbero stati completi, e neppure uno dei nostri sarebbe sopravvissuto. […] Era una lezione che avrei ricordato e che in futuro ci sarebbe stata utile. I carri possono vincere le battaglie, ma solo i fanti possono consolidare la vittoria”.

Questa riflessione, pur nel suo cinismo – del resto Taita ha una mentalità da età del bronzo –, contiene una lezione fondamentale della storia militare: la superiorità tecnologica permette di distruggere, ma non garantisce il controllo del territorio né la stabilità politica che segue un conflitto. È la stessa dinamica vista in Vietnam, Afghanistan, Somalia, Iraq, Libano, Gaza, e stiamo forse avviandoci ad allungare l’elenco. Le tecnologie avanzate permettono decapitazioni mirate della leadership, distruzione delle infrastrutture, dominio aereo e remoto del campo di battaglia, innumerevoli vittime. Ma il controllo del territorio, la legittimità politica, la gestione delle popolazioni civili, la costruzione di un ordine politico stabile e la chiusura reale di un conflitto seguono logiche diverse, e possono non essere così semplici.

Taita è riuscito a scampare all’attacco degli Hyksos, ma le sue fatiche non sono ancora concluse: essendo anche il chirurgo personale del Faraone, deve provare a salvargli la vita. Mentre rimuove la freccia conficcata nel petto del sovrano, nota un dettaglio singolare: la punta delle armi dei grandi, terribili e tecnologicamente avanzati Hyksos non è di bronzo, ma della ben più economica selce:

Mi stupii nel vedere che la punta non era di bronzo, bensì di selce lavorata. Certo, la selce è meno dispendiosa e più facile da reperire in grandi quantità […]. La punta di selce indicava con eloquenza che gli hyksos disponevano di risorse limitate e suggeriva una ragione per il loro attacco contro l’Egitto. Le guerre si combattono per conquistare la terra o la ricchezza, e avevo l’impressione che gli hyksos fossero a corto dell’una e dell’altra”.

Le forme della guerra cambiano, ma la competizione per le risorse rimane sempre la stessa. Nell’età del bronzo come oggi.

1 Tutte le citazioni sono tratte da: Wilbur Smith, Il dio del fiume, traduzione di Roberta Rambelli, Longanesi, 1993.

Pubblicato il 07 marzo 2026