A questo punto, dissi, paragona la condizione della nostra natura, per quanto riguarda il sapere e l'ignoranza, a questa immagine. Immagina degli esseri umani pressati contro uno schermo personalizzato a forma di bloc-notes, la cui estensione, diretta verso la luce artificiale interna, sia ampia quanto il bloc-notes stesso; lì essi si trovano fin da fanciulli, con le gambe e il collo incatenati, sì, da non potersi muovere e da non poter guardare che davanti a sé. Li chiamano nativi digitali. Ma anche quelli delle generazioni precedenti si sono fatti imprigionare e da quando sono in catene, vivono la medesima condizione.
Dietro a loro, lontana, splende la luce di un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri, in alto, passa la vita, lungo la quale è costruito un palco, simile a quello che i drammaturghi creano tra sé e gli spettatori, e sopra il quale fanno vedere le loro storie. Lo immagino, disse. ‑Immagina ancora, lungo questo palco, degli esseri umani che portino su di sé oggetti di ogni genere, che sporgano dal palco e statue di uomini ed animali di pietra e di legno, d'ogni forma, e che alcuni parlino ed altri stiano zitti.
‑Strana immagine, disse, e strani prigionieri. ‑ Simili a noi, però, ribattei. E prima di tutto, credi che essi, di sé e degli altri, vedano qualcosa oltre le ombre proiettate dal fuoco sullo schermo che sta davanti a loro? ‑E come potrebbero, rispose, se sono costretti a tenere la testa immobile per tutta la vita? ‑E anche degli oggetti creati non vedranno che l'ombra. ‑E come no? ‑E allora, se potessero parlare tra loro, non pensi che riterrebbero cose reali le ombre che vedono? Necessariamente. ‑E se in questa prigione vi fosse un'eco che rimandasse le parole degli uomini che passano dietro il palco, non pensi che le prenderebbero per parole dell'ombra che passa sul fondo? ‑Eh, sì per ChatGPT! ‑E d'altra parte, per loro l'unica realtà è quella delle ombre delle cose. ‑Per forza, ammise.
‑Pensa allora cosa succederebbe se fossero liberati dalle loro catene e guariti dalla loro ignoranza. Mettiamo che uno di loro fosse sciolto, e poi costretto ad alzarsi, a girare il collo, a camminare, a guardare verso la luce naturale; e mettiamo che facendo tutto questo provasse dolore e a causa del bagliore non riuscisse a vedere le cose di cui prima vedeva le ombre: ebbene, se uno gli dicesse che fino ad allora ha visto solo ombre vane, ora invece, essendo più vicino alle cose più reali e rivolto verso di esse, vede con più esattezza, e gliele mostrasse ad una ad una chiedendogli di dire cosa è, cosa credi che risponderebbe? Non credi che cadrebbe in una grande incertezza e non riterrebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli mostrano? ‑E di molto, disse. ‑E se qualcuno lo costringesse a guardare la stessa luce, non pensi che gli farebbero male gli occhi e fuggirebbe indietro, verso le cose che riesce a guardare, e le riterrebbe davvero più chiare di quelle che gli vengono mostrate? ‑Sì, rispose. ‑E se qualcuno lo trascinasse per la salita aspra ed erta, e non lo lasciasse prima di averlo portato fuori alla luce naturale, non credi che soffrirebbe e si ribellerebbe ad essere trascinato così, e una volta giunto in faccia al sole, con gli occhi pieni di bagliore, non riuscirebbe a vedere nemmeno una delle cose che diciamo vere? ‑Certo, rispose, almeno all'inizio.
‑Dovrebbe abituarsi, penso, se volesse vedere il mondo che sta fuori dallo schermo. E dapprima potrebbe vedere più facilmente le ombre, e poi le immagini degli esseri umani e delle altre cose riflesse nell'acqua, e alla fine le cose stesse. In seguito, alzando gli occhi alla luce degli astri e della luna, potrebbe vedere i corpi celesti e il cielo stesso, più facilmente che di giorno il sole e la sua luce. ‑Certo. ‑E per ultimo, credo, potrebbe vedere il sole, non l'immagine del sole nelle acque o in altri luoghi o sullo schermo, ma il sole stesso, nel luogo in cui è, e contemplarlo quale esso è. ‑Sì, disse. ‑Dopo di che, potrebbe trarre le debite conclusioni: che il sole produce le stagioni e gli anni, e governa tutto ciò che si trova nel mondo visibile, anzi è in qualche modo la causa anche delle cose che lui e i suoi compagni prima vedevano nello schermo. è‑ chiaro che, dopo quello che avrebbe veduto, giungerebbe a questa conclusione.
‑E quando poi si ricordasse della dimora di un tempo, di quello che in essa credeva di sapere e dei suoi compagni di prigionia, non credi che sarebbe felice del suo cambiamento e sentirebbe pietà di quegli altri? ‑Senza dubbio. [...] ‑ E mettiamo che si pigiasse di nuovo contro lo schermo e riprendesse il suo vecchio posto: non si troverebbe forse come cieco, giungendovi improvvisamente dalla luce? ‑E ovvio, esclamò. ‑E se dovesse di nuovo distinguere le ombre, in gara con quelli rimasti prigionieri, prima che i suoi occhi tornassero a vedere (e ci vorrebbe senz'altro molto tempo), non farebbe egli ridere? e non si direbbe di lui che li ha rovinati per essere salito sopra, e quindi non vale la pena nemmeno di tentare una simile salita? E chi cercasse di liberarli e di portarli su, se potessero prenderlo, non lo ucciderebbero? ‑Sicuramente, disse.
‑ Caro Claude, dissi, questa immagine va fatta corrispondere a quanto abbiamo detto prima, e dunque questo mondo visibile va paragonato allo schermo e la luce del fuoco fuori di essa all'effetto della realtà. Se poi tu paragonerai la salita al mondo superiore e la visione delle cose che sono in esso all'ascesa dell'anima al mondo intelligibile, capirai quello che intendo, se è questo che vuoi sapere; ma dio sa se è vero.
Ad ogni modo, io credo vero che nel mondo intelligibile l'Idea ultima sia ciò che fa il Bene dell’umanità, e soltanto dopo lunga fatica si riesce a vederla; quando però si è vista, dobbiamo necessariamente concludere che essa è il principio di tutto ciò che è buono e bello ‑nel mondo sensibile, la luce e il sole, in quello intelligibile, verità e intelligenza‑ e che ad essa deve guardare chiunque voglia operare saggiamente, sia in pubblico che in privato.
Sono d'accordo con te, disse, almeno per quanto riesco a seguirti. ‑Allora, aggiunsi, sarai d'accordo anche su questo, che non è affatto strano che chi si è innalzato fino all'idea del Bene dell’umanità non voglia più impegnarsi in surrogati artificiali, ma la sua anima sia sempre attratta a tornare lassù, come dice la nostra immagine. ‑Questo è logico, convenne. ‑E nemmeno ti stupirai, dissi, se, passando dalla contemplazione delle cose artificiali alle cose umane, rischierà di fare una brutta figura e di sembrare ridicolo, quando, non ancora abituato all'oscurità, deve, in tribunale o altrove, venire a battaglia su ombre della giustizia, e sul modo in cui devono essere intese, da gente che non ha mai visto la giustizia in sé e per sé. ‑No, non c'è da stupirsi, disse. [...]