E’ passata tra le notizie di costume agostane, quelle che si vanno a ripescare quando la cronaca nera non dà spunti sufficienti e il gossip langue. Inoltre venendo da un mondo fisicamente e culturalmente lontanissimo come quello cinese,è andata completamente sottotraccia. Eppure qualcosa è successo, e potenzialmente anche molto suggestivo.
Mentre l’industria cinematografica mainstream schierava le sue portaerei — il centoquattresimo uomo ragno da 225 milioni di dollari, la consueta artiglieria del marketing patinato, il guerrilla marketing selvaggio — a vincere la battaglia del botteghino cinese è arrivato assolutamente inatteso un vitello disegnato male, anzi malissimo, che racconta una storia di un livello narrativo quasi imbarazzante. Niu Lai, “Arriva il vitello”,già il titolo è una perla, ottantasei minuti di animazione che dire grossolana è un atto di gentilezza, costruita artigianalmente in cinque anni da una madre e un figlio senza né mezzi né eccessiva competenza, ma solo un sogno e tantissima quasi incredibile costanza e buona volontà.
Il film, artisticamente e come prodotto di intrattenimento è imbarazzante, è stato distribuito piatendo favori personali ed era rimasto, come logico aspettarsi, invisibile per nove giorni: milleduecento dollari scarsi di incasso, e già questo incasso era comunque superiore al costo materiale di produzione, seppur insignificante. Poi, magia dei social, un frammento è diventato virale, e dà lì un’escalation inarrestabile fino al traguardo di quattro milioni di dollari, meme, merchandising, sale gremite, addirittura sostiene qualcuno titoli azionari mossi dalla parola “bue” che ha causato un monito della banca centrale cinese contro la febbre speculativa. Un recensore su Weibo si è così espresso:
“chiamarlo brutto è un insulto ai film brutti”
Eppure.
Ma perché questo successo? Di film brutti, bruttissimi, artigianali in modo quasi patetico è piena la storia, piena di fugaci apparizioni in sala e subitanee e silenziose scomparse. Quindi questo vitello cosa aveva di speciale? Le spiegazioni possibili sono molte, ma mi piace cavalcarne una, forse romantica, ma che ha la sua fondatezza.
Niu Lai non ha avuto successo malgrado la sua imperfezione e goffaggine, ma proprio grazie a esse; e che quella imperfezione è stata letta, da centinaia di migliaia di persone, come l'impronta digitale dell'umano in un'epoca del digitalmente perfetto ,ma freddo e alienante. Ricordando che in Cina, malgrado la nostra immagine stereotipata di fabbriche alimentate a carbone e risaie, l’intelligenza artificiale è già più pervasiva che da noi, addirittura ci sono presentatori di TG AI.
Generalmente, salvo le distorsioni capitaliste attuali, il valore segue la scarsità. Ciò che abbonda si svaluta, ciò che è raro si apprezza.
Quindi per secoli la cosa rara e preziosa è stata la perfezione: un dipinto realistico, un vaso fatto a regola d’arte con il tornio, un gioiello frutto di mesi di lavorazione…cose che non erano alla portata di tutti e richiedevano nel produrle tempo, talento, fatica. Il lavoro e la competenza accumulati per produrre un oggetto o un opera erano i principali fattori nel determinarne il valore, oltre alla qualità delle materie prime. Oggiil valore non è più prodotto, creato, è estratto, potenzialmente alla portata di chiunque, chiunque ne abbia i mezzi ovviamente.
L’intelligenza artificiale generativa ha fatto a questa economia del raro e prezioso ciò che la stampa fece agli amanuensi, ma in una notte anziché in un secolo. La perfezione formale è diventata gratuita e istantanea: un clic, e chiunque genera immagini levigate, cinematografiche, impeccabili. E quando una cosa diventa infinitamente riproducibile a costo zero,e a bassa competenza, dove sta il valore? Se l’immagine perfetta la produce chiunque, allora la perfezione, la gradevolezza estetica smette di essere una prova di valore, anzi per chi ancora coltiva qualche forma di pensiero critico e diventa, semmai, un sospetto. Ecco il rovesciamento decisivo: nell’epoca dell’IA, la perfezione estetica non è più il segno del molto lavoro, ma il segno possibile del nessun lavoro, dell’omologato, del seriale.
In questo paesaggio il valore migra. Le cose scarse non sono più la perfezione, la gradevolezza — che ora sono ovunque — ma il loro esatto contrario: la traccia visibile della fatica umana. Che difficilmente si presenta perfetta, simmetrica, levigata. Quindi Niu Lai con la sua animazione pixelata, i movimenti legnosi, i dialoghi lenti, i poster disegnati a mano diventa agli occhi di un pubblico saturo di perfezione algoritmica,qualcosa di raro e speciale, autenticamente e umano e le sue evidenti imperfezioni non sono difetti da perdonare, sono certificati di autenticità da esibire.
L’imperfezione dice una cosa fondamentale: qui ci ha lavorato un essere umano. Nessuna macchina avrebbe prodotto quella goffaggine, perché la macchina non sa essere goffa nel modo giusto — la sua incompetenza è di un altro tipo, priva di storia, priva di sforzo. Le imperfazioni di Niu Lai raccontano le difficoltà di chi ci ha provato per cinque anni con strumenti poveri e sbagliati, e questo è precisamente ciò che la rende leggibile, e preziosa.
Ma qui c’è un salto ulteriore rispetto al “fatto in casa” l’”homemade”, perché questa artigianlità di solito è sinonimo anche di ulteriore qualità. Qui invece il pubblico ha premiato un prodotto che ammette essere scadente — "non è nemmeno un film", ridevano prima ancora che cominciasse.
L'autenticità è stata valorizzata non insieme alla qualità, ma al posto della qualità, e persino contro di essa. È il segno di quanto sia diventata scarsa, e dunque preziosa: nel momento in cui l'unico bene davvero raro è la prova che dietro un'immagine ci sia una biografia umana, quella prova vale più della bellezza, più della competenza, più del risultato.
Il vitello brutto batte lo Spider-Man perfetto non perché sia migliore, ma perché è vero in un senso che Spider-Man, con tutta la sua perfezione da 225 milioni, non riesce più a garantire — e che l'IA ha reso, di colpo, impagabile.
Intravedo un vecchia intuizioni di Walter Benjamin rispetto all’arte: la riproducibilità tecnica dissolve l’aura, quell’hic et nunc dell’opera che ne fa qualcosa di unico e situato.
E la vicenda di Niu Lai suggerisce un capitolo che Benjamin non poteva prevedere. Se la macchina spinge la riproducibilità fino all’estremo — fino a generare non più copie di un originale, ma originali sintetici senza alcun originale alle spalle — allora l’aura non muore: si trasferisce. Abbandona l’oggetto e si rifugia nel gesto che l’ha prodotto. Non è più il film a essere aurático, sono i cinque anni che madre e figlio hanno impiegato a produrlo. L’autenticità cessa di essere una proprietà dell’opera e diventa una proprietà della sua storia. Ed è esattamente per questo che, nel caso Niu Lai, la biografia dei creatori conta quanto il film, e forse più: perché è lì, non sullo schermo, che risiede la merce ormai scarsa.
Il caso di Niu Lai è paradigmatico di un movimento globale di recupero della storia, dell’autenticità, dell’imperfezione, che affiora in diversi ambiti. E’ un vissuto personale ma credo che chiunque abbia viaggiato un poco negli ultimi anni vi si possa riconoscere. Entri in un bar che si vuole unico e indipendente, a Lisbona, a Seul, a Città del Messico, a Milano. Le pareti sono di mattoni a vista o cemento grezzo. Ci sono piante appese, lampadine Edison a filamento scoperto,libri sugli scaffali, un bancone di legno chiaro, scritte catchy al neon in corsivo, tavolini rotondi di metallo, il logo minimalista in un font sans-serif. È accogliente, è piacevole — ed è, in modo inquietante, identico a diecimila altri locali in diecimila altre città. Che non sia una sensazione solo personale lo conferma che esiste un nome per questo: Kyle Chayka, giornalista americano,l'ha chiamato AirSpace, l'estetica placeless generata dalla convergenza di Instagram, delle recensioni e delle piattaforme di viaggio. Un'estetica che è è letteralmente da nessun luogo — perché nei fatti è di ogni luogo.
La causa non è il mutamento del gusto, ma la pervasività dell'algoritmo di raccomandazione. Le piattaforme digitali globalizzate e i feed di raccomandazioni algoritmiche hanno appiattito vaste porzioni di cultura, incoraggiando uniformità e una "mediocrità senza attrito" (frictionless mediocrity). Il meccanismo è circolare: gli stessi tipi di persone vengono mandati dagli algoritmi negli stessi posti, il che rende mainstream una certa estetica ovunque. Le raccomandazioni non hanno solo rimodellato cosa consumiamo — ci hanno subdolamente ri-addestrati a volere le stesse cose, appiattendo gusto e desiderio.
Se il gusto è globalizzato, allora l'esito logico è un mondo in cui la diversità estetica diminuisce, e assomiglia a una forma di gentrificazione dei desideri. E dunque in questo mondo uguale, standardizzato, esteticamente inecceppibile ma profondamente noioso e alienante, il vitello pixelato e legnoso, il bar scrauso con i mobili degli anni 80, la vacanza senza fotografie sono assolutamente dirompenti perché hanno il sapore della cosa reale in un mondo sintetico. Purtroppo anche l’effetto Vitello è destinato a diventare standard, non ci vorrà molto perché il mondo impari a confezionare il “grezzo” artificiale, artefatto.
Perché non si tratta di un momento, di un periodico indirizzamento della sensibilità estetica. La forza che spinge verso la convergenza è oggi strutturale, non accidentale o temporanea. Non è un gusto d'epoca che passerà, è l'effetto meccanico di un mondo che misura tutto e ottimizza tutto verso ciò che misura. Finché la metrica sarà una — l'engagement, la recensione, la vendibilità globale e più di tutto il consenso più ampio possibile — la gravità tirerà verso il centro, verso il medio, verso il replicabile. La periferia diversificata esisterà, ma come resistenza faticosa contro una corrente, non come esito spontaneo del sistema. Ed è forse questa la lettura più esatta del vitello: non il segno che l'autentico vince, e nemmeno che sta scomparendo, ma la prova che ormai esiste solo contro la corrente — come uno sforzo, un'eccezione, un miracolo di cui stupirsi.
In un mondo dove l'autentico fosse ancora la norma, Niu Lai non avrebbe fatto notizia. Invece…