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La memoria totale non è un potenziamento dell'intelligenza: è la sua negazione.

Da Borges alle reti neurali, apologia dell'oblio come tecnologia che le macchine non hanno.


1. L'uomo che non poteva pensare

Borges immaginò un uomo che ricordava tutto. Ireneo Funes, dopo una caduta da cavallo, si ritrova con una memoria assoluta: ogni foglia di ogni albero, ogni volta che l'aveva vista, ogni volta che l'aveva ricordata. Il narratore lo visita di notte, in una stanza buia, perché Funes ha scoperto che il buio è l'unico luogo dove i ricordi non si moltiplicano. Il dettaglio decisivo del racconto non è la memoria prodigiosa: è la constatazione che Funes, proprio per quella memoria, non riesce a pensare. Pensare è astrarre; astrarre è trascurare le differenze; trascurare le differenze è, in senso stretto, dimenticare. Funes non capisce come il cane visto di profilo alle tre e quattordici possa chiamarsi con lo stesso nome del cane visto di fronte alle tre e un quarto.

Ha tutti i dati; non ha nessun concetto.

Il racconto passa spesso per una fantasia. Non lo è. Negli stessi decenni in cui Borges scriveva, lo psicologo sovietico Aleksandr Lurija seguiva un paziente reale, Solomon Šereševskij, giornalista con una memoria praticamente illimitata. Šereševskij ricordava liste di numeri a distanza di quindici anni, con la data della seduta in cui gli erano state dettate. Lurija ne fece un libro, che è forse il più malinconico della letteratura neuropsicologica: perché il suo mnemonista, come Funes, era un uomo in difficoltà. Faticava a riconoscere i volti (ogni espressione ne faceva un volto nuovo), faticava a seguire una conversazione (ogni parola detonava in immagini), faticava soprattutto a dimenticare, al punto da inventarsi tecniche per farlo: scriveva i ricordi su fogli immaginari, poi immaginava di bruciarli. Non funzionava. La cenere restava leggibile.

Due uomini, uno inventato, uno vero, dicono la stessa cosa: la memoria totale non è un potenziamento dell'intelligenza. È la sua negazione.


2. Il mestiere di ricordare tutto

Lavoro da trent'anni in un settore che ha fatto della memoria totale un obbligo. I sistemi informativi di una banca non possono dimenticare: ogni transazione lascia un log, ogni log confluisce in un archivio, ogni archivio ha un periodo di conservazione fissato da una norma. Esistono supporti progettati apposta per non poter essere alterati; la sigla tecnica è WORM, write once read many, scrivi una volta, leggi per sempre. L'audit trail, la traccia di revisione, è il Funes istituzionalizzato: la garanzia che di ogni operazione si possa ricostruire chi, quando, da dove, con quale esito. La regolazione europea sulla resilienza operativa ha rafforzato l'impianto: la memoria dei sistemi non è più solo buona pratica, è requisito verificabile.

Tutto questo è giusto, sia chiaro. La tracciabilità è la condizione della fiducia; un sistema finanziario smemorato sarebbe un sistema irresponsabile, nel senso letterale di incapace di rispondere. Ma vale la pena notare cosa abbiamo costruito: un'infrastruttura planetaria che realizza esattamente la condizione di Funes. Tutto viene registrato, nulla viene dimenticato, il buio della stanza non esiste più. Per decenni la domanda ingegneristica è stata come ricordare di più, più a lungo, a costo minore. La curva dei costi di storage ha risposto con un crollo così ripido che la domanda opposta, cosa conviene dimenticare, non è quasi mai stata posta. Dimenticare costava analisi, decisioni, responsabilità; ricordare costava centesimi. Abbiamo scelto i centesimi.

Poi è arrivata l'intelligenza artificiale, che di quella memoria indiscriminata ha fatto materia prima. I modelli linguistici sono addestrati su ciò che la rete non ha dimenticato: e la rete, per costruzione, non dimentica quasi niente. Il risultato è che la condizione di Funes ha smesso di essere un'infrastruttura passiva. Ora parla.


3. Il primo diritto a dimenticare

A questo punto è successa una cosa che, vista con distacco, ha del notevole: il diritto è intervenuto per imporre l'oblio. L'articolo 17 del regolamento europeo sulla protezione dei dati, il famoso diritto alla cancellazione, chiamato correntemente diritto all'oblio, obbliga chi tratta dati personali a dimenticarli quando vengono meno le ragioni per conservarli. La giurisprudenza era arrivata prima: il caso deciso dalla Corte di giustizia nel 2014 riguardava un cittadino spagnolo che chiedeva a un motore di ricerca di smettere di associare il suo nome a un pignoramento vecchio di sedici anni. Il debito era stato saldato; il ricordo no.

Vale la pena pesare la novità. Per tutta la storia del pensiero occidentale la memoria è stata virtù, l'oblio colpa o disgrazia. L'ars memoriae, l'arte della memoria, è una disciplina con venticinque secoli di manuali, da Simonide ai teatri mnemonici rinascimentali. Un'ars oblivionalis, un'arte del dimenticare, non è mai esistita; Umberto Eco, in un saggio di rara perfidia argomentativa, sostenne che non può esistere per ragioni semiotiche, perché i segni servono a far presente l'assente, non ad assentare il presente. Ogni tecnica per dimenticare qualcosa comincia col nominarlo, quindi col ricordarlo. Šereševskij che brucia i fogli immaginari è la dimostrazione clinica della tesi di Eco.

E tuttavia. Il legislatore europeo, che non legge Eco ma subisce la realtà, ha fatto qualcosa che i retori antichi non avevano mai fatto: ha trattato la dimenticanza non come colpa né come tecnica, ma come pretesa esigibile. Non ti chiedo di aiutarmi a ricordare; ti obbligo a dimenticarmi. Che la prima ars oblivionalis della storia sia un articolo di regolamento, con tanto di sanzioni, dice molto sull'epoca: le facoltà che il cervello esercita gratis, quando le esternalizziamo alle macchine, tornano indietro come obblighi giuridici. Prima è toccato alla memoria (conserva questi dati per dieci anni); ora tocca all'oblio (cancella questi dati entro trenta giorni). La legge è la protesi delle facoltà che abbiamo delegato.



4. Le macchine dimenticano male, in entrambe le direzioni

Qui l'ingegneria incontra un paradosso che merita di essere guardato da vicino, perché è meno noto di quanto dovrebbe. Le macchine che ricordano tutto non sanno dimenticare su richiesta; le macchine che imparano, invece, dimenticano continuamente, ma nel modo sbagliato.

Il primo corno. Cancellare un dato da un database è un'operazione banale; cancellarlo da un modello addestrato non lo è affatto. L'informazione, una volta assorbita nell'addestramento, non risiede in un luogo: è spalmata su miliardi di parametri, diluita, irriconoscibile eppure operante. Esiste un intero campo di ricerca, il machine unlearning, che studia come far disimparare qualcosa a un modello senza riaddestrarlo da zero; i risultati, a oggi, sono parziali, costosi, difficili da verificare. Come si dimostra che un modello ha dimenticato? Il fatto che non risponda più a una domanda non prova che l'informazione sia sparita; prova solo che non affiora. Chiunque abbia rimosso un ricordo doloroso sa la differenza.

Il secondo corno è più curioso. Le reti neurali soffrono di un difetto noto come catastrophic forgetting, oblio catastrofico: quando imparano un compito nuovo, tendono a sovrascrivere brutalmente ciò che avevano imparato prima. Non è l'oblio selettivo, graduale, intelligente del cervello; è una frana. Il risultato è una situazione quasi comica: abbiamo costruito sistemi che non riescono a dimenticare quello che vorremmo (i dati personali, i contenuti tossici, gli errori dell'addestramento) mentre dimenticano rovinosamente quello che vorremmo conservassero (le competenze acquisite). Funes da una parte, l'amnesia dall'altra; il mezzo, che è poi il luogo dove abita l'intelligenza, resta scoperto.

Il cervello, nel frattempo, fa entrambe le cose bene, ogni notte, senza chiedere il permesso. Le neuroscienze del sonno hanno consolidato negli anni un quadro in cui dormire non serve soltanto a fissare i ricordi ma anche, forse soprattutto, a potarli: le sinapsi rinforzate durante la veglia vengono selettivamente indebolite, il rumore viene smaltito, il segnale resta.

La potatura sinaptica non è un malfunzionamento della memoria. È la sua manutenzione. Un giardiniere che non pota non ha un giardino più ricco; ha un roveto.


5. L'oblio attivo

C'è un filosofo che tutto questo lo aveva capito senza bisogno di reti neurali. Nietzsche, nella seconda delle Considerazioni inattuali, quella sull'utilità e il danno della storia per la vita, descrive l'animale che vive appeso al piolo dell'istante, dimentico di tutto, e l'uomo che invidia quella leggerezza. La sua tesi, scandalosa per un secolo malato di storicismo, è che la salute di un organismo, di un individuo, di una cultura, dipende dalla capacità di dimenticare al momento giusto: chi non sa dimenticare è condannato a vedere ovunque divenire, a non credere più nel proprio essere, a non agire. Nella Genealogia della morale rincara: l'oblio non è inerzia, è una facoltà attiva, una forza di inibizione positiva, il portinaio che tiene sgombra la soglia della coscienza. Senza di essa, nessuna felicità, nessuna speranza, nessun presente.

Il rancoroso, per Nietzsche, è precisamente l'uomo a cui questo apparato si è guastato: quello in cui i ricordi non vengono smaltiti, fermentano, diventano risentimento. Funes, letto con questa lente, non è un mostro epistemologico; è il ritratto anticipato di una civiltà a cui si è rotto il portinaio.

E qui l'osservazione smette di essere libresca. Si dimentica l'offesa quanto basta per perdonare: il perdono non è la cancellazione del torto, è la sua declassificazione, il passaggio da memoria operativa ad archivio morto. Si dimentica il dolore quanto basta per riprovarci: ogni secondo figlio, ogni secondo amore, ogni secondo progetto esiste perché il primo è stato ricordato male, cioè bene. Si dimentica chi siamo stati quanto basta per diventare altro: l'identità non è la somma dei propri stati, è la loro sintesi, quindi la loro parziale distruzione. Nessuno di questi gesti è possibile in regime di memoria totale. Gli archivi non perdonano, non guariscono, non diventano: conservano. Perciò, quando affidiamo a sistemi che conservano tutto porzioni crescenti della nostra vita relazionale, professionale, affettiva, non stiamo solo delegando la memoria. Stiamo revocando all'oblio la sua giurisdizione.


6. Congedo

Non propongo rimedi; diffido dei saggi che finiscono con un decalogo. Mi limito a un'osservazione di mestiere. Nella mia disciplina esiste da sempre il concetto di retention policy, la politica che stabilisce quanto a lungo un dato debba vivere prima di essere distrutto. È considerata la parte noiosa della governance: la scrive un ufficio, la approva un comitato, la ignora quasi tutta l'organizzazione. Ho impiegato trent'anni a capire che è invece la parte più filosofica dell'intero impianto: è l'unico documento aziendale che tratta la fine come un progetto. Stabilire quando un'informazione deve morire è un atto di pensiero, non di pulizia.

Borges fa morire Funes giovane, di congestione polmonare, soffocato in senso quasi letterale dai suoi ricordi. Šereševskij finì la vita facendo il mnemonista di professione, sul palco, esibendo come numero da varietà la condizione che lo aveva rovinato. Le nostre macchine ricordano tutto, imparano in fretta, non sanno potare. Noi invecchiamo dimenticando nomi, date, torti, versioni di noi stessi che non servivano più.

Dei tre, per ora, siamo gli unici a guarire.


Pubblicato il 12 luglio 2026

Andrea Berneri

Andrea Berneri / Head of Architectures, Cybersecurity & Business Continuity @Fideuram ISPB. I turn complex systems into strategies, bridging law, tech, and organization—with method, irony, and precision