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Racconto di una curva che credevamo irreversibile.

La storia comincia con un grafico che tutti abbiamo visto a scuola: la curva dell’analfabetismo che dal 1861 in poi scende, scende, scende… fino a scomparire. Una vittoria della civiltà, un trionfo della ragione.
O almeno così ci hanno raccontato.
Devo un ringraziamento a Andrea Passador, autore del video che mi ha ispirato e permesso di approfondire questo tema.


A volte, quando ripenso alla storia dell’alfabetizzazione in Italia, mi sembra di osservare una lunga onda che attraversa un secolo e mezzo di vita nazionale, un’onda che parte dal 1861, quando più del settantacinque per cento della popolazione non sapeva leggere né scrivere, e che poi, lentamente, grazie a un intreccio di politiche pubbliche, necessità economiche e ambizioni collettive, ha iniziato a scendere, prima con la scuola dell’obbligo post-unitaria, poi con le riforme del primo Novecento, poi ancora con l’espansione dell’istruzione nel dopoguerra, fino a raggiungere, negli anni Ottanta, quel punto quasi miracoloso in cui l’analfabetismo “puro” sembrava finalmente sconfitto, come se la società avesse deciso una volta per tutte che leggere e scrivere fosse un diritto naturale e non più un privilegio di pochi.

Eppure, se guardo bene quella curva, mi accorgo che non è una linea retta che scende e basta, ma un organismo vivo che reagisce ai cambiamenti del mondo, e che negli ultimi vent’anni ha iniziato a piegarsi di nuovo verso l’alto, non perché abbiamo dimenticato l’alfabeto, ma perché abbiamo smesso di esercitare la capacità di comprendere ciò che leggiamo, di interpretare, di collegare, di restare dentro un testo senza scappare alla prima difficoltà, come se la complessità fosse diventata un peso e non più una forma di emancipazione.

Ed ecco una verità che raramente abbiamo il coraggio di pronunciare: “Ti hanno alfabetizzato perché servivi alfabetizzato.” Non per amore della cultura, non per un ideale astratto di cittadinanza, ma perché l’istruzione era un’attrezzatura da lavoro, un ingranaggio necessario alla macchina economica e amministrativa del Paese. L’alfabetizzazione come strumento, non come diritto.

E allora, se l’istruzione è stata costruita come attrezzatura, cosa succede quando quell’attrezzatura non serve più?

E’ qui che l’arrivo dell’intelligenza artificiale cambia tutto, perché per la prima volta nella storia una tecnologia non sostituisce le braccia, ma le teste; non rimpiazza la forza fisica, ma la capacità cognitiva; non prende il posto del lavoro manuale, ma di quello intellettuale.

Scrivere, leggere, riassumere, calcolare, amministrare: tutte funzioni per cui era stata costruita la scuola pubblica vengono svolte da macchine, spesso a costo minore, con una velocità che nessun sistema educativo potrà mai eguagliare.

E allora la domanda diventa inevitabile, quasi crudele nella sua semplicità: se il sistema non ha più bisogno di cittadini che sanno leggere, chi pagherà per insegnarglielo?

La scuola pubblica rischia di diventare un costo senza ritorno, un investimento che non produce più utilità economica, e quando un’attrezzatura non serve più, si riconsegna, si lascia arrugginire, si smonta pezzo dopo pezzo senza che nessuno se ne accorga davvero.

Nel frattempo, mentre la scuola pubblica si svuota, si affollano le scuole d’élite: internazionali, private, costosissime, luoghi dove si insegna proprio ciò che l’IA non rimpiazza, pensiero critico, argomentazione, scrittura, retorica, complessità, cioè quelle competenze che alla massa vengono raccontate come obsolete, superflue, romantiche, quasi un vezzo intellettuale. E allora mi chiedo: se leggere fosse davvero inutile, perché i ricchi continuerebbero a pagare per far leggere i propri figli?

La risposta è antica quanto il potere: il sapere è sempre stato un privilegio di classe. L’ultimo secolo è stata un’eccezione. E le eccezioni, se non difese, scompaiono.

E così ci ritroviamo davanti a un nuovo analfabetismo che non ha bisogno di roghi, censure o divieti, perché basta rendere la lettura faticosa, inutile, socialmente superflua, e il resto lo facciamo da soli, uno scroll alla volta, convinti che la velocità equivalga alla comprensione e che l’informazione sia già conoscenza.

Per questo oggi leggere un libro intero è un atto sovversivo, un gesto di resistenza civile, un modo per rifiutarsi di riconsegnare l’attrezzatura, per difendere la propria autonomia in un mondo che ci invita a delegare tutto, anche il pensiero, a una macchina.

E io, nel mio piccolo, continuo a credere che restare dentro la complessità sia l’unico modo per restare umani, perché la libertà non è mai stata un automatismo, ma una pratica quotidiana che richiede lentezza, profondità e quella ostinazione gentile che ci spinge a capire ciò che non capiamo subito.


Pubblicato il 11 luglio 2026

Franco Bagaglia

Franco Bagaglia / Docente Universitario. Umanesimo Digitale. Specialista formazione e sviluppo AI e competenze digitali presso Acsi Associazione Di Cultura Sport E Tempo Libero

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