Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Al netto delle problematiche strutturali della scuola in Italia (ma anche in questo caso andiamo oltre gli stereotipi per favore) a me sembra che l’educazione tutta sia diventata un colabrodo ed è il motivo per cui stiamo assistendo a preoccupanti derive che coinvolgono i più giovani.
Secondo me non si tratta solo di scuola ma del fatto che nel mondo in cui viviamo oggi l’educazione non è proprio contemplata.
Perché fa fatica e richiede tempo e viviamo in una società che molto stupidamente non vuole fare fatica e ha prodotto una tossica narrazione riguardo al fatto che non c’è mai abbastanza tempo per fare nulla. Il tempo c’è, se lo si vuole.
Questa lirica è una denuncia di tutto questo e, si badi bene, gli educatori non sono solo gli insegnanti ma tutte le altre figure che dovrebbero investire la loro vita di questa missione.
Mi riferisco in primis ai genitori, molti dei quali lasciano i propri figli pascolare in non meglio determinati campi senza preoccuparsi più di tanto.
Ma parlo anche di tutti coloro, nelle varie istituzioni della società che fanno poco o nulla su questo tema.
L’emergenza educativa è un problema epocale e questa poesia denuncia tutti coloro che hanno scelto di abdicare alla loro funzione.
La notte dei lunghi coltelli
Educare è tirare fuori la passione,
non il coltello
per rispondere al malessere
di una società agonizzante.
È condurre fuori la coscienza,
non in carcere aspri sfregiatori,
abbandonati in cucce accessoriate di tutto
ma senza accesso all’anima.
Ci vuole tangibilità e presenza,
il contatto visivo con l’altro,
la cura per la mente
per evitare la mente in cura.
Educatori cariati
fanno cadere anche i denti sani
della bocca della verità.
Quelli che hanno abdicato,
distratti da autocompiacenti pulsioni,
impugnano quello stesso manico:
tertium non datur.
La notte dei coltelli
è il buio della civiltà
dove ciechi essere umani
non possono vedere
tutte le vacche nere.