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Il limite culturale della conoscenza

LEssere Umano nasce sempre dentro qualcosa.

 

Una famiglia, una lingua, una religione, una morale, un sistema politico, una determinata concezione della libertà, del bene, della giustizia, del successo, della felicità.

 

Prima ancora di poter scegliere, egli è già immerso in un sistema di significati che non ha né scelto né costruito.

 

Potremmo chiamarlo recinto culturale.

 

O, con unespressione meno filosofica ma forse più efficace, salsa sociale.

 

Lindividuo vi è immerso così profondamente da non percepirla più come una delle possibili configurazioni dellesistenza umana, ma semplicemente come la realtà.

 

Qui nasce una delle forme più profonde di cecità culturale.

 

Chi conosce soltanto il proprio mondo non conosce veramente neppure il proprio mondo, perché gli manca ciò che rende possibile ogni distinzione: il confronto.

 

Non possiamo sapere quanto qualcosa sia caldo senza conoscere il freddo, quanto sia grande senza aver incontrato il piccolo, quanto sia dolce senza aver assaggiato qualcosa di amaro.

 

Allo stesso modo, non possiamo comprendere pienamente una cultura osservandola esclusivamente dal suo interno.

 

Possiamo abitarla.

Possiamo conoscerne minuziosamente le regole e la storia.

Possiamo persino contestarla.

 

Ma contestare qualcosa dallinterno non significa necessariamente essere usciti dal paradigma che la contiene.

 

Il credente e lateo, per esempio, sembrano occupare posizioni opposte.
E certamente lo sono rispetto alla questione dell
esistenza di Dio.

 

Eppure possono continuare a muoversi allinterno dello stesso universo concettuale.

Se lateismo nasce semplicemente come negazione del Dio della tradizione monoteistica, credente e ateo rimangono, almeno rispetto a quella opposizione, ai due estremi della medesima domanda.

 

Uno afferma Dio.

Laltro lo nega.

 

Ma entrambi continuano a interrogare lesistenza attraverso una struttura concettuale prodotta dalla stessa storia culturale.

 

Lincontro con il buddhismo, il taoismo o con sistemi di pensiero nei quali la domanda stessa assume una forma radicalmente diversa può invece provocare qualcosa di molto più destabilizzante: non suggerisce necessariamente unaltra risposta, ma mostra che era possibile formulare diversamente la domanda.

 

Ed è un passaggio molto più radicale.

 

Lo stesso accade nella politica.

 

Chi si colloca a destra e chi si colloca a sinistra allinterno di una democrazia liberale può percepire la distanza che li separa come enorme. I due possono contrapporsi sulla distribuzione della ricchezza, sullintervento dello Stato, sui diritti, sulla sicurezza, sulla libertà individuale.

 

Eppure entrambi continuano generalmente a muoversi allinterno di un medesimo spazio politico: elezioni, rappresentanza, Stato di diritto, istituzioni, cittadinanza, opinione pubblica.

 

Il conflitto è reale, ma avviene dentro lo stesso recinto.

 

Soltanto confrontando quel sistema con forme radicalmente differenti di organizzazione politica società tradizionali, sistemi autoritari, strutture tribali, concezioni comunitarie nelle quali persino il rapporto fra individuo e collettività viene pensato diversamente diventa possibile vedere la democrazia non più semplicemente come il modo in cui funziona la società, ma come una particolare costruzione storica della società.

 

Questo non significa necessariamente relativizzare tutto.

E neppure sostenere che ogni sistema culturale, politico o religioso possieda lo stesso valore.

 

Significa qualcosa di epistemologicamente più importante:

 

per giudicare consapevolmente ciò che siamo, dobbiamo almeno riuscire a concepire ciò che avremmo potuto essere.

 

La stessa dinamica riguarda la morale.

Due persone possono discutere animatamente se un determinato comportamento sia giusto o sbagliato senza accorgersi che entrambe stanno utilizzando categorie morali provenienti dalla medesima tradizione.

 

Possono divergere sulla risposta continuando a condividere inconsapevolmente la struttura della domanda.

E accade persino con concetti che riteniamo universali: famiglia, amore, matrimonio, proprietà, successo, lavoro, vecchiaia, morte.

 

Ogni società tende infatti a trasformare le proprie convenzioni in evidenze.

 

Ciò che viene ripetuto abbastanza a lungo smette di apparire come costruzione culturale e comincia ad apparire come natura.

 

È forse questa la forza più potente della salsa sociale:
non ci impone necessariamente ciò che dobbiamo pensare;
delimita ciò che ci sembra possibile pensare.

 

Per questo lindividuo che non sia mai realmente uscito dal proprio recinto culturale può possedere una conoscenza vastissima e rimanere, sotto un altro aspetto, profondamente provinciale.

 

Il provincialismo non è infatti una questione geografica.

 

È una condizione dello sguardo.

 

Si può vivere in una grande metropoli, aver letto centinaia di libri, frequentare persone colte e continuare a interpretare ogni altra civiltà attraverso le categorie della propria.

 

Viaggiare allora può essere utile, ma non basta.

 

Conoscere altre culture non significa semplicemente attraversarle.

Si può percorrere il mondo intero senza essere mai realmente usciti da casa.

 

Il vero passaggio avviene quando, almeno temporaneamente, si sospende la convinzione che il proprio modo di leggere il reale sia lunico possibile.

 

Tornando alla metafora, chi abbia sempre mangiato una sola salsa può conoscerne perfettamente gli ingredienti, la consistenza e il profumo.

Ma non può sapere veramente quale sia il suo sapore, perché quel sapore coincide, per lui, con il sapore stesso del cibo.

 

Soltanto assaggiandone unaltra scoprirà che la prima era dolce.

O salata.

O piccante.

 

E soltanto assaggiandone molte potrà persino arrivare a una conclusione ancora più destabilizzante:

che quella nella quale è cresciuto non era necessariamente la migliore.

 

Oppure, al contrario, potrà tornarvi e riconoscerne qualità che prima non riusciva neppure a vedere.

 

Perché uscire dal proprio recinto culturale non significa rinnegarlo.

 

Significa renderlo finalmente visibile.

 

Il confronto profondo con laltro, a questo punto, non serve semplicemente a conoscere laltro.

 

Serve a conoscere noi stessi.

 

È probabilmente questa una delle forme più profonde della conoscenza: non accumulare ulteriori informazioni allinterno della propria visione del mondo, ma riuscire, almeno per un istante, a guardare la propria visione del mondo dallesterno.

 

In tutto questo, c'è anche qualcosa che appartiene alla mia esperienza personale.

 

Per me che vivo all’estero, ogni volta che torno in Occidente provo una particolare forma di disagio.

 

Non nasce necessariamente dalle idee che vi incontro, né dalle contrapposizioni che attraversano il dibattito politico, religioso o sociale. Nasce piuttosto dalla sensazione che quelle contrapposizioni, per quanto accese e apparentemente inconciliabili, continuino quasi sempre a svolgersi allinterno dello stesso recinto culturale.

 

Si discute di destra e di sinistra, di maggiore o minore democrazia, di credere o non credere, di libertà individuale e responsabilità collettiva, ma molto più raramente si mette in discussione la struttura culturale che rende possibili quelle stesse opposizioni.

 

È come assistere a un conflitto fra persone che occupano stanze diverse della stessa casa, senza che nessuno consideri la possibilità che esistano altre case, costruite secondo architetture differenti.

 

Ed è proprio questo che, per chi vive fuori dallOccidente ed è immerso in culture differenti, può apparire con maggiore evidenza.

 

Non perché quelle culture siano necessariamente migliori.

Non perché offrano risposte più vere.

 

Ma perché esistono.

 

E la loro semplice esistenza è sufficiente a mettere in crisi la pretesa di universalità delle categorie nelle quali siamo cresciuti.

 

È ora necessaria un’ulteriore distinzione.

 

Viaggiare non significa ancora abitare laltrove.

 

Il viaggio, soprattutto quando è breve, consente di incontrare una cultura diversa, osservarne i comportamenti, attraversarne gli spazi, conoscerne alcuni aspetti. Non obbliga però, di per sé, a mettere in discussione le categorie culturali con cui si è partiti.

 

Vivere a lungo allinterno di unaltra cultura è qualcosa di diverso.

Significa confrontarsi quotidianamente con modi differenti di concepire lindividuo, la comunità, lautorità, la famiglia, la religione, il tempo, il dovere, la libertà e persino ciò che chiamiamo realtà.

 

Non si osserva più semplicemente laltro.

In qualche misura, si abita il suo mondo.

 

Ed è la permanenza, più ancora dello spostamento geografico, a produrre lentamente una contaminazione dello sguardo.

 

Le categorie dellaltro non vengono più soltanto conosciute: diventano abbastanza familiari da incrinare l’ovvietà delle nostre.

 

Abitare laltrove non significa soltanto conoscere unaltra cultura: significa vedere diversamente soprattutto la propria.

 

A quel punto non cambiano soltanto le possibili risposte.

 

Cambia il senso stesso delle domande.

 

Chi ha vissuto abbastanza a lungo dentro unaltra cultura non torna semplicemente con una maggiore conoscenza dellaltro.

 

Torna con uno sguardo diverso su ciò da cui era partito.

 

Laltrove diventa un punto di osservazione dal quale è finalmente possibile rivolgere lo sguardo verso casa.

 

La distanza rende visibile ciò che la prossimità nasconde.

 

Lesperienza radicale dellaltrove possiede allora tre movimenti conoscitivi differenti e complementari:

 

- Partire permette di conoscere laltro.

- Abitare laltrove permette di comprenderne la differenza.

- Tornare permette di riconoscere se stessi.

 

Ciò che si avverte maggiormente tornando in Occidente non è tanto lassenza di pluralità al suo interno, che certamente esiste, quanto la difficoltà di rivolgere lo sguardo oltre il proprio recinto culturale.

 

LOccidente discute moltissimo con se stesso.

Molto più raramente riesce a guardarsi da fuori.

 

Forse non possiamo mai liberarci completamente dalla nostra salsa sociale.

 

Anche quando ne usciamo, portiamo inevitabilmente con noi residui della lingua, delleducazione, dei valori e delle categorie attraverso cui abbiamo imparato a interpretare il reale.

 

Ma possiamo contaminarla.

Possiamo assaggiare altre salse.

 

Possiamo riconoscere che ciò che credevamo universale era locale, che ciò che chiamavamo naturale era storico, che ciò che consideravamo necessario era soltanto una delle possibilità.

 

Ed è precisamente in quel momento che il recinto comincia ad aprirsi.

 

Non quando sostituiamo una cultura con unaltra.

Non quando abbandoniamo una verità per adottarne semplicemente unaltra.

 

Ma quando comprendiamo che la nostra verità possiede anchessa una geografia, una storia e un confine.

 

Chi conosce soltanto la propria salsa sociale inevitabilmente la confonde con il mondo.

 

Chi ne ha assaggiate altre può finalmente riconoscerla per ciò che è: una delle infinite possibilità attraverso cui lUomo ha imparato ad abitare il Reale.


Pubblicato il 21 agosto 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer