Quando ho saputo che il Papa aveva scritto un'enciclica sull'Ai ho a tal punto desiderato leggerla che, trovatomi in mano il minuto testo, l'ho praticamente divorato, come si diceva una volta. La mia avidità e il desiderio di sapere cosa il Pontefice aveva scritto mi ha letteralmente travolto.
L'Ai è un argomento che a titolo personale mi coinvolge molto. Chi segue i miei scritti ne avrà apprezzato alcuni argomenti che forse mi stanno identificando rispetto ad altre correnti di pensiero. Poter quindi leggere un testo di così fondamentale importanza su questo tema è stato per me rivoluzionario.
Terminata la prima lettura ho deciso che era immediatamente ora di rileggerlo.
Mi ero sentito come un esploratore durante la prima avida consumazione di pagine. Lette con un impeto fanciullesco. Ma ora percepivo il bisogno di mappare un po' meglio questo "nuovo mondo". Questo microcosmo così vivo di intelligente dinamismo concettuale e filosofico. E allora mi sono autoimposto un ritmo di lettura diverso. Più selettivo. Con delle pause che permettessero alla mia cultura e alle mie idee di creare una sorta di autovalutazione personale. Un discernimento tra quel che pensavo di sapere "prima" e il "dopo".
In questa enciclica il Sommo Pontefice traccia anzitutto un percorso.
Ricco di aneddoti e di riflessioni. Solleva questioni di profondo valore per la storia dell'umanità. Spesso richiamandosi ai precetti già espressi durante il pontificato dei suoi predecessori. Usa parole semplici ma di una semplicità che si fa potenza. Una potenza che diventa eco durante tutta la lettura. Un eco durevole. Bastevole. Sapiente ma non saccente. Istruito ma non imposto. E' un dialogo aperto. Accogliente. Pacifico. Inclusivo. Che ci parla della differenza tra l'edificazione della città di Gerusalemme da parte di Neemia, ebreo al servizio del re Persiano Artaserse, rispetto all'eccesso di velleità invasive e ambiziose che hanno ispirato la torre di Babele.
E' un cammino sul significato evolutivo della Dottrina sociale, del ruolo della Chiesa come custode e nel contempo interprete. Il suo vigilare sul trasformismo umano. Sui pericoli di ogni deriva cui l'uomo si espone. Non da oggi. Da sempre. E' il ritratto di una Casa comune che si amplia. Che cerca di essere munifica e comprensiva di ogni "dove", di ogni "chi" e di ogni "tempo".
Durante questa mia seconda lettura, che è sconfinata nell'apprendimento, ho anche trovato moltissimi articoli, in particolare on line, che citavano l'Enciclica.
E ho pensato che questi commentatori fossero miei fratelli e sorelle in questa ricerca di conoscenza. Di risposte. E anche nella riformulazione delle domande alla luce di un diverso punto di vista.
Ho pertanto accolto con benevolenza il mio stimolo di leggere le altrui considerazioni mentre continuavo la mia (ri)lettura. Però sono stato colto da un profondo senso di smarrimento. E anche di disorientamento. Perchè a un certo punto mi sono dovuto domandare se non fossi io che avevo tratto una percezione diversa dai contenuti dell'Enciclica rispetto a diversi Autori. Oppure, ed il dubbio mi ha sempre più rapito e convinto, che non pochi abbiano scritto a proposito dell'Enciclica senza averla letta. Forse in alcuni casi, limitandosi ad averla "sbocconcellata".
Non riuscivo a trovare quel percorso costruttivo, filo logico e teologico del ragionamento che si fa unicum di intenti e cerca di indagare il significato profondo. la luce orientativa nella tenebra dell'oscurità di ciò che non sappiamo. Persi, nel miraggio delle illusioni. Di quello che pensiamo possa essere. E nell'atroce desiderio di plasmare tutto ciò che vogliamo che sia.
Ho avuto la spiacevole sensazione che non pochi Autori abbiano deciso di cavalcare l'onda del sensazionalismo. Agganciandosi alle parole di Papa Leone, citando la sua enciclica per celebrare il loro individualismo. E che persino il lascito di un Enciclica sia diventato uso e consumo della società social distratta dove tutto è "L'Io". Lo smisurato ego che predomina la volontà di assurgere a giudice, giuria ed esecutore di ogni idea. Senza ammettere il contraddittorio ma burlandosi del tempo altrui per innalzarsi all'altare del proprio desiderio di protagonismo.
Mi sono quindi arreso e ho lasciato perdere. Desistendo dal voler approfondire critici senza parte e gli adulatori più ruffiani. Entrambi hanno vilipeso le parole a proprio piacimento. Orchestrando aggressività e servilismo come se fossero due facce della stessa medaglia.
Salvo pochi che ho potuto apprezzare per la profondità e il coraggio delle proprie riflessioni umane e tecnologiche non ho potuto non pensare che l'eccesso di informazione, se deviata, (argomento su cui peraltro ci sono interessanti spunti proprio nell'Enciclica) porta alla dispersione. Quindi mi sono permesso di elencare una serie di passaggi dell'Enciclica, esclusivamente rivolti all'Ai, che propongo di seguito. E che sono quelli che più di altri hanno stimolato, in me, una riflessione.
Voglio precisare che non sto affermando che io sia allineato con questi contenuti.
Penso che questa tecnologia di frontiera ci ponga di fronte al presupposto innovativo di poter essere tanto concordi quanto in disaccordo. E' una condizione nuova. Un brodo primordiale. Un codice binario elevato alla seconda. Siamo abituati a ghettizzare le nostre opinioni nell'alveo dell'essere "pro o contro", del referendario "si o no". Sempre più simili a delle tifoserie dove come greggi ammaestrati si procede pedissequamente in una direzione o nell'altra. Mentre quel che mi ha trasmesso questa sapiente opera di Leone XIV è stata la possibilità di aprirmi a delle valutazioni. Intime. Personali. Opportune. Irrinunciabili. Inquietanti. Forse persino paradossali. Senza chiedermi di rinunciare alle mie convinzioni.
Quelli che seguono sono i passaggi che più di altri hanno ispirato questa mia tensione emotiva, morale ed etica:
"La dottrina sociale della Chiesa non è un insieme statico di concetti ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell'umanità a una vita piena e giusta. A questa tradizione vivente desidero dunque aggiungere la mia voce, invocando l'aiuto dello Spirito di sapienza che abita il mondo sin dal suo inizio (cfr Pr 8,22-31)".
"Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un "cambiamento d'epoca", in cui - mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse - la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?"
"Edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell'umanità senza considerarli un errore da correggere. Oggi, il desiderio di pienezza dell'essere umano rischia di essere deviato verso mete ingannevoli: l'illusione di una tecnica che promette di liberarci da ogni fragilità o modelli di benessere che "lasciano indietro" interi popoli. Non di rado, riponiamo la speranza in un potenziamento senza limiti, in forme di progresso che possono esacerbare le disuguaglianze, in soluzioni immediate incapaci di sanare le ferite dei popoli. Così, mentre alcuni inseguono la chimera di un autosufficienza illimitata, molti restano privi del necessario. La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura nella sua dignità di ciascuno e sul bene dei popoli".
"Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenuini, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto indichiamo criteri di discernimento - dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa conune, pace - e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazione d'impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace".
"Gaudium et spes ricorda che è "dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perchè la Verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa possa venir presentata in forma più adatta. L'ascolto dei "vari linguaggi" non è mera attenzione sociologica, ma implica un discernimento spirituale nel quale, con l'aiuto dello Spirito, il popolo di Dio riconosce nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto".
"La Chiesa ha progressivamente approfondito la propria Dottrina sociale, facendo maturare nel tempo un patrimonio sapienziale dotato di una coerenza teologica e antropologica radicata nella visione cristiana della persona. Proprio perchè nasce dalla fede e dalla sua intelligenza della realtà questo patrimonio non si traduce in un repertorio di soluzioni tecniche né in un modello da contrapporre ad altri: appartiene a un livello diverso, quello dei principi che orientano la lettura degli avvenimenti e sostengono un'interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano. E' da qui che scaturisce la funzione propria della Dottrina sociale, che non pretende di sostituirsi alla responsabilità della politica e delle istituzioni, ma si offre come sostegno al discernimento comune, aiutando a riconoscere e promuovere ciò che serve alla dignità delle persone, alla vitalità delle comunità e al bene di tutti".
"La verità del Vangelo non si impone dall'alto, ma cresce nel tempo, dentro l'intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. E' una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere. Da qui anche l'immagine del poliedro, una figura dalle molte facce, nelle quali si riflette, da angolature diverse, la stessa verità del Vangelo".
"Il giusto salario vi è presentato come verifica concreta dell'equità dell'intero sistema socio-economico, in quanto mostra se il lavoratore è trattato come persona o come semplice costo di produzione. Il lavoro non è considerato solo un problema da gestire o un mezzo per ottenere reddito, ma un bene fondamentale per la persona, principio dell'attività economica e chiave dell'intera questione sociale. In esso l'essere umano mette in gioco la propria libertà, la propria creatività e la capacità di cooperare, contribuendo all'elevazione culturale e morale della società. Alla luce di ciò le varie forme di precarietà, frammentazione dei percorsi professionali e automazione non possono essere valutate solo in termini di efficienza, ma a partire dalla dignità del lavoratore, dal diritto a una retribuzione sufficiente e dall'effettiva possibilità di partecipare alla vita sociale".
"Per questo il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue. Se lo sviluppo tecnologico procede senza un'adeguata maturazione etica e sociale può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l'umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce".
"Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un architettura sulla quale l'IA “cresce”.
"E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall'interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perchè non abitano l'orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l'umano diventa sapiente".
"Nell'uso personale, tre aspetti, in particolare, devono essere tenuti in debita considerazione: la facilità di ottenere il risultato, l'impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana".
"Decisioni delicate che toccano i lavoro, il credito, l'accesso ai servizi e la reputazione delle persone rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati che non conoscono “la compassione, la misericordia, il perdono e, soprattutto, l'apertura alla speranza di un cambiamento della persona” e possono così produrre nuove forme di scarto".
"E' qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano".
"Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell'adozione dell'IA non significa essere contro il progresso ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana".
"Vorrei infine usare un termine che mi sta a cuore: “disarmare”. Disarmare l'IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. E' la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l'umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perchè chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L'IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale".
"In realtà, assolutizzare una sola dimensione dell'essere umano è sempre sbagliato. Infatti, non è solo la mancanza a generare disordine. Anche ciò che cresce senza misura può diventare una forma di povertà. In un ecosistema, l'armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre; nell'umano, accade lo stesso quando una facoltà pretende di farsi misura di tutto. Così l'intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l'affetto, la volontà, la dedizione e la relazione. Il potere tecnico, se non bilanciato, non ci rende più capaci: ci rende più soli, e più esposti a logiche di dominio e di esclusione. Non si tratta certo di opporsi all'intelligenza, ma di ricordare che essa, quando si ripiega in se stessa, dimentica di essere fatta per servire la vita e la persona umana".
"Alla fine, la domanda decisiva resta quella indicata da San Giovanni Paolo II: l'IA “rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, “più umana? La rende “più degna dell'uomo?”
"La questione è radicale perché, ogni tecnologia educa chi la utilizza. Educare all'uso dell'IA implica quindi educare a decidere quando e per cosa non usarla".
"Dobbiamo educarci a digiunare dall'IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano quando questo è più necessario".
"Oggi l'intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questa porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perchè “mentre l'IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora".
"In questa transizione non basta reagire quando i posti scompaiono, ma occorre governare in anticipo la trasformazione. Una via praticabile consiste anzitutto nel fissare criteri sociali per l'innovazione: ogni introduzione di automazione e di IA dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell'occupazione, di riqualificazione e di partecipazione dei lavoratori, perchè la tecnologia sia orientata a liberare tempo e capacità umane, non a produrre esclusione. In secondo luogo, è necessario che politiche attive rendano accessibili a tutti formazione continua e passaggi professionali, senza scaricare sui singoli l'intero costo dell'adattamento alle trasformazioni. Infine, serve una responsabilità d'impresa che includa la qualità e la dignità del lavoro tra gli indicatori di successo".
"In termini concreti, orientare l'economia alla dignità significa assumere alcuni criteri di azione stabili anche nell'era dell'Ia. Anzitutto, la trasparenza e responsabilità: quando dati e algoritmi incidono su erogazione del credito, selezione del personale, accesso a servizi o opportunità, è necessario che le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo, perchè la persona non sia ridotta a un profilo. In secondo luogo, inclusione e accesso: i benefici dell'innovazione devono essere accompagnati da investimenti in competenze, infrastrutture e servizi essenziali, così la tecnologia non allarghi il divario tra chi ha e chi non ha".