Go down

In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce.
Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri.
Questo è il semplice ed efficace antidoto alla tendenza che la cultura digitale ci impone: costruire ed usare macchine per simulare, imitare e sostituire ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora fare.


L'etnografo francese Leroi-Gourhan, studioso di storia della tecnica, attorno alla metà degli Anni Sessanta del secolo scorso, sostiene che la tecnica è l'essenza stessa della 'ominizzazione', e cioè del sempre più consapevole farsi umani di noi umani. Leroi-Gourhan parla di 'liberazione degli organi': primo esempio è il farsi bipedi, così le mani sono liberate dalla necessità dettata dalla locomozione; parla di macchine come 'organi esteriore' sempre meglio sviluppati: il coltello esternalizza la funzione dei denti, la leva esternalizza la forza del braccio. Fino alle recenti macchine dette 'computer' che esternalizzano la memoria e l'esecuzione dei programmi.

Leroi-Gourhan si mostra così il più fermo sostenitore di una visione evoluzionistica della tecnica. Una visione che parla del progressivo passaggio alla macchina delle doti umane, e che vede come tappa finale l'estinzione del genere umano.

Eppure Leroi-Gourhan conclude il saggio dove più compiutamente sostiene questa tesi -Le gest et la parole1- affermando che l'avvenire, per gli esseri umani, specie obsoleta, ora costretta a convivere con macchine che sfidano gli umani stessi sul piano di ciò che può essere detto 'intelligenza', non consiste né nel rincorrere la macchina, nel nell'ibridarsi con la macchina. Consiste invece nello scegliere di restare – o tornare ad essere- sapiens.

Non serve discutere qui se visione evoluzionistica di Leroi-Gourhan è da ritenere fondata. Non serve nemmeno chiedersi se l'avvento -cinquant'anni dopo il momento in cui Leroi-Gourhan scriveva- della cosiddetta intelligenza artificiale può esser letto come passaggio dell'affermazione della macchina a scapito degli umani. Serve invece ricordare che la stessa visione evoluzionistica, alla luce della conclusione di Leroi-Gourhan, ci riporta alle nostre origini: il tentativo di essere sapiens. Leroi-Gourhan ci ricorda i nostri limiti, ma anche i luoghi dove risiede la nostra forza, la nostra identità. Le nostre radici sono la nostra forza.

Leroi-Gourhan, in fondo, lascia intendere che il destino non è segnato, la macchina non ha vinto; dalle solide radici è possibile discenda una vicenda evolutiva sorprendente. 

Così, ricordando le nostre radici di umani, ricordando anche le sue stesse radici, essendo anch'egli umano, Leroi-Gourhan -forse inconsapevolmente, ma in modo per noi significativo- torna alle sue origini di studioso; torna alle radici della sua ricerca. 

Infatti negli Anni Trenta del secolo scorso Leroi-Gourhan è stato allievo di Marcel Mauss, all'Institut d'Ethnologie e all'École Pratique des Hautes Études.

Di radici culturali dell'essere umano, di origini della tecnica, e di uso umano della tecnica, parla Marcel Mauss, etnologo francese, in una conferenza nel 1934. L'articolo tratto dalla lezione esce nel 1936.2 Il titolo non ha bisogno di molte spiegazioni: Les techniques du corps, le tecniche del corpo.

Turing: macchina al posto dell'umano

1936: è proprio l'anno in cui Turing presenta nell'articolo On Computable numbers3 l'idea di una computing machine. Fino a ben dentro il Ventesimo Secolo computer non voleva dire altro che essere umano che fa di conto, contabile, computista. Turing, invece, immagina un computer-macchina. Macchina affidabile, macchina che non tradisce mai le aspettative: esegue indefettibilmente il proprio programma.

Quando Turing scrive l'articolo ha ventiquattro anni. Giovane solitario, disperato, vive un'infelice condizione esistenziale. Neonato, è privato della vicinanza dei genitori, che risiedono in India. Vive con fatica la propria omosessualità. Ha sedici anni quando il ragazzo che ama muore. Ama la matematica: non un linguaggio per interagire con altri esseri umani, ma un linguaggio per parlare con se stesso, per cercare la propria purezza.

Le carenze umane, vissute sulla propria pelle, nel proprio cuore, nel proprio corpo, motivano la ricerca di un sostituto non umano. Turing vuole, perché ne ha bisogno, dimostrare che una certa macchina può mostrarsi più affidabile dell'essere umano, più degna di stima, e anche di affetto.

"We may hope that machines will eventually compete with men”, “possiamo sperare che le macchine saranno alla fine in grado di competere con gli uomini”, scrive a trentott'anni -quattro anni prima di togliersi la vita- in Computing Machinery and Intelligence.4 I due articoli si completano a vicenda. La macchina è la conscio o inconscia proiezione dei bisogni del proprio creatore.

Turing spera che al suo posto viva una macchina. Una macchina matematica, logico-formale, mentale, cartesiana, leibniziana. Priva di sembianze umane. Priva di identità sessuale, di genere indefinito.

La tecnica, così, appare come la via lungo la quale allontanarsi dal proprio corpo.

La tecnica è innanzitutto servirsi del proprio corpo

Mauss propone la via opposta. “Intendo con la parola tecnica il modo in cui gli esseri umani, società per società, sanno servirsi del loro corpo”. 

Turing spera nella macchina, Leroi-Gourhan ci parla del progressivo allontanamento dello strumento dal corpo dell'essere umano. Mauss ci riporta all'origine della storia, e di ogni nostra possibile differente storia. Questa storia ci offre una chiave di lettura che si rivela del tutto adeguata alla scena che oggi abbia sotto gli occhi: la tecnica è sempre e innanzitutto adoperare il proprio corpo.

Scrive Mauss: “Abbiamo fatto, e io stesso ho fatto per diversi anni, l'errore fondamentale di considerare che ci sia la tecnica solo quando c'è lo strumento”.   

Leroi-Gourhan, trent'anni dopo, parla esplicitamente del trionfo dei computer-macchine. L'evidente fenomeno lo conferma nel vedere un costante e crescente trasferimento di capacità dall'essere umano allo strumento. Finisce così per guardare a quest'ultimo, collocando ai margini della scena l'essere umano.

Ma Leroi-Gourhan torna poi ad interrogarsi sulle sorti dell'essere umano, quando esso vive sulla scena determinata da strumenti e macchine sempre più autonomi e separati da lui. E allora afferma: torniamo a ricordare le radici. Ci spinge quindi a rileggere le pagine di Mauss, suo maestro.

Mauss restituisce la tecnica all'essere umano. Parla di tecniche del corpo.

Il corpo come mezzo tecnico

Il corpo", ci dice Mauss, "è il primo e il più naturale strumento dell'uomo. O più esattamente, senza parlare di strumenti, il primo e il più naturale oggetto tecnico, e allo stesso tempo mezzo tecnico, dell'uomo, è il suo corpo”.

Come usiamo le mani nel lavoro e nel gesticolare. Come camminiamo, come corriamo o marciamo. Come nuotiamo moduliamo la voce nel parlare o nel cantare. E anche: come pensiamo – perché l'approccio etnologico, antropologico di Mauss lascia fuori ogni ipotesi cartesiana, ogni separazione tra mente e corpo: la mente, la capacità intellettiva, fa parte dell'essere umano intero, 'incarnato', 'incorporato'.

In origine, ed in ogni tempo in cui l'essere umano è vissuto, ed ancora oggi nei tempi digitali, separarsi dalla tecnica è separarsi da sé stessi.

La tecnica è in origine, ci dice Mauss, “un atto tradizionale efficace”.

Efficacia: verbo latino efficereex facere, 'far sì'. La tecnica è produzione di effetti. Tradizione: il latino tradere è trans dare. Dare -e la radice indeuropea do- stanno per 'passaggio di possesso'. Quindi: 'dare attraverso'. Consegnare, affidare, rimettere nelle mani, mettere a disposizione. Trasmettere. Tramandare le conoscenze di generazione in generazione.

E' innanzitutto in questo che l'essere umano si distingue dagli animali: per la trasmissione delle sue tecniche, e molto probabilmente per la loro trasmissione orale”.

Subissati, annichiliti dalla presenza di strumenti e di macchine, abbiamo finito per dimenticare che la la tecnica nasce dall'intento umano di compiere atti efficaci. Qualsiasi strumento è frutto di questa intenzione.

Apprendere a compiere gesti efficaci: un'antica arte

Mauss ci invita a tornare alla fonte: al momento in cui l'essere umano -in ogni luogo del pianeta che è giunto ad abitare- apprende a compiere atti efficaci. Atti relativi ad ogni fase e ad ogni aspetto della vita.

In origine, l'essere umano non ha ancora in mano uno strumento. Prima di apprendere ad usare un qualsiasi strumento -un bastone, una pietra-, l'essere umano ha verificato la possibilità di usare il proprio corpo.

La tecnica cessa di essere una astrazione. E cessa di essere lontana, inevitabilmente affidata ad una macchina. Mauss ci invita a concepire una tecnica incarnata. Una tecnica continuamente rinascente nel, dal corpo umano.

In questa ottica, la rivoluzione digitale appare come causa di grave deprivazione: ogni conoscenza umana è appoggiata oggi su un supporto digitale, esterno al corpo umano; ogni atto umano sembra dover transitare oggi attraverso la mediazione di un codice digitale, di un programma. L'homo sapiens non può fare a meno di interrogarsi. Subire passivamente o reagire.

Varie sono tecniche dimenticate, perdute forse per sempre. Tecniche, meglio arti: non dimentichiamo che arte e tecnica sono sinonimi.

Una è ricordata dallo stesso Turing, proprio nell'articolo nel quale cerca di dimostrare come una macchina possa pensare: la percezione extrasensoriale. Telepatia, efficacia dei gesti degli sciamani.

Di natura contigua è un'arte ricordata da Mauss. “Alla base degli stati mistici si trovano tecniche del corpo che in tempi moderni sono state dimenticate, e che furono invece perfettamente studiate nella Cina e nell'India in epoche molto antiche”.

Antiche tradizioni del Taoismo e dello Yoga non a caso tornano alla luce nei tempi digitali, anche in forma occidentalizzate, in parte magari banalizzate. Le tecniche usate per cercare presenza, consapevolezza, mindfulness sono l'esempio più calzante.

Questo ritorno è particolarmente importante: è segno di un risveglio, segno dell'umana intuizione di come di fronte all'incombere di macchine sostitutive serva riscoprire aspetti semidimenticati di sé stesso. Più precisamente: serva riportare alla luce quelle umane caratteristiche che più difficilmente possono essere imitate e simulate tramite una macchina digitale.

Un'arte quasi perduta è certo l'arte della memoria: l'arte di ricordare usando le risorse offerte dal proprio corpo. Significativo è, nel verbo ricordare, il riferimento al cuore: luogo simbolico del corpo umano, sede della sensibilità, dei sentimenti. Sofisticate arti permettevano all'essere umano di conservare conoscenze in una quantità e con una qualità che oggi sembrano definitivamente perdute. L'arte è andata perduta probabilmente, come supponeva Platone, con il sopraggiungere della scrittura: una nuova tecnica che permetteva di affidare la conservazione della conoscenza a un supporto esterno.

L'umano modo di conservare conoscenza

C'è qui una lezione da imparare. L'essere umano si trova di fronte dell'Era Digitale a mezzi dotati di una memoria incommensurabilmente superiore alla memoria umana. La battaglia tra essere umano e macchina è ormai persa. Non potremo mai, in ogni caso, conservare conoscenze così come sa farlo la macchina-computer.

Di ciò consapevoli, abbiamo definitivamente rinunciato a fare esercizio della nostra memoria. Abbiamo accettato di ridurre le nostre capacità cognitive. Abbiamo accettato un futuro in cui umane capacità, non usate, si atrofizzeranno definitivamente. Il nostro stesso corpo è destinato ad una riduzione delle proprie funzioni: gli organi sui quali si appoggia la memoria perderanno il loro motivo di esistere.

Eppure il ricordo umano, lo specifico modo umano di conservare conoscenza, mantiene un proprio valore. E si può presumere che non potrà mai essere del tutto imitato e simulato dalla macchina.

Le tecniche del corpo sono una ricchezza alla quale non ci conviene rinunciare. Sono doti, anzi, che diventano più preziose in un mondo popolato da macchine.

Non si tratta certo ora di rinunciare a tutto ciò che l'uso di strumenti e macchine ci offre. Né si tratta di rimpiangere remoti tempi felici. Si tratta di non dimenticare. Così come il ricordare ci riporta al mondo delle emozioni e degli affetti, il verbo dimenticare ci ammonisce: dementicus è in latino un derivato di demensde, privo di, mens, mente. Ogni essere umano, e poi gli esseri umani riuniti

Si tratta dunque di tornare a sentir viva la tradizione che ci lega agli esseri umani del passato. Si tratta di non guardare solo in avanti, di non vivere auspicando l'arrivo di una nuova macchina alla quale affidarsi. Si tratta di ricordare che ogni sostituzione macchinica di una facoltà umana, è una deprivazione di umanità.

Si tratta di mantener viva la fiducia in sé stessi, nell'essere umano che giorno dopo giorno può imparare a conoscenze di più sé stesso; che può apprendere ad usare in modo più efficace il proprio corpo.

Preferire le macchine a sé stessi

Il grande paradosso che si manifesta nell'Era Digitale è questo: preferiamo le macchine a noi stessi. Invece di porre attenzione al conoscere noi stessi, costruiamo macchine per simulare e imitare ciò che il nostro corpo e la nostra mente sapevano, e in fondo sanno ancora, fare.

Qualsiasi strumento comporta un pericolo: ci porta a dimenticarci del nostro corpo. La comodità dello strumento, ed ormai la consuetudine ad averlo in mano, hanno fatto dimenticare all'essere umano tutto ciò che sa fare - anche senza strumenti.

Secondo vari guru e profeti del digitale siamo entrati in una storia irrimediabilmente nuova; per loro, così come per i loro illustri precursori, come Teilhard du Chardin e Vernadsky, il futuro dell'umanità consiste nel confluire, insieme a macchine divenute a loro modo 'intelligenti', in un indistinto nous -potremmo dire: ogni ente partecipe di una conoscenza disincarnata.

Ma alla fin fine, anche accettando la supposizione di una convergenza tra essere umano e macchina, resta per l'essere umano la possibilità, o anzi: la responsabilità, di portare nel nuovo ente quanto più possibile della propria storia, del proprio modo di essere. La nuova scena digitale, e la presenza di macchine a loro modo agenti, ci spinge ad essere umani, con più coscienza e con più volontà.

Il futuro sta nelle radici

Così possiamo sostenere, con Mauss, e in fondo anche con Leroi-Gourhan, che il futuro dell'umanità, anche e proprio nell'Era Digitale, consiste nel non recidere le proprie radici, nel rammentare in ogni istante le proprie origini, nel restare nella propria specie, nella propria storia.

Solo conservando nell'agire presente memoria delle origini, solo mantenendo vivi i legami con la tradizione l'essere umano può costruire il proprio futuro. Può costruire un futuro per sé stesso e per la propria specie. Siamo ancora, per nostra fortuna, e ci conviene continuare ad essere, quelle stesse persone. Memori del primo momento in cui l'essere umano assunse la posizione eretta e scoprì le potenzialità implicite nella propria mano e nella propria testa.

E' sempre possibile, come mostra Robinson Crusoe, ricominciare daccapo, ripartire dal proprio corpo, dalle proprie mani e dalla propria testa, dalle proprie capacità, inventando nuove tecniche adatte a mondi inizialmente sconosciuti.

Mauss ci riporta alla scena primaria: di fronte ad una esigenza dettata dall'ambiente, di fronte a un bisogno o un desiderio, l'essere umano cerca una soluzione efficace. Non è una scena da collocarsi in tempi ormai remoti. E' anzi, la scena che riviviamo in ogni istante – anche nei tempi digitali. La via che l'essere umano ha conosciuto, la via che gli ha permesso di ri-generarsi, è di affrontare il problema innanzitutto con il proprio corpo, partendo da sé stessi: da ciò che posso pensare, da ciò che ricordo e da ciò che mi hanno tramandato generazioni precedenti, da ciò che posso fare con le mie mani, da ciò che posso condividere con altri esseri umani. Ripartendo ogni volta da sé stesso l'essere umano si mantiene vivo nel presente e garantisce speranze di vita futura a sé stesso ed ai posteri.

In tempi di macchine potenti ed autonome, è auspicabile recuperare la sensazione del momento iniziale, quando, a mani nude, disponendo solo del proprio corpo, l'essere umano intuisce, scopre, inventa, crea, costruisce.


Note

1André Leroi-Gourhan, Le geste et la parole, Tome 1: Technique et Langage, 1964; Tome 2: La mémoire et les rythmes, Albin Michel, 1965.

2Marcel Mauss, "Les techniques du corps", Journal de Psychologie, XXXII, 3-4, 15 mars-15 avril 1936. Communication présentée à la Société de Psychologie le 17 mai 1934.

3A. M. Turing, "On Computable Numbers, with an Application to the Entscheidungsproblem", Proceedings of the London Mathematical Society, Nov. 12,1937 [Received 28 May, 1936, Read 12 Novembr, 1936).

4A. M. Turing, "Computing Machinery and Intelligence", Mind, Vol. 59, No. 236 (Oct., 1950).

Pubblicato il 03 aprile 2025

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

https://www.stultiferanavis.it/gli-autori/francesco