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La positività tossica, per cui tanti falliscono i controlli antidoping del principio di realtà, è una delle cause della crescente atrofia del pensiero critico.

Illudendosi di eliminare forme di negatività e di dolore tramite massicce dosi di buonismo, dimensione molto diversa dalla bontà, gli adepti di questo stato psicologico finiscono per non vedere più l’angoscia degli altri e affogare nel grande mare del narcisismo.

L’auto compiacimento senza attriti non porterà mai all’auto stima ma solo ad uno sterile stato di immaturità.

Vivere non è mai stato, né lo sarà, un’esperienza esclusivamente positiva. Basta pensare a ciò che ci aspetta in fondo. L’autenticità nasce dal riconoscere la propria condizione di Essere per la morte, come sottolineava Heidegger. La fuga dalla morte o dal dolore porta all’inautenticità e ad una vita impersonale.

Chi lo ha deciso? Nessuno. È la vita stessa.

L’umanità si è raccontata che una volta c’era un giardino paradisiaco da cui purtroppo siamo stati cacciati. Probabilmente perché i nostri antenati avevano manifestato quanto troppo umani erano. A parer mio, il paradiso terrestre è stato il primo caso di psicologia positiva.

Viviamo da tempo in un’epoca che esalta il pensiero positivo fine a se stesso. La positività tossica, per cui tanti falliscono i controlli antidoping del principio di realtà, è una delle cause della crescente atrofia del pensiero critico. Illudendosi di eliminare forme di negatività e di dolore tramite massicce dosi di buonismo, dimensione molto diversa dalla bontà, gli adepti di questo stato psicologico finiscono per non vedere più l’angoscia degli altri e affogare nel grande mare del narcisismo. L’auto compiacimento senza attriti non porterà mai all’auto stima ma solo ad uno sterile stato di immaturità.

Aiuta? Usare parole buone, serve davvero a cambiare la realtà oppure serve solo ad illudersi e chiudersi a chiave dentro una prigione asettica dove il pensiero marcisce?

C’è una differenza enorme tra buonismo ed empatia.

E anche tra empatia positiva ed empatia negativa. Ercolino e Fusillo parlano di empatia negativa legata ad espressioni artistiche ma credo possa applicarsi anche alla vita quotidiana:

l’empatia negativa è un’esperienza estetica consistente in un’empatizzazione catartica di personaggi, figure, performance, oggetti, composizioni musicali, edifici e spazi connotati in maniera negativa e seduttiva in modo disturbante, o che evocano una violenza primaria destabilizzante, capaci di innescare una profonda angoscia empatica nel fruitore dell’opera d’arte, di chiedergli insistentemente di intraprendere una riflessione morale, e di spingerlo ad assumere una posizione etica (non sempre determinabile a priori, perché largamente dipendente dalle diverse e soggettive reazioni dei fruitori).

È solo dal perturbante che può nascere una riflessione morale e un pensiero critico che possono aiutare a risolvere le varie sfide e contraddizioni che la vita ci mette davanti.

Ovviamente non aiuta nemmeno sottolineare solamente le negatività. Come quasi tutto è una questione di equilibrio che manca in questo innaturale sbilanciamento nei confronti di una visione edulcorata dell’esistenza.

A farsi un giro in diversi paesi del mondo, si può notare come in alcuni di essi (per una volta non voglio fare nomi) vige un patto di non belligeranza tra gli abitanti perché la cultura di quei luoghi predica l’idea che nelle interazioni fra le persone non è bello parlare di cose brutte. Bisogna sempre mostrare il lato migliore e raccontare agli altri che tutto quello che si fa nella vita è fantastico, meraviglioso, fico, speciale. Raccontare la verità o semplicemente la realtà dei fatti sarebbe percepito come una debolezza. È un positivismo tossico che è francamente insopportabile da digerire ma è anche pericoloso perché abituarsi a questo tipo di pensiero non prepara affatto le persone ad affrontare le situazioni difficili che inevitabilmente ognuno si trova a vivere. L’ottimismo come obbligo sociale e filosofia di vita, poi contraddetti dalle mille paure, le mille ansie e il ricorso ad ogni tipo di terapia, è una grande finzione.

La psicologia positiva, una branca relativamente recente della psicologia, sta capitalizzando moltissimo su tutto questo, facendo adepti ovunque. È sì diversa dal pensiero positivo ma è comunque un approccio preventivo alla realtà: focalizzandoci solo sulle cose positive e belle e su una rappresentazione fittizia dell’autostima (perché anche i sassi dei fiumi sanno che essa si crea nel confronto con il trauma) essa insegna che quando poi la botta arriva, la si può assorbire facilmente con un ampio sorriso.

Byung-Chul Han la presenta in questo modo:

Fa sí che ognuno si tenga occupato solo con sé stesso, con la propria psiche, invece di indagare criticamente le questioni sociali. La sofferenza, della quale sarebbe responsabile la società, viene privatizzata e psicologizzata. Le condizioni da migliorare non sono sociali, bensí psichiche. Lo slancio verso un’ottimizzazione dell’anima, che in realtà costringe a un adeguamento ai rapporti di dominio, vela i malcostumi  sociali. Cosí la psicologia positiva sigilla la fine della rivoluzione. A salire sul palco non sono i rivoluzionari, bensí i trainer motivazionali che impediscono il diffondersi del malumore o anche della rabbia.

Insomma la psicologia positiva è, secondo me, un modo di tenere le persone su una mongolfiera alimentata da gas autoreferenziali.

Come si fa ad indagare gli aspetti positivi dell’esperienza umana, come la felicità, la gratitudine, la resilienza e il significato della vita, senza contrapporli ai loro opposti? È corretto rileggere il proprio vissuto alla luce della positività ma non nascondendo il dolore nello sgabuzzino. Altrimenti detto non si dovrebbe esaminare la propria esistenza né con troppa positività né con troppa negatività ma solamente con gli occhi della sincerità.

Come si può credere che allenare la mente all’attitudine positiva, possa favorire una graduale ma sostanziale trasformazione percettiva della realtà circostante? Per essere preciso, posso arrivare a credere che la percezione possa sì cambiare ma rimane, appunto, una percezione che non cambierà mai la sostanza del fatto o dell’emozione con cui abbiamo a che a fare. Anzi, ritengo che adoperando questo approccio, la frustrazione sia doppia perché finita la percezione, emerge naturalmente tutta la spinosità della situazione negativa e se non si è preparati ad affrontarla, si finisce per impasticcarsi di medicine o di fantasie, che poi è quello che succede esattamente nei paesi di cui sopra. Il tutto mi fa pensare a quegli atleti che prima di una gara, oltre alla visualizzazione e alla mentalizzazione, si riempiono di autostimolanti incitamenti positivi, credendo fermamente che faranno una differenza nella prestazione. Salvo poi, nel caso di un fallimento, mostrare tutta la rabbia o delusione, oppure, per mantenere la maschera di positività, fare finta di nulla. La prestazione nasce dalla consapevolezza di ciò che si è e certamente dalla voglia di superarsi, ma solo quando il superamento corrisponde al proprio potenziale reale e non ipotetico. Il che significa anche l’accettazione del limite.

Il punto è che il sé si sviluppa non ascoltando lo stesso ritornello all’infinito bensì attraversando le incerte melodie della quotidianità.

La speranza nasce dal superamento dell’angoscia e non dal suo distanziamento.  Il sé non è misurabile ma è un processo, e, come tale, è un continuo cambiamento legato al suo raccontarsi. Raccontare se stessi ha significato solo nella coerenza della narrazione.

La psicologia positiva è responsabile di riempire di cera le orecchie dei loro adepti per non fargli sentire il canto delle sirene. Ad esempio, essa si pone tra i tanti obiettivi, quello di far superare l’ansia ma, conoscendo personalmente psicologi positivi e i loro pazienti, posso dirvi che sono tra le persone più ansiose che conosca. Diciamola tutta: l’ansia è quella cosa che arriva a chi si rifiuta di accettare che nella realtà esistono le tagliole che possono intrappolare. Senza capire il bene che deriva dall’ imparare ad aprirle per liberarsi. Raccontarsi le favole, ignorando che a volte le favole finiscono male, non è positivo!!

Inoltre questa psicologia e la sua visione accentuano di parecchio il focus su se stessi, promuovendo un narcisismo non necessario, invece di adoperarsi per il bene degli altri e di chi ha veramente bisogno. Il suo cieco ottimismo poi annulla il pensiero critico ovvero l’abilità di interpretare la realtà in tutta la sua complessità, senza operare censure, omissioni o nascondimenti.

Aumentare le emozioni positive senza una vera comprensione di quelle negative come può portare alla felicità? Più ci si ostina a essere contenti, più aumentano i rischi di infelicità. La felicità è semplicemente un’imboscata inaspettata. Non può essere il prodotto o la conseguenza di qualcosa.

Alla fine dei salmi qui non si tratta di ottimismo o di pessimismo, cosa di cui ad esempio vengo spesso accusato. Ossia di avere una visione cupa della realtà. Dissento da questa semplificazione e ribatto che io abito nel mezzo tra quelle due pulsioni. Abito il realismo, il che mi fa essere ottimista nel dolore e pessimista nel buonismo fine a se stesso.

Si tratta di ritornare ad un lucido realismo attraverso l’utilizzo di una riflessione critica di sé stessi e del mondo intorno.

In ultima analisi, questa positività tossica, per quanto paradossale possa sembrare, è il motivo per cui gli individui sono meno gentili e attenti agli altri e più indifferenti. Concentrarsi esclusivamente su se stessi e relegare il dolore ad un rumore di fondo porta infatti a fare mancare l’accesso all’angoscia dell’altro e al desiderio di prendersene cura.

Pubblicato il 12 aprile 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/