Viviamo nel tempo in cui l’urgenza è la regola: tutto deve essere risolto, corretto, affrontato subito.
La cultura dominante, fondata sull’idea di progresso, controllo e volontà, suggerisce che ogni problema debba avere una soluzione, e che ogni soluzione debba essere cercata attraverso l’intervento diretto.
L’essere umano si convince che la misura del proprio valore stia nella capacità di intervenire, nella volontà di piegare la realtà alla propria idea di soluzione.
Agire.
Intervenire.
Correggere.
Risolvere.
Questa mentalità, apparentemente virtuosa, nasconde tuttavia una forma sottile di hybris antropologica: la convinzione implicita che ogni evento debba necessariamente piegarsi alla volontà umana.
Eppure l’esperienza dell’esistenza mostra continuamente il contrario.
Molte situazioni della vita non richiedono azione ma decompressione, non intervento ma distanza, non controllo ma sospensione.
Qui emerge una saggezza antica che la modernità ha in parte dimenticato: la capacità di distinguere quando agire e quando lasciare che gli eventi seguano il loro corso.
Nei testi attribuiti a Lao Tse (fondatore del Taoismo), questo principio prende il nome di wu wei: non è una passività indolente, ma un modo di operare che non forza la realtà.
Il modello simbolico è l’acqua.
L’acqua non combatte gli ostacoli.
Li aggira.
Li consuma lentamente.
Oppure semplicemente si ferma.
Non oppone rigidità al mondo ma adattabilità, e proprio per questo possiede una forza che la durezza non ha.
Quando incontra una diga si arresta;
quando la diga cede, riprende a scorrere.
In un recipiente quadrato diventa quadrata.
In uno tondo diventa rotonda.
L’acqua è compatta e rimane sempre uguale a sé stessa, a differenza del legno, la pietra o qualsiasi altro materiale che può essere suddiviso in pezzi.
Può riempire qualsiasi contenitore, assumere qualsiasi forma, andare dovunque, anche nei buchi più piccoli.
La sua forza non consiste nello scontro, nella frattura, ma nella persistenza silenziosa.
Trasposto nella vita moderna, questo insegnamento suggerisce qualcosa di controintuitivo: non tutti gli eventi devono essere risolti.
Alcuni devono essere attraversati.
Altri devono essere attesi.
Altri ancora lasciati semplicemente dissolvere nel tempo.
La maturità esistenziale non consiste quindi solo nella capacità di affrontare i problemi, ma anche nel saper disinnescare gli eventi, sottraendo loro l’energia del conflitto.
Molti conflitti umani, personali, professionali, politici, si alimentano infatti proprio attraverso la volontà di risolverli immediatamente.
L’intervento precipitoso, anziché sciogliere la tensione, la irrigidisce.
In questi casi la non-azione non è rinuncia, ma strategia di dissoluzione.
Lasciare scorrere non significa arrendersi alla realtà, ma riconoscere che alcuni processi possiedono una loro inerzia naturale che l’intervento umano rischia solo di disturbare.
La modernità ci spinge a vedere ogni problema come un nemico da combattere.
La saggezza dell’acqua ci ricorda invece che la vita spesso si piega meglio al mondo quando impariamo a non piegarla noi stessi.
La vera potenza, allora, non è nel conflitto, ma nella capacità di adattarsi, di persistere con calma.
La forza più grande non sempre si mostra nel fare, ma spesso nel saper lasciar fluire.
È la stessa intuizione che attraversa anche lo Stoicismo, dove Epitteto distingue tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi.
Ma forse il passo ulteriore consiste nel comprendere qualcosa di ancora più sostanziale:
non solo esistono cose che non possiamo controllare, ma esistono anche cose che non è utile voler controllare.
La saggezza pratica nasce proprio da questa discriminazione.
Agire quando l’azione è necessaria.
E sapersi ritirare quando l’azione diventerebbe solo una forma di resistenza sterile.
Come l’acqua.
Essa non conquista il mondo con la forza, ma con la continuità del suo scorrere.
E proprio per questo, alla lunga, anche la roccia più dura finisce per cedere.
Macte Animo !
Guido Tahra
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