Quando Marshall McLuhan, ne “Gli strumenti del comunicare” del 1964, affermava che “il mezzo è il messaggio”, forse presagiva alcuni dei nodi critici del dibattito sociale degli ultimi anni. Non è da escludere che egli, più o meno consapevolmente, alludesse al potenziale di quella che potremmo definire una sostituzione etica, un nucleo insito nelle tecnologie in generale e sicuramente in quelle che promettevano, con la comunicazione di massa, di trasformare radicalmente le nostre esistenze.
Marshall McLuhan, ne “Gli strumenti del comunicare” del 1964, affermava che “il mezzo è il messaggio”, forse presagiva alcuni dei nodi critici del dibattito sociale degli ultimi anni
Questo concetto diventa ancora più autoesplicativo con l’impatto che tecnologie come l’Intelligenza Artificiale stanno determinando in vasti settori della società e del lavoro. L’IA, infatti, ha reso centrale, e con rinnovata forza, anche il tema di che cosa significhi Intelligenza, riconfigurando in maniera nuova questo problema essenzialmente filosofico. Assumendo pacificamente l’esistenza e la cooperazione di forme diverse di intelligenza, infatti, non vi è dubbio che siamo di fronte ad un superamento dei tradizionali approcci all’intelligenza umana, individuale e collettiva, e ad un clamoroso allargamento dei confini di un campo che è, peraltro, sempre in continua definizione. Un bellissimo manifesto dell’ambivalenza dell’intelligenza e dell’attività della riflessione è il brano Io rifletto dei Casino Royale (CRX, Polygram Italia, 1997), una colonna portante dell’hip hop italiano. Nel testo, infatti, si richiama il doppio volto dell’attività di pensiero come riflessione sul mondo “esterno” e su di sé. Il pensiero, quindi, può avere senso solo nella misura in cui, partendo da sé, esce e torna in sé, riassumendo interiormente tutto ciò che c’è e assumendosi la responsabilità delle manifestazioni del mondo “esterno” e dei mondi “altri”.
Un bellissimo manifesto dell’ambivalenza dell’intelligenza e dell’attività della riflessione è il brano Io rifletto dei Casino Royale, una colonna portante dell’hip hop italiano
Che l’intelligenza come comunemente la si intende sia in realtà una trappola disumanizzante lo comprese (termine non casuale), fra gli altri, Carmelo Bene, il quale ci ha suggerito che l’intelligenza, questa tensione alla comprensione, sia in realtà un tentativo assai misero, destinato al naufragio. Ascoltare oggi l’opinione di Carmelo Bene sull’IA sarebbe davvero interessante: egli, infatti, nella sua critica al teatro tradizionale, quello del detto, e alla conoscenza “razionalizzata”, certamente voleva ammonirci sui rischi dell’immiserimento del gioco “domanda/risposta” e “stimolo/risposta” che tanta parte sembra avere giocato nella fase Transumanista, oggi apparsa in modo manifesto.
Carmelo Bene ci ha suggerito che l’intelligenza, questa tensione alla comprensione, sia in realtà un tentativo assai misero
Questo conato dell’uomo raziocinante, infatti, sembra destinato non solo a fallire l’obiettivo di una comprensione della realtà (sempre che questa operazione sia ammissibile) ma è destinato letteralmente a produrre mostri, inabissando l’uomo nella mediocrità di una eterna parafrasi dell’esistente. Al coronamento di questo processo sembra quasi collocarsi, come esito naturale, quella che potremmo definire una Fenomenologia della Parafrasi, che vede coinvolti diversi attori. Fra questi, certamente l’IA riveste un ruolo fondamentale. In altre parole, possiamo cogliere nell’Intelligenza Artificiale, almeno sul piano concettuale, l’epifania della stupidità dell’intelligenza vista unicamente come calcolo, razionalizzazione, spiegazione nell’immediato e per l’immediato.
Al coronamento di questo processo sembra quasi collocarsi, come esito naturale, quella che potremmo definire una Fenomenologia della Parafrasi
Nel contesto di questa dittatura della (in)comprensione, che riduce con tragiche conseguenze anche i sentimenti a domande all’IA, sembra collocarsi d’altro canto anche il proliferare di influencer e figure che, spesso e da punti di vista diversi, agendo da promotori di quelli che potremmo definire con Marc Augè nonluoghi, si propongono di ridurre la conoscenza e la complessità alla digeribilità che plasma attraverso il contenitore molto più che attraverso i contenuti, consacrando in maniera forse irreversibile il passaggio epistemico dall’utilizzatore all’utilizzato. Se dunque siamo di fronte ad una crisi, per molti aspetti, dell’intelligenza e dell’intelligente, non meno affascinante risulta essere anche la provocazione che l’IA oppone alla intelligenza di tipo illuminista, la forma cioè che l’uomo contemporaneo tende (purtroppo e con molti limiti) spesso a sentire come la più congeniale: in questo contesto, un confronto tra intelletto kantiano e IA risulta quanto mai interessante.
Un confronto tra intelletto kantiano e IA risulta quanto mai interessante
Per un curioso paradosso, l’Intelligenza Artificiale sembra smontare, in maniera forse definitiva, la mitologia (probabilmente infetta) della neutralità della tecnologia. D’altro canto, essa riconverte anche la riflessione in direzione di una valorizzazione, sempre più essenziale, dell’elemento umano della conoscenza, visto come intuizione, spiritualità, (in)comprensione, meditazione, sentire. Un luogo più abitato, in realtà, dal silenzio che dalla parola raziocinante, un luogo in cui captare è infinitamente più importante che “pensare”. Una forza capace di rendere il pensiero svincolato dal piano meramente fisico, materialista e meccanico, come ci ricorda Rudolf Steiner. Una via, inoltre, anche per liberarsi dalla servitù determinata dallo strapotere del significato come “sasso in bocca al significante”, secondo la metafora lacaniana astratta da de Saussure.
Per un curioso paradosso, l’Intelligenza Artificiale sembra smontare, in maniera forse definitiva, la mitologia (probabilmente infetta) della neutralità della tecnologia
La sfida posta dall’Intelligenza Artificiale è, quindi, anche quella di emancipare l’intelligenza dall’inferno del calcolo e del controllo, per restituirla, attraverso il purgatorio del ritorno all’umano, alla sua piena realizzazione, quella dell’unione nel Paradiso dell’intelligenza autentica delle cose, l’unione cioè tra pensante, pensare e pensato.