In un post di qualche tempo fa scrivevo: “
[...] ci avviamo verso una scuola in cui gli insegnanti dovranno trasformarsi da ‘cacciatori di errori’ da emendare a ‘cultori dell’imperfezione’: l’errore non sarà più visto come qualcosa di ‘orribile’ che va assolutamente corretto, ma come un segno prezioso di ‘umanità’. Insomma, passeremo da insegnanti che vorranno avere non degli studenti che pensano, creano e scrivono come macchine, ma degli esseri umani che mettono nei loro prodotti la loro umanità imperfetta. Una rivoluzione copernicana!”
L'imperfezione come valore
Per decenni abbiamo costruito sistemi educativi che premiavano la perfezione: il tema senza errori, la parafrasi impeccabile, l'argomentazione priva di punti deboli. La perfezione era un traguardo raro, difficile, umano nel senso nobile del termine. Richiedeva fatica, revisione, padronanza.
L'AI ha reso la perfezione banale. Disponibile, istantanea, gratuita. Un testo ortograficamente corretto, sintatticamente fluido, argomentato senza sbavature è ora alla portata di chiunque abbia un browser. La conseguenza non è ovvia: questo non significa che la perfezione sia diventata meno importante. Significa che ha perso il suo valore segnaletico. Non dice più niente di te.
Eppure, proprio mentre l'AI abbassa il costo della perfezione, noi tendiamo a usarla per inseguirla ancora più ossessivamente. Sottoponiamo i nostri testi alla macchina per trovare incongruenze, debolezze, buchi logici. Vogliamo uscire inattaccabili.
Mi è venuto in mente Galileo Galilei che mostra a un sistema di analisi argomentativa la sua lettera a don Benedetto Castelli. Il modello individua le premesse non dimostrate, i salti inferenziali, i passaggi in cui il ragionamento si appoggia più sulla retorica che sulla logica o sui fatti. Galilei, prudente, la rivede. La lima. La rende coerente. La rende, forse, molto meno pericolosa e molto meno viva.
Se così fosse stato, oggi, non avremmo questo piccolo tesoro di arguzia e intelligenza.
L'imperfezione non è semplicemente una mancanza. È una traccia. Un testo imperfetto mostra come chi scrive pensa davvero: dove si inceppa, dove accelera, dove lascia cadere un'idea perché non riesce ancora a formalizzarla, ma la sente. Un'argomentazione zoppicante dice qualcosa che un'argomentazione perfetta non può dire: dice che stai ragionando sul serio, che non hai ancora risolto tutto, che sei in movimento.
C'è una distinzione che vale la pena fare. Esistono imperfezioni parassitarie, quelle che derivano dalla pigrizia, dalla mancanza di cura, dall'indifferenza verso il risultato. E esistono imperfezioni produttive, quelle che derivano dal fatto che stai pensando qualcosa che ancora non sai dire bene. Le seconde sono preziose. Sono la forma visibile del pensiero che cresce.
Insegnare ai ragazzi a distinguere le due è forse uno dei compiti più urgenti che l'AI ci consegna. Dovremmo forse imparare a chiedere ai nostri studenti non il testo formalmente perfetto, ma l’autenticità di ciò che vogliono comunicare e lo sforzo di farlo al meglio delle loro possibilità.
Non per accontentarsi di argomentazioni abborracciate e frettolose, ma cercando di accompagnarli nello sforzo del pensiero in gestazione, mostrando dove l’argomento si inceppa, dove si può migliorare. Non pretendere il ‘capolavoro’, ma abituarli al prodotto imperfetto, abbozzato, ma autentico.
Vale lo stesso per l'ignoranza. Abbiamo costruito culture scolastiche in cui non sapere era imbarazzante, da nascondere, da compensare. Il risultato è stato che abbiamo insegnato a simulare la competenza, a coprire i vuoti con la fluenza. L'AI, che sa tutto o finge di saperlo, porta questa patologia al suo estremo logico.
Se invece accettassimo che non sapere qualcosa è normale, che ogni conoscenza reale ha margini, lacune, zone di incertezza, diventeremmo più onesti. Meno inclini a barare. Più capaci di dire: non lo so, ma ecco cosa riesco a pensarci.
Insomma, il testo autentico non è il testo perfetto. È il testo che parla di chi lo ha scritto. Mostra come quella persona ragiona, cosa le sta a cuore, dove si blocca e perché. Ha il timbro di una voce. La perfezione sta diventando ‘impersonale’. Si assomiglia tutta. E come di tutte le cose di cui c’è abbondanza, alla fine perde valore.
Questo non è un elogio della sciatteria. È un invito a spostare il criterio: dalla correttezza formale all'autenticità del pensiero. Dalla perfezione del prodotto alla qualità del processo che lo ha generato.
Il compito che abbiamo di fronte, come insegnanti, come lettori, come persone che ragionano (e lo dico, prima che agli altri, ta me stesso), è imparare a riconoscere il valore di un'intuizione abbozzata, di un argomento difettoso di una elaborazione concettuale approssimativa, di un'affermazione non ancora supportata adeguatamente, di una scrittura faticosa, che incespica sulle parole e sulle frasi e, perciò, autenticamente ‘imperfetta’.