L'intelligenza artificiale non è una novità degli ultimi anni. Esiste da decenni, e gli algoritmi guidano già buona parte delle nostre giornate senza che ce ne accorgiamo. Chi dice che siamo l'ultima generazione senza AI sbaglia il punto di partenza. Il punto vero è un altro: siamo tra le ultime generazioni adulte ad avere un ricordo nitido di un mondo in cui non era normale poter chiedere qualcosa a una macchina e ricevere una risposta plausibilmente intelligente.
È una distinzione sottile ma decisiva. Per un ragazzo di dieci anni, tra pochi anni sarà semplicemente come funziona il mondo: chiedere spiegazioni a un'AI invece di cercarle da solo, creare un'immagine descrivendola a voce, parlare con personaggi artificiali, avere un tutor personale disponibile a qualsiasi ora, vedere software prendere forma senza che nessuno scriva una riga di codice in senso classico, affidare piccoli compiti ad agenti che agiscono da soli, incontrare macchine fisiche capaci di vedere, ascoltare e intervenire nell'ambiente. Nessuna di queste cose gli sembrerà intelligenza artificiale. Gli sembrerà normalità.
Il passaggio che regge tutto il resto
C'è stato un momento in cui Internet era un luogo in cui si andava. Si diceva "mi collego a Internet", come si direbbe "vado in biblioteca" o "prendo il treno". Oggi quella frase fa quasi sorridere. Nessuno si collega più a Internet: ci si vive dentro, in modo permanente, senza pensarci.
Con l'intelligenza artificiale sta per succedere la stessa cosa. Oggi diciamo ancora "ho chiesto a ChatGPT", come se fosse un gesto separato dal resto della giornata. Tra qualche anno quella frase suonerà datata quanto "mi sono collegato a Internet": non perché smetteremo di usare l'AI, ma perché smetterà di essere un'azione distinta da nominare. Sarà lo sfondo.
La vera cesura generazionale, allora, non passerà tra chi usa l'AI e chi non la usa, useremo sempre più spesso sistemi che la incorporano senza nemmeno percepirla come uno strumento separato. Passerà tra chi ricorda com'era vivere prima che questa presenza diventasse normale e chi crescerà senza quel termine di paragone.
Un vecchio argomento, con un protagonista nuovo
Ogni grande tecnologia della conoscenza ha portato con sé il timore di perdere qualcosa. È accaduto con la scrittura, con la stampa, con la televisione, poi con Internet. Alcuni di quei timori si sono rivelati esagerati, altri hanno colto trasformazioni reali. Questo dovrebbe renderci cauti sia con il catastrofismo sia con l'idea opposta, che ogni preoccupazione sia soltanto paura del nuovo.
Il caso più istruttivo è anche il più antico. Nel Fedro, Platone racconta il mito di Theuth, l'inventore della scrittura, e del re Thamus. Theuth presenta la sua invenzione come un rimedio per la memoria e per la sapienza. Thamus gli risponde che produrrà l'effetto opposto: gli uomini, affidandosi a segni esterni, eserciteranno meno la memoria e rischieranno di possedere l'apparenza della sapienza più che la sapienza stessa. La somiglianza con alcune paure di oggi è difficile da ignorare, ed è proprio il fatto che un argomento simile abbia più di duemila anni a suggerire prudenza prima di dichiarare che una nuova tecnologia ci renderà inevitabilmente meno capaci.
Ma poche righe dopo, Socrate osserva qualcosa di altrettanto interessante. Una pagina scritta può sembrare quasi viva, dice, eppure se le rivolgi una domanda non può fare altro che ripetere ciò che contiene, sempre nello stesso modo. È qui che il parallelo con l'intelligenza artificiale si interrompe.
Esternalizzare funzioni cognitive è una pratica antica, non un'invenzione dell'era dell'AI. Gli psicologi lo chiamano cognitive offloading: usiamo azioni, oggetti e strumenti esterni per ridurre il carico dei nostri processi mentali, dalla calcolatrice al promemoria sullo smartphone. Già nel 2011 uno studio pubblicato su Science aveva mostrato il cosiddetto effetto Google: quando ci si aspetta di poter recuperare in seguito un'informazione, si tende a ricordare meno l'informazione stessa e meglio dove trovarla. Abbiamo sempre delegato all'esterno una parte della memoria. Il problema interessante, quindi, non è se lo facciamo, ma cosa deleghiamo.
Vale la pena però tenere ferma una differenza. La scrittura ha esternalizzato una parte della nostra memoria: ciò che prima dovevamo ricordare poteva essere conservato fuori di noi e recuperato in seguito. L'intelligenza artificiale, invece, entra nel processo con cui un pensiero viene prodotto, non si limita a conservarne il risultato. Le facciamo una domanda e risponde; la contestiamo e riformula, propone, corregge, argomenta, a volte suggerisce persino quale domanda fare dopo. Non è la prima volta che deleghiamo una funzione cognitiva a uno strumento. È forse la prima volta che quello strumento assume anche il ruolo dell'interlocutore.
Non è nostalgia, è un termine di paragone
Il mondo di prima non era migliore. Cercare un'informazione senza poterla chiedere direttamente era spesso solo tempo perso. Scrivere una pagina partendo dal foglio bianco non aveva nulla di sacro. Imparare qualcosa senza un tutor disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro era semplicemente un limite tecnico.
Ma ricordare quel mondo ha comunque un valore, perché ci dà un termine di paragone che chi verrà dopo non avrà. Sappiamo cosa significava tradurre personalmente un'idea in istruzioni formali per farla eseguire da un computer. Sappiamo cosa significava restare bloccati su un problema senza nessuno a cui chiederlo subito. Questo non ci rende migliori di chi crescerà senza quell'esperienza. Ci mette però nella posizione, forse unica, di poter distinguere due tipi di fatica molto diverse tra loro: quella che era solo attrito inutile, e quella che invece era parte del processo attraverso cui imparavamo davvero qualcosa.
È questa distinzione, più della memoria in sé, il punto su cui vale la pena fermarsi. Non conta tanto poter dire ai ragazzi "ai miei tempi", conta chiedersi quale fatica possiamo finalmente eliminare e quale fatica non dovremmo eliminare perché era proprio lì che si imparava.
La ricerca comincia a mostrare quanto questa differenza sia concreta, non solo intuitiva. In un esperimento su quasi mille studenti delle superiori, l'accesso a GPT-4 durante esercizi di matematica migliorava nettamente i risultati mentre lo strumento era disponibile. Ma quando l'AI veniva tolta, gli studenti che avevano usato liberamente il modello ottenevano risultati peggiori di chi non l'aveva mai avuto a disposizione. L'effetto negativo si riduceva invece quando l'AI era progettata come un tutor, capace di guidare senza consegnare subito la soluzione.
Fare meglio un esercizio mentre si usa l'AI e imparare qualcosa svolgendolo non sono la stessa cosa. E la differenza sembra dipendere non solo da quanto usiamo lo strumento, ma da come lo usiamo e da come è progettato.
Nella programmazione, per esempio, chi non deve più scrivere cinquanta righe di codice ripetitivo non ha perso granché: ha eliminato attrito. Ma se non deve più capire perché quel codice non funziona, lì qualcosa cambia davvero. Vale anche per la scrittura: correggere dieci refusi è attrito, decidere cosa si vuole realmente sostenere è pensiero. Confondere le due cose porta a difendere la fatica sbagliata, o a eliminare quella giusta. La questione, allora, non è quanta fatica l'AI possa risparmiarci. È capire quale fatica possiamo permetterci di perdere.
La domanda che resta
A questo punto la domanda educativa non può più essere "come facciamo a far crescere i ragazzi come siamo cresciuti noi". È una domanda impossibile, e probabilmente non sarebbe nemmeno desiderabile realizzarla. La domanda che ha senso porsi è un'altra: cosa del mondo precedente vale la pena portare con noi. La capacità di dubitare di una risposta anche quando arriva con sicurezza. Saper cercare, non solo saper chiedere. Tollerare di non avere subito una soluzione. Costruire qualcosa senza delegarne immediatamente la parte difficile. Distinguere ciò che sappiamo perché abbiamo attraversato il percorso necessario a capirlo da ciò che sappiamo soltanto perché abbiamo ricevuto una risposta, magari con grande fluidità, da una macchina.
Essere l'ultima generazione che ricorda il mondo prima dell'AI non ci dà il diritto di decidere come dovrà essere quello che viene dopo. Ci dà però la responsabilità di raccontare, con precisione e senza rimpianto, che un'alternativa è esistita.