La corruzione è spesso descritta come una deviazione patologica del potere, una malattia della politica o delle istituzioni.
Una narrazione rassicurante, perché consente di confinare il problema in una minoranza deviata, preservando l’illusione di un ordine sano.
Eppure questa lettura è, nella sua essenza, incompleta.
Esiste un parallelo più scomodo e meno frequentato: quello tra corruzione e prostituzione.
A prima vista, le due pratiche sembrano appartenere a piani distinti:
una riguarda il corpo, l’altra il potere; una è storicamente marginalizzata, l’altra si annida nei vertici delle strutture sociali.
Ma questa distinzione è, in larga parte, fenomenologica. Superficiale.
Ciò che le unisce è una struttura più profonda e meno visibile:
la mercificazione di ciò che, per sua natura, dovrebbe restare sottratto allo scambio.
La prostituzione non è soltanto la vendita del corpo.
È la conversione dell’intimità in funzione, dell’identità in prestazione, del limite in contratto.
La corruzione non è soltanto la vendita di una decisione.
È la conversione della responsabilità in merce, della funzione pubblica in vantaggio privato, del ruolo in opportunità economica.
In entrambe, ciò che viene ceduto non è un semplice bene esterno, ma una dimensione costitutiva dell’essere:
il corpo, nel primo caso;
la coscienza operativa, il giudizio, l’integrità funzionale, nel secondo.
È per questo che la distinzione morale tra le due appare, a uno sguardo più profondo, meno solida di quanto si voglia credere.
La prima è stata stigmatizzata e nominata come “il mestiere più antico del mondo”, inscritta in una narrazione di marginalità e necessità.
La seconda, pur essendo altrettanto antica, ha spesso assunto forme più sofisticate, mimetiche, talvolta perfino sistemiche.
Ma…
Se la prostituzione espone il corpo al mercato, la corruzione espone al mercato il principio stesso dell’ordine collettivo.
Ed è qui che il parallelo si rovescia in qualcosa di più inquietante.
Perché entrambe non sono semplicemente deviazioni individuali:
sono possibilità strutturali dell’essere umano.
E, se è un’illusione pensare di poter eliminare la prostituzione,
lo è allo stesso modo credere di poter estirpare la corruzione.
Non perché siano giuste, ma perché entrambe affondano nella stessa radice:
un essere umano orientato, prima di tutto, alla ricerca del proprio beneficio.
Esse rivelano dunque una verità meno consolante:
l’essere umano non è guidato primariamente da un principio morale stabile, ma da una costante negoziazione tra limite e vantaggio.
La morale, in questa prospettiva, non appare come un fondamento,
ma come una condizione situazionale, spesso dipendente dal contesto, dal rischio e dalla convenienza.
Ne deriva che la distinzione tra “onesti” e “disonesti” perde la sua rigidità ontologica.
Non esistono categorie fisse, ma gradienti latenti.
La maggioranza degli individui si percepisce, e spesso si definisce, come onesta.
Ma questa onestà, nella maggior parte dei casi, non è stata realmente testata.
Resta sospesa in uno stato potenziale, non verificato.
Finché il costo della deviazione è alto,
finché il rischio è concreto,
finché la perdita supera il guadagno,
l’integrità resiste.
Ma quando l’occasione si presenta nella sua forma più seducente:
vantaggio elevato, rischio minimo, impunità probabile;
allora ciò che emerge non è una trasformazione improvvisa, ma una rivelazione.
Per questo il noto adagio “l’occasione fa l’uomo ladro” contiene solo una verità parziale.
L’occasione non crea la deviazione: la rende possibile.
In questo senso, prostituzione e corruzione non sono anomalie da isolare,
ma manifestazioni coerenti di una fragilità più ampia:
la disponibilità dell’essere umano a oltrepassare i propri limiti quando il beneficio percepito supera la resistenza interna.
Qui emerge il volto più autentico, e meno celebrato, dell’essere umano:
non un essere guidato da principi incrollabili,
ma un essere in costante equilibrio instabile tra desiderio, paura e opportunità.
Un equilibrio che si rompe, spesso, non per mancanza di valori dichiarati,
ma per eccesso di convenienza.
Ai romantici resta però la speranza che si possa realizzare in futuro un mondo “per bene”. Ma la speranza… non è altro che la forma più elegante dell’illusione.
Macte Animo !
Guido Tahra
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