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Racconto


La memoria di Adelaide non trovava più la via del ritorno. Diletta, sua figlia, sedeva ai piedi del letto, guardando le mani della madre anziana muoversi nel vuoto: un cucito invisibile, un rammendo fatto di sola aria e ostinazione. Non c’era più filo nell'ago da anni, eppure il gesto restava. Era un’eredità di muscoli e di nervi, un ritmo che batteva nel sangue, come un’ossessione. "Vedi?" diceva Adelaide, senza rivolgersi a Diletta: "La vita è un rovescio di ricamo. Davanti sembra tutto un disegno pulito, ma dietro è un groviglio di nodi e fili tagliati". E questo ritornello, ormai un po' sbiascicato, Adelaide lo ripeteva riportandolo così come lo aveva sentito in gioventù, da sua madre, forse anche da sua nonna. E ora era il suo turno per declamarlo; così era il turno di Diletta per ascoltarlo, e riascoltarlo, e prenderne atto. Anche di non poterne più.

Diletta sentiva il peso, o per meglio dire l'angoscia, di quel compito: imparare ad essere madre di sua madre.

Essere madre della propria madre è un’anomalia, un corto circuito della natura. E Diletta per questo si sentiva bruciare sotto la pelle, senza che il fuoco divenisse fiammella vitale. Quel ribaltamento di ruoli le dava una stanchezza che partiva dalle ossa e risaliva fino agli occhi. Ogni volta che Adelaide ripeteva la litania del ricamo, Diletta sentiva il bisogno fisico di aprire una finestra, di far entrare un vento capace di spazzare via quell'odore di lavanda vecchia e polvere di ricordi.

​"Mamma, smettila!", avrebbe voluto gridare. "Il disegno è finito. Non c’è più stoffa, non c’è più trama!".

Ma le parole le morivano in gola, soffocate da quella pietà che è più crudele della rabbia.

"Diventare madre di tua madre significa imparare a camminare all'indietro fino alle origini", pensò Diletta così, tutto d'un tratto. Poi si ripete queste parole, le scrisse persino per non dimenticarle. Non ne vedeva il senso. Eppure, le aveva pronunciate lei, dentro di sè, o forse in lei avevano preso forma, autonomamente.

​All’improvviso, la mano di Adelaide si fermò a mezz'aria. L’ago fantasma rimase sospeso, un punto interrogativo d'acciaio immaginario. La madrefiglia volse il capo verso la figliamadre, e la sua fronte si increspò, come in un momento di grande, accorata, concentrazione.

​"Hai fatto il nodo, Diletta?", chiese con una lucidità improvvisa che tagliò l'aria come una lama. Diletta sussultò di stupore e commozione. Balbettò in risposta un'altra domanda: "Quale nodo, mamma?".

​"Quello per non scivolare via", reagì pronta Adelaide: "Se non chiudi il punto ad ogni ricamo compiuto, si sfila, perdi tutte le fatiche fatte. E non sai più trovarti".

Diletta sentì che il dolore sordo dei suoi cinquant’anni poteva attingere ancora tanto sollievo dalla fragilità e dalla saggezza di quella madre anziana che rammendava l'invisibile, anche quando poteva sembrare irrimediabile. Quella madre che le stava ricordando di aver cura, prima di tutto, di se stessa.

Diletta prese la mano di Adelaide, che aveva ricominciato a ricamare la tela immaginaria, di nuovo col suo sguardo destinato al vuoto e, invece di fermarla, la accompagnò nel gesto. Cucirono insieme per un po', da quel giorno, e per altri giorni ancora. Quel tempo le accompagnò mentre creavano i nuovi ricordi da custodire nella loro memoria condivisa dei gesti d'amore.


Pubblicato il 24 aprile 2026

Anna Salzano

Anna Salzano / Psicoterapeuta e Scrittrice

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