Eglantina: rosa canina, un fiore selvatico, la madre di tutte le altre rose.
Chissà se mia madre conosceva l’origine del nome, oppure ha voluto darmelo per il suono dolce che assume nella nostra lingua meticcia.
Sono nata sulle rive del grande fiume, in una casa piccola e buia, senza vetri alle finestre. Dopo di me, altri sette figli, tre femmine e cinque maschi.
Dopo aver concepito l’ultimo figlio mio padre è uscito dalla nostra vita, quasi non ne conservo il ricordo: mia madre mi ha detto che era pescatore, pescava i granchi lasciati sulle spiagge dalla marea, i grossi pesci nel fiume. Un giorno è partito per andare a lavorare nei cantieri della città, e non è più tornato.Mia madre ci ha cresciuto da sola: al mattino dopo aver preparato la colazione partiva per andare a cuocere gamberi nel ristorante sulla riva opposta del fiume, io ho cominciato presto a prendermi cura dei miei fratelli.Li aiutavo a vestirsi, li accompagnavo a scuola nella missione cattolica del villaggio, cuocevo il riso per la cena. Quando la mamma tornava a casa con una cesta di pesce profumato preparavo la tavola, riempivo i piatti. Dopo l’aiutavo a riordinare.
Ero con i miei fratelli quando ti ho incontrato per la prima volta: Jorge, il più piccolo, giocava nel fango davanti alle acque ferme, in un’ansa del nostro fiume, io seguivo nel cielo le nuvole che viaggiavano veloci. Un tonfo, mi sono voltata e ho visto Jorge galleggiare a faccia in giù, la corrente lo allontanava dalla riva. Ho chiamato gli altri, sono entrata nel fiume ma non riuscivo a raggiungerlo: è stato allora che ti ho invocato, Yemanjà, regina delle acque.
Rumore di frasche, una barca tra le mangrovie: due uomini hanno allungato un grosso ramo nell’acqua, e tirato a riva il bambino, lo hanno aiutato a respirare. Quando l’ho sentito tossire, ho capito che mi avevi ascoltata, e che in cambio avrei dovuto dedicarmi a te.
Mia madre mi aveva battezzato nella chiesa cattolica, ho imparato a leggere sui libri del Vangelo, ho frequentato la casa di Nagò e gli altri terreiros. Ho capito presto che avevo il dono.Il prete cattolico mi ha dato la sua benedizione, la rettrice della casa mi ha insegnato a cantare e a danzare per convocare le presenze, a preparare i riti, a pregare da sola nella stanza dei segreti dove nessun altro può entrare.
Sono diventata donna presto, mi piaceva andare alle feste, ballare al ritmo della musica.E’ stato alla processione per l’incoronazione dell’Imperatrice che ho incontrato mio marito, suonava il tamburo nella banda.Da lontano lo guardavo muoversi, sembrava danzare, alto ed elegante nell’abito bianco.Dopo la festa l’ho seguito, calore delle sue braccia intorno alla vita, odore buono della sua pelle: ci siamo amati nel prato dietro la chiesa, ci siamo sposati dopo poche settimane.Dopo le nozze lui ha continuato a suonare nella banda, a coltivare l’orto nella missione cattolica, a pulire le strade intorno alla chiesa.Io ho cominciato a guidare le danze, ho pregato e pregato, ti ho chiesto il dono della fecondità.
Ho partorito sei figli, due li ho perduti alla nascita, ai tre maschi ho insegnato la religione, la femmina l’ho portata sempre con me, perché dovrà sostituirmi quando sarà il momento.
Un giorno mio marito è tornato a casa con la febbre; è venuto il medico della missione, è venuto anche il prete cattolico. Con le altre donne ho preparato le erbe per curarlo, ma troppo presto tutto è finito, ora vado a pregare sulla sua tomba nel nostro piccolo cimitero.
Dopo è arrivato Julio, appena più giovane di me, bello e dolce, non mi ha potuto amare. Aveva amato molti uomini sulle strade di Rio, ora il suo amore si chiamava Juvenal e viveva nel villaggio vicino, ma lo aveva lasciato per un ragazzo venuto da lontano.Julio aveva bisogno di una casa, io di una persona con cui parlare condividere il cibo e la preghiera, fumare alla sera dopo la cena, nel cortile della nostra casa. Julio è ancora con me, e so che quando non ci sarò più avrà cura dei figli più giovani.
Sono vecchia, sento il peso degli anni, i miei occhi non vedono bene come prima, e quando danzo alla fine del rito mi manca il respiro. Ormai mia figlia mi sostituisce sempre più spesso a casa Nagò, la casa non ha più bisogno di me.Questa sera abbiamo danzato per l’elevazione del mastro, c’era tutto il villaggio intorno al palo di legno scrostato, ho sentito arrivare gli schiavi, frusciare le catene che a quel palo li avevano legati.E’ arrivata la pioggia, abbiamo distribuiti i dolci ai bambini. Mia figlia ha suonato il tamburo, ha fatto danzare le donne.Quando tutti sono andati via è arrivata la voce che io sola posso sentire.
Ho ascoltato il richiamo, Yemanjà, è l’ora, vengo a cercarti.
Sono in spiaggia, la marea sale, l’acqua tiepida schiuma intorno alle gambe: nel cielo c’è la luna piena, alzo lo sguardo. Arrivano gli Orishà, come sempre li sento, e ora finalmente li vedo: scendono a gruppi verso il mare con le ali tese come uccelli Guarà che cercano il nido, si posano in cerchio, mi aspettano.
Sono pronta. Apri le tue braccia, madre delle acque, vengo da te.