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La dichiarazione di Mark Carney: Viviamo un momento di rottura, non di transizione, il vecchio ordine mondiale non ritornerà, questa è l’ora in cui le medie potenze devono unirsi, perché se non ci sediamo noi attorno ad un tavolo finiremo nel menu.

Lo slogan di Filoponìa: La società libera dall’economia e l’economia libera dal debito.

C’è, fra Carney e Filoponìa, un ideale punto d’incontro?


Lo spiraglio 

All’apparenza il punto d’incontro sembrerebbe esserci, o almeno uno spiraglio.

Tuttavia, andando più a fondo sulla dichiarazione di Mark Carney - Carlo Mazzucchelli ce ne offre qui la versione ufficiale e completa - sembra che anche lo spiraglio si chiuda.

Da una parte la storia personale di Carney, fra banche, finanza e multinazionali, lo colloca in quella centralità dell’economia che Filoponìa cessa, sostituendovi il vero limite: quello naturale dell’Ambiente (qui l’iperbignamino del modello filoponico). Dall’altra parte il testo integrale, così impregnato della sua storia personale e assertivo su Coalizione dei Volenterosi, NATO e spesa militare, definisce e riafferma questa appartenenza senza lasciare né dubbi né spiragli. 

E, spostando lo sguardo sul dibattito a Davos, troviamo due importanti posizioni critiche rispetto alla dichiarazione di Carney e certamente non in una direzione filoponica: la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde e Ngozi Okonjo-Iweala, direttrice generale dell'Organizzazione mondiale del commercio, hanno sottolineato la capacità del mondo di superare le tempeste e l'importanza della dipendenza reciproca

Il mare color dell’ipocrisia 

Giunti a questo punto della navigazione, il faro posto all’accesso dello spiraglio è sparito nella fitta nebbia delle forti dichiarazioni sia d’orgoglio, sebbene nel consueto solco (Carney), sia della propaganda, volta a rassicurare (Lagarde e Okonjo-Iweala). Ed eccoci a navigare nel mare color dell’ipocrisia: un po’ come quando osanniamo la democrazia ateniese scordandoci che in assenza di suffragio universale si può avere, al massimo, un’oligarchia più allargata.

Questo, a mio parere, è il fosco orizzonte, a prua come a poppa.

Eppure, Filoponìa al timone tiene salda la rotta, marosi o bonacce che siano, verso la società libera dall’economia e l’economia libera dal debito. 

I tre punti 

Senza addentrarmi nei tecnicismi del modello (è in preparazione il libro), mi limito, attraverso scarne citazioni riferite allo spirito di Filoponìa, ai tre punti utili a capire se Mark Carney sia o no filoponico (o, meglio: se possa o meno divenirlo): autodeterminazione, crestomazia e floridezza. 

Autodeterminazione 

L’autodeterminazione, cioè la libertà sia nelle scelte sia nel disporre di sé, in Filoponìa salpa da quella economica per attraccare all’umanità nel suo complesso: autodeterminazione per le persone come per le loro organizzazioni, famiglie, associazioni, aziende e fino agli Stati. 

Riguardo, infine, alle nazioni, l’autodeterminazione ha come conseguenza la dedenarizzazione, data dall’insussistenza delle riserve valutarie (come anche auree o di altra natura), e, quindi, l’internazionalizzazione sostenibile fra Stati a pari dignità e senza sottomissioni di uno all’altro, e questo perché le emancipa dall’economia, e dai suoi vincoli finanziari, nonché dalla parte di geopolitica a lei correlata, liberando la politica da un fardello nefasto che l’ha finora accompagnata; e, volendolo - ed è, a nostro avviso, necessario volerlo -, permettendo anche un nuovo status giuridico da Bene Comune collettivo per le risorse naturali. 

Crestomazia 

Al termine di questo capitolo, ci pare necessario fare chiarezza sulla non ideologizzazione di Filoponìa, sebbene fin dall’Introduzione si dichiari: gli ingredienti non possono che essere quelli già presenti oggi (lo Stato è più efficiente del mercato nella produzione dei servizi essenziali e il mercato è più efficiente dello Stato nella produzione delle merci; mentre lo spiritualismo è più efficiente di entrambi nella cura delle anime); Filoponìa, allora, altro non è che una crestomazia economica, il cui esito, però, non è l’appartenere a un modello o all’altro bensì una nuova ricomposizione dei tasselli, cementati fra loro dal capitale diffuso, la vera novità filoponica nonché malta opposta a quella del capitale da accumulazione (e in ciò risiede la profonda alterità di Filoponìa). Dal socialismo, l’uguaglianza e la centralità della collettività; dal mercato, la capacità di organizzazione della produzione e distribuzione dei beni e la libertà dell’agire economico delle persone; dall’Ecologismo, il rispetto assoluto dell’ambiente. Cui il capitale diffuso aggiunge l’autodeterminazione, sia dei popoli sia delle singole persone. 

Floridezza 

[…] la forte differenza con l’economia attuale data dal modello filoponico, che ha caratteristiche per poter essere una fiorente economia sebbene stazionaria o decrescente. 

Il focus vecchio come il mondo 

Il focus della dichiarazione di Carney è vecchio come il mondo: l’imperialismo/colonialismo.

Non vi sono, nelle sue parole, critiche al modello attuale; piuttosto, vi è una manifesta insofferenza verso la sudditanza. Però, perché proprio ora questa insofferenza? In fondo, Lagarde e Okonjo-Iweala non hanno tutti i torti (vedendo il mondo dal loro punto di vista, che poi è lo stesso di Carney): come sostenuto da Adam Posen su Foreign Affairs a settembre dello scorso anno, gli Stati Uniti hanno garantito in questi decenni la sicurezza, in tutti i termini, dei mercati e degli investimenti. Il modello post bellico nato dalla Seconda Guerra Mondiale, infatti, ha costruito un impianto normativo ultranazionale (Bretton Woods, ONU e via dicendo) che conferisce all’economia poteri illimitati ma nel rispetto delle sovranità nazionali; in altre parole, spostando il potere dalle armi ai soldi, e al dollaro in particolare. 

Ma l’attuale presidenza di Trump ha rotto l’equilibrio, gettandosi armi in pugno sul petrolio venezuelano, curdo e, forse prossimamente, iraniano; sulle terre rare e i metalli strategici in generale; sulle posizioni strategiche (sebbene nel caso della Groenlandia la strategicità sembri più un paravento, al pari, per esempio, della lotta contro la droga, che la reale realtà). Riportando così la sudditanza in antitesi alla sovranità nazionale. 

La salda rotta 

Ecco, allora, il sussulto d’orgoglio di Mark Carney; che, però, non va al di là del sussulto; mentre Filoponìa si spinge oltre: è questo, forse, un oltre che può divenire comune?

Analizzando la proposta filoponica - e mi scuso di non addentrarmi maggiormente -, credo di sì: schiena diritta, dignità, etica e amore per la propria patria echeggiano troppo lontani, o, meglio, vuoti, se non si radicano nell’autodeterminazione economica. 

Quella che in Filoponìa si sostituisce, come motore dell’economia, al sistema del credito/debito: ed è proprio questa la frattura profonda con Carney. Eppure e in senso fortemente distensivo, un altro passo - […] l’intera Filoponìa, e in particolare i capitoli Fare impresa e Spezzare le catene, accorda garanzie a entrambi i poli del dualismo (e offre, nel contempo, a quell’1%, oggi correttamente al centro delle critiche, il mantenimento della ricchezza, pur adattandola alle nuove regole, e la sacralità del perdono: per poter essere profondamente a sé stante la nuova società deve nascere senza il peccato originale che rivalse, vendette e ritorsioni costituirebbero) - indica la rotta per la convergenza. 

La pace 

Vi sono momenti della Storia in cui un elemento assume predominanza e oscura temporaneamente le altre, pur gravissime, criticità; l’uso imperialistico della forza militare, diretta o indiretta, costituisce l’elemento dell’oggi; e la dichiarazione di Mark Carney, allora, non sembra essere unicamente la solita scaramuccia economica: può essere letta anche come la presa di coscienza di trovarci in un tale momento della Storia. 

Ecco, dunque, l’esigenza di pace divenire l’aspetto apicale e terribilmente urgente della società e dell’umana convivenza: c’è l’assoluta necessità di abbassare i toni, anche grazie a parole e pratiche pacifiche. Filoponìa è esattamente questo: parole e pratiche di pace; lo è nel testo filoponico, che parla espressamente di serenità ai vari livelli e compreso quello delle relazioni sociali, e lo è specificamente nella proposta per la sua affermazione e adozione, attraverso una deliberazione sociale, in altre parole grazie al buonsenso della cittadinanza per l’impegno nell’evoluzione: Filoponìa, infatti, esce dallo schema della lotta fra differenti componenti sociali e si rivolge all’umanità e non solo a una parte di essa, come avviene, invece, con il capitalismo e il socialismo (e nonostante le differenze evidenti). 

La pace - intesa come concetto assoluto e non relativo (quello che accetta le guerre locali o l’esportazione dei valori democratici o uno dei tanti altri nomi della guerra) - può essere il punto d’incontro, il terreno comune. Questa pace assoluta, infatti, è in simbiotico mutualismo con l’autodeterminazione: ov'è l'una v’è l'altra.

Purché il faro, la cui luce, costì giunti, ha finalmente squarciato la fitta nebbia, sia il bene dell’umanità. 

Ambiente, mercato e uguaglianza 

Filoponìa, infatti, è stata pensata e scritta per unire, non per opporre: si tratta di un modello che veda, alfine!, la serena coesistenza di ambiente, mercato e uguaglianza, i tre elementi da sempre in conflitto; ne sono conferma i sette referaggi; fra i quali spiccano quello ecologico per l’ambiente, quello manageriale per il fare impresa e, per concludere la triade, quello socialista per l’uguaglianza.

Gli elementi d’incontro sono tutti quelli fin qui elencati: abbastanza per provare a salpare verso il bene dell’umanità: come le grandi navigazioni d’un tempo, stavolta però alla ricerca dell’eumanità (neologistica crasi fra eu- e umanità: una nuova umanità improntata al bene). 

Cuba e la sperimentazione filoponica 

Eppure un modello è sì salpare ma non è sufficiente, trattandosi di teoria. Essa, infatti, necessita assolutamente di una fase di sperimentazione, cioè d’un’iniziale navigazione esplorativa, prima di giungere a pieno titolo al tavolo sul futuro.

Se finora i cambiamenti radicali e repentini sono sempre avvenuti per conquista o rivoluzione, ovvero tramite momenti cruenti, la sperimentazione filoponica è evento straordinario, nel suo senso strettamente etimologico: simile cambiamento avviene per ricerca scientifica. 

Gli otto anni filoponici mi hanno visto impegnato sia nel prosieguo del mio indagare sia nella ricerca di una sua sperimentazione: con il modello oggi pronto a venire sperimentato e con una cinquantina di presentazioni effettuate; ma anche con, a suo tempo, la proposta a David Sassoli di una sperimentazione all’interno della UE. 

E Cuba, che da subito ha visto Filoponìa, lo scorso gennaio ha proposto di redigere un progetto di sperimentazione filoponica che, il 16 dicembre 2025, ha ottenuto l’approvazione di ANEC, in attesa della definitiva approvazione del MINCEX, Ministerio del Comercio Exterior y la Inversión Extranjera; passaggio su cui la guerra caraibica di Trump - ed ecco conclusa questa nostra circumnavigazione del globo da Carney a Filoponìa, almeno per quanto riguarda l’insofferenza verso quanto è in corso oggi - sta negativamente interferendo, in termini di emergenze e di percezione d’instabilità. 

Ovviamente, come sempre accade con la lettura, che sia un saggio o un romanzo, ciascheduno legge con i propri occhi: un cubano convinto socialista, perdipiù Eroe della Repubblica, di Filoponìa rimarca l’uguaglianza, come sottolineato dal suo referaggio socialista; mentre un capitalista potrebbe soffermarsi maggiormente sul seguente passo: Per esempio, quale imprenditore non sarebbe disposto a operare entro questi limiti [quelli ambientali] avendo come contropartita la serenità dei propri dipendenti (reddito di autodeterminazione), la libera creatività (nessuna necessità di capitale proprio o in prestito), un mercato stabile (di nuovo, reddito di autodeterminazione), la certezza degli incassi (nessun passaggio di denaro ma solo registrazioni contabili) e l’intero reddito nella disponibilità aziendale (abolizione sia del debito sia della tassazione)? E, soprattutto, l’evidenza di contribuire alla preservazione dell’ambiente, di fare la propria parte e di ricavarne un guadagno lecito, etico e mostrabile

Sebbene datato rispetto all’evoluzione del modello filoponico, su Jus Semper ne scrissi: lo segnalo a uso di chi desideri ulteriori informazioni. 

Il punto d’incontro 

Esso esiste certamente sia in termini di insofferenza, ed è a livello globale, sia nella consapevolezza che Viviamo un momento di rottura, non di transizione, il vecchio ordine mondiale non ritornerà; rimane, tuttavia, l’apparente divergenza sulle rotte da solcare.

Più apparente che reale, però. Si legge, infatti, Filoponìa è una società ugualitaria pur senza essere un’economia socialista, Filoponìa è una società del fare impresa pur senza essere un’economia capitalista: Filoponìa è la società dell’antropizzazione sostenibile, ambientalmente economicamente e socialmente.

È su questo concetto di antropizzazione sostenibile che il punto d’incontro può essere trovato: la transizione è per deliberazione sociale e, come abbiamo visto, abbastanza rosea anche per chi, come Carney, appartiene alla centralità dell’economia. 

Ma non solo: il modello filoponico offre una reale autodeterminazione anche agli Stati; e lo fa non come correttivo dell’attuale modello, dunque con un intervento dal quale sarebbe sempre possibile recedere (esattamente come l’insofferenza di Carney scaturisce dall’unilaterale recesso dal diritto internazionale), bensì come elemento basilare a sostituzione del paradigma nel quale l’umanità vive, e ha vissuto per quasi 20.000 anni, senza mai né correggerlo né recedervi; e nel quale, essendo la scrittura più giovane di millenni, l’intero pensiero umano conosciuto, dalla poesia all’economia, si è sviluppato. 

Può darsi, allora, che la lettura di un capo di Stato preoccupato d’un orizzonte di sudditanza per la sua nazione, qual è Mark Carney, si soffermi e valuti positivamente la filoponica autodeterminazione degli Stati. 

Conclusioni 

Le questioni che ne derivano sono se l’umanità vorrà accogliere questa via a sé stante; se le indicazioni qui contenute abbiano la forza evocatrice per proporre questa deliberazione e far accettare la sperimentazione del modello; non vi sono risposte certe e precise: rimane, allora, solo l’impegno a diffondere il più possibile Filoponìa.

Per certo proverò, in qualche maniera, a sottoporre, come feci a suo tempo con Cuba, Filoponìa a Mark Carney, forte della possibile convergenza: non so se sarà un approdo sicuro o un porto nemico; ma vale la pena tentare: l’eumanità è ancora lontana e necessita di qualsivoglia appoggio.


Pubblicato il 26 gennaio 2026