Avevo dodici anni e assorbivo parole come oggi molti ragazzi assorbono gag, video e canzoni.
Poi passano gli anni.
I ricordi sbiadiscono. Non soltanto quelli delle esperienze vissute, ma anche quelli custoditi nei tantissimi libri letti.
Alcuni, però, non scompaiono davvero.
Rimangono ai margini della memoria, silenziosi, in attesa.
E un giorno riaffiorano.
Insieme a loro riaffiora anche il desiderio di ritrovare quelle pagine, di riascoltare quelle voci, di rivivere le emozioni che avevano lasciato dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
È quello che mi è accaduto oggi.
Una parola pronunciata quasi per caso — cumparàticu — ha aperto una porta rimasta chiusa per quasi sessant'anni.
Ricordavo soltanto pochi frammenti.
Una parola.
Una filastrocca imparata alle scuole medie:
"Junciutu strittu nun poi scappari..."
E l'immagine di due ragazzi che stringevano un patto di amicizia destinato a durare per sempre.
Non ricordavo il titolo del racconto. Non ricordavo l'autore. Non ricordavo nemmeno il nome dei protagonisti.
Sembrava uno di quei ricordi destinati a rimanere incompleti.
Così, insieme all'intelligenza artificiale, è iniziata una vera ricerca filologica.
Ogni dettaglio che riaffiorava diventava un indizio: il rito del comparatico, il ragazzo del Nord in vacanza in Sicilia, la partenza, una promessa.
A un certo punto sono emersi due nomi che hanno fatto vibrare qualcosa nella mia memoria: Vuturo e Italo.
Da lì siamo arrivati al libro.
Il racconto era tratto da Sicilia buona di Giuseppe Ernesto Nuccio, pubblicato da Paravia nel 1952.
Per quasi sessant'anni quel libro era rimasto nascosto in un angolo della mia memoria.
In quel momento ho capito una cosa.
L'intelligenza artificiale non mi aveva dato un ricordo.
Il ricordo era sempre stato dentro di me. Mi aveva semplicemente aiutata a ritrovarlo.
E io mi sono commossa.
Il cuore ha vibrato come le ali di una farfalla quando si posa su un fiore e ne raccoglie il nettare.
Forse è proprio questo l'uso più bello e più consapevole della tecnologia.
Non sostituire la memoria.
Non pensare al posto nostro.
Ma accompagnarci, con pazienza, mentre percorriamo la strada che ci riporta a ciò che siamo stati.
Perché, a volte, la più grande scoperta non è trovare un'informazione.
È ritrovare una parte di sé.
Se vi capiterà di trovarlo, leggetelo.
Parla di promesse che la distanza non cancella, di legami che il tempo non tradisce e di un'amicizia che trova il suo epilogo più alto nella generosità e nel sacrificio, nella lontana terra d'Africa.