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Andy Clark vs Federico Faggin: le differenze tra umano e artificiale

Che cos’è la mente? Un insieme di processi che coinvolgono cervello, corpo e ambiente, oppure qualcosa di più profondo che nessuna macchina potrà mai riprodurre? L’intelligenza artificiale è un partner evolutivo, capace di ampliare le nostre capacità cognitive, o resta un sistema privo di comprensione autentica? Che cosa distingue davvero l’essere umano da una macchina intelligente?


Andy Clark parte da un’osservazione concreta. Quando prendiamo appunti, utilizziamo uno smartphone o seguiamo le indicazioni di un navigatore, il nostro pensiero si appoggia già a strumenti esterni. La mente, secondo questa prospettiva, non è confinata nella testa, ma funziona come un sistema aperto che include corpo, linguaggio, tecnologie e ambiente. L’intelligenza artificiale, in questo quadro, non è un’entità separata né un avversario, ma una possibile estensione delle nostre capacità. L’essere umano è da sempre predisposto a pensare insieme agli oggetti che crea.

Federico Faggin guarda alla stessa realtà da un punto di vista opposto. Le macchine possono calcolare, simulare comportamenti, riconoscere schemi complessi. Ma non fanno esperienza. Non provano emozioni, non hanno consapevolezza, non sanno cosa significhi assumersi una responsabilità. Per Faggin la coscienza non nasce dalla complessità degli algoritmi o dei circuiti, ma è un elemento primario, che precede la materia e le dà significato. Un computer può imitare l’agire umano, ma non può diventare umano.

Questo confronto non è solo teorico, ha conseguenze dirette sul modo in cui viviamo il rapporto con la tecnologia. Se seguiamo Clark, siamo chiamati a interrogarci su quanta parte del nostro pensiero stiamo già delegando alle macchine e su come governare questa estensione senza diventarne dipendenti. Se seguiamo Faggin, dobbiamo invece chiederci che cosa rischiamo di perdere quando riduciamo l’intelligenza a una prestazione misurabile e l’umano a una funzione.

Forse la risposta non sta nello scegliere chi abbia ragione. La mente può davvero estendersi nel mondo, come suggerisce Clark. Ma la coscienza, intesa come esperienza soggettiva, senso e responsabilità, resta qualcosa che le macchine non riescono a spiegare fino in fondo. È in questo scarto, oggi, che passa la differenza tra umano e artificiale.


1. L’origine della coscienza

Una delle grandi divisioni del pensiero contemporaneo riguarda l’origine della coscienza. Per una parte della scienza cognitiva, la coscienza è il risultato della complessità del cervello: emerge quando i processi neurali raggiungono un certo livello di organizzazione. Per altri, invece, la coscienza non è un effetto secondario della materia, ma una dimensione fondamentale della realtà.

Federico Faggin si colloca nettamente in questa seconda prospettiva. Secondo Faggin, non esiste alcun meccanismo fisico capace di trasformare segnali elettrici in esperienza vissuta. I qualia, cioè le sensazioni soggettive, non possono essere spiegati come semplici effetti del calcolo o dell’elaborazione dell’informazione. La coscienza, nella sua visione, è un fenomeno primario e irriducibile, che precede la materia e ne costituisce il fondamento. Da qui l’ipotesi delle Unità di Consapevolezza, entità non riducibili alla fisica classica, che opererebbero secondo principi ancora in gran parte sconosciuti, spesso ricondotti a un orizzonte quantistico.

Andy Clark adotta un approccio diverso. Pur riconoscendo che la coscienza rimane un problema aperto, Clark sposta l’attenzione su come funziona il sistema cognitivo nel suo insieme. La sua prospettiva è di tipo funzionalista. Ciò che conta non è postulare un’essenza speciale, ma capire come cervello, corpo e ambiente si coordinano per produrre comportamento intelligente. Clark diffida dell’idea che serva una componente misteriosa o extra-fisica per spiegare la mente. Preferisce osservare i meccanismi attraverso cui l’organizzazione dei processi cognitivi genera capacità di previsione, adattamento e azione nel mondo.

La distanza tra le due posizioni è evidente. Per Faggin, la coscienza viene prima della materia e non può essere spiegata a partire da essa. Per Clark, invece, la mente è il risultato di una particolare configurazione organizzativa, senza bisogno di ipotesi ontologiche forti. Esiste però anche un punto di contatto, entrambi riconoscono che la fisica e il materialismo tradizionali non sono sufficienti a rendere conto dell’esperienza umana nella sua interezza.

Resta allora una domanda di fondo, tutt’altro che astratta. Se la coscienza fosse davvero un fenomeno irriducibile, quale spazio rimarrebbe per una spiegazione puramente meccanica del nostro modo di pensare e di agire?

2. Il computer e l’AI

Possiamo costruire una macchina cosciente o l’intelligenza artificiale resterà sempre una simulazione del pensiero?

Per Federico Faggin un computer, per quanto avanzato, non potrà mai essere cosciente. Le macchine operano attraverso il calcolo e la manipolazione di simboli, seguendo regole formali. Possono elaborare enormi quantità di dati e riconoscere schemi complessi, ma non comprendono ciò che fanno. La comprensione, per Faggin, richiede esperienza soggettiva, intenzionalità, consapevolezza. Tutte dimensioni che non nascono dalla combinazione di bit né dall’aumento della potenza di calcolo. L’AI, in questa prospettiva, resta un’imitazione sofisticata della realtà, non un soggetto che la vive.

Andy Clark adotta un punto di vista diverso. Non si chiede se le macchine possano diventare coscienti come gli esseri umani, ma che ruolo abbiano già nel nostro modo di pensare. L’essere umano, sostiene Clark, è biologicamente predisposto a integrare strumenti esterni nei propri processi cognitivi. Scrittura, numeri, mappe, computer e oggi sistemi di AI sono estensioni della mente. In questo senso l’intelligenza artificiale non è un’entità concorrente, ma un partner cognitivo. Delegare alcuni compiti alle macchine permette di liberare tempo e risorse mentali per attività più riflessive, creative o relazionali.

La distanza tra le due posizioni è evidente. Faggin teme che attribuire alle macchine uno statuto simile a quello umano finisca per impoverire l’idea stessa di umanità, riducendola a una funzione computabile. Clark, al contrario, vede nella tecnologia un’opportunità di espansione delle capacità cognitive, a patto di non confondere l’uso degli strumenti con la rinuncia al pensiero.

Su un punto, però, entrambi convergono. Delegare senza consapevolezza è un rischio. Se l’AI diventa un sostituto del giudizio umano invece che un supporto, il problema non è la macchina, ma il modo in cui scegliamo di usarla. Un’intelligenza priva di esperienza, emozioni e responsabilità può davvero essere considerata superiore a quella umana?

3. Il corpo

Una delle differenze più profonde tra umano e artificiale riguarda il corpo. Dove si trova davvero il nostro sé? Coincide con il corpo fisico oppure può andare oltre, spostarsi, estendersi?

Per Federico Faggin il corpo non è il centro dell’identità. È uno strumento necessario per agire nel mondo materiale, una sorta di interfaccia attraverso cui la coscienza entra in relazione con la realtà fisica. Il vero sé, secondo Faggin, non si esaurisce nel corpo biologico né nei processi neuronali. La coscienza appartiene a un livello più profondo e non dipende dal “guscio” materiale che la ospita. Il corpo serve per comunicare, percepire, operare, ma non coincide con ciò che siamo.

Andy Clark parte da un punto di vista quasi opposto. Per lui il corpo non è un semplice contenitore della mente, ma una componente attiva del pensiero. Attraverso studi ed esperimenti, come quello della “mano di gomma” o l’uso di protesi e strumenti, mostra che il cervello può integrare rapidamente elementi esterni nello schema corporeo. Il corpo, in questa prospettiva, è flessibile e “negoziabile”. Non solo ospita la mente, ma contribuisce direttamente al modo in cui pensiamo e agiamo. Anche la forma fisica, i movimenti e l’interazione con gli oggetti partecipano ai processi cognitivi.

La distanza tra le due posizioni è chiara. Per Faggin il corpo è un mezzo, importante ma non essenziale all’identità profonda della persona. Per Clark è invece parte integrante della mente, un elemento senza il quale il pensiero umano non potrebbe funzionare come funziona. Entrambi riconoscono che il rapporto tra essere umano e ambiente non è rigido. Il confine tra dentro e fuori, tra corpo e mondo, è più mobile di quanto siamo abituati a pensare.

4. La mente estesa

Una delle questioni centrali nel confronto tra Andy Clark e Federico Faggin riguarda il luogo stesso del pensiero. La mente è interamente contenuta nel cervello oppure si distribuisce negli strumenti e negli ambienti che utilizziamo ogni giorno?

Per Andy Clark il pensiero non è mai solo interno. Con la teoria della Extended Mind sostiene che la mente funzioni come un sistema aperto, capace di includere risorse esterne quando queste diventano stabili, affidabili e integrate nelle nostre pratiche quotidiane. Il celebre esempio di Otto e del suo taccuino chiarisce il punto. Se una memoria esterna svolge lo stesso ruolo della memoria biologica, allora fa parte a pieno titolo del processo cognitivo. In questa prospettiva, agenda, smartphone o software non sono semplici supporti, ma elementi attivi del pensare. La mente emerge dall’interazione tra cervello, corpo e mondo.

Federico Faggin accetta l’importanza degli strumenti simbolici, ma ne limita fortemente il ruolo. Per lui, gli oggetti esterni servono a comunicare, organizzare, riflettere ciò che è già stato compreso, ma non possono contenere conoscenza in senso proprio. La conoscenza autentica nasce sempre dall’esperienza diretta e dalla coscienza individuale. Un taccuino o un chip possono conservare informazioni, ma restano privi di comprensione. L’informazione, senza esperienza, è solo una sequenza di simboli.

La distanza tra le due posizioni è netta. Clark descrive la mente come un sistema distribuito e dinamico, che si estende oltre i confini del corpo. Faggin la considera un’unità interiore che si esprime nel mondo senza mai coincidere con esso. Esiste però una convergenza importante. Entrambi rifiutano l’idea di un soggetto chiuso, isolato, autosufficiente. L’essere umano, in ogni caso, vive in relazione costante con l’ambiente, con gli strumenti e con gli altri.

5. Il significato e il linguaggio

Il linguaggio serve solo a esprimere pensieri già formati oppure contribuisce a crearli?

Per Faggin, il linguaggio non è l’origine del senso, ma il suo veicolo. Con il termine nousym indica l’unità tra significato e simbolo, chiarendo però che il significato nasce sempre da un’esperienza interiore. La creatività, in questa prospettiva, è un’intuizione immediata, un lampo di comprensione che precede le parole. Il linguaggio interviene dopo, come strumento necessario per comunicare ciò che è già stato compreso, ma non coincide mai con la comprensione stessa. I segni, da soli, restano vuoti se non sono sostenuti da un’esperienza cosciente che li anima.

Clark guarda invece al linguaggio come a una vera e propria tecnologia cognitiva. Le parole non servono solo a trasmettere pensieri, ma modificano il modo in cui pensiamo. Funzionano come un’impalcatura che amplia le capacità del cervello, rendendo possibili operazioni che la sola biologia non basterebbe a sostenere. Scrivere, leggere, usare simboli astratti permette di affrontare problemi complessi, di riflettere su idee lontane dall’esperienza immediata, di costruire forme di pensiero condiviso. In questo senso, il linguaggio non si limita a esprimere il pensiero, ma lo rende possibile in nuove forme.

Faggin mette al centro il significato come esperienza vissuta, irriducibile ai simboli. Clark insiste sul ruolo trasformativo degli strumenti linguistici e simbolici. Eppure, entrambi riconoscono che il linguaggio è stato decisivo per l’evoluzione umana, perché ha permesso di superare i limiti dell’esperienza immediata e di costruire mondi condivisi di senso.

Il confronto tra Andy Clark e Federico Faggin restituisce due visioni molto diverse dell’essere umano, entrambe coerenti e difficili da liquidare. Clark descrive l’umano come un sistema aperto, capace di espandere continuamente le proprie funzioni cognitive integrando strumenti, linguaggi e ambienti. La mente, in questa prospettiva, non ha un centro stabile: è il risultato di una cooperazione dinamica tra cervello, corpo e mondo. Il nostro successo evolutivo dipende proprio da questa capacità di riorganizzare il pensiero usando ciò che ci circonda.

Faggin propone una lettura opposta. Per lui l’essere umano non può essere compreso solo come un insieme di funzioni distribuite. Al centro rimane la coscienza, intesa come realtà primaria e non riducibile, che utilizza la materia e la tecnologia senza mai esaurirsi in esse. La macchina può essere sofisticata, efficiente, persino sorprendente, ma resta priva di esperienza. Dove Clark vede una continuità tra umano e artificiale, Faggin individua una soglia che non può essere oltrepassata.

Il punto di contatto tra queste due posizioni non sta in una sintesi facile, ma nel rifiuto di un riduzionismo semplicistico. Entrambi respingono l’idea che l’essere umano sia solo un effetto collaterale di reazioni chimiche o di processi computazionali. In modi diversi, riconoscono che nell’umano c’è qualcosa che eccede la pura funzione. Che lo si chiami mente estesa o coscienza irriducibile, ciò che è in gioco è il tentativo di preservare uno spazio di senso, responsabilità e creatività all’interno di un mondo sempre più mediato dalla tecnologia.


Breve bio degli autori

Federico Faggin è un fisico, inventore e imprenditore italiano, è noto a livello internazionale per aver progettato il primo microprocessore commerciale, l’Intel 4004, e per aver contribuito allo sviluppo del touchpad. Dopo una lunga nell’industria tecnologica, ha orientato la sua ricerca verso lo studio della coscienza, mettendo in discussione i limiti del riduzionismo computazionale. Oggi presiede la Federico and Elvia Faggin Foundation, impegnata in un programma di ricerca scientifica sulla natura della coscienza e della realtà. Tra le sue opere principali figurano Silicio (2019), Irriducibile (2022) e Oltre l’invisibile (2024).

Andy Clark è un filosofo e scienziato cognitivo britannico, è professore di Filosofia Cognitiva all’Università del Sussex. È uno dei principali teorici contemporanei della mente estesa e ha contribuito, insieme a David Chalmers, a ridefinire il modo in cui pensiamo il rapporto tra cervello, corpo, ambiente e tecnologia. Il suo lavoro esplora come strumenti, linguaggio e artefatti culturali entrino a far parte dei processi cognitivi umani, dando forma all’idea dell’essere umano come “cyborg naturale”. Tra i suoi libri più noti si ricordano Being There (1997), Natural-Born Cyborgs (2003) e Supersizing the Mind (2008).


POV (Point of Views) nasce dall’idea di mettere a confronto due autori viventi, provenienti da ambiti diversi - filosofia, tecnologia, arte, politica - che esprimono posizioni divergenti o complementari su un tema specifico legato all’intelligenza artificiale.

Si tratta di autori che ho letto e approfondito, di cui ho caricato i testi in PDF su NotebookLM. A partire da queste fonti ho costruito una scaletta di argomenti e, con l’ausilio di GPT, ho sviluppato un confronto articolato in forma di articolo.

L’obiettivo non è giungere a una sintesi, ma realizzare una messa a fuoco tematica, far emergere i nodi conflittuali, perché è proprio nella differenza delle visioni che nascono nuove domande e strumenti utili a orientare la nostra ricerca di senso.

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 31 dicembre 2025

Carlo Augusto Bachschmidt

Carlo Augusto Bachschmidt / Architect | Director | Image-Video Forensic Consultant