C’è una vecchia incisione, nota a chi si è avventurato nei corridoi della storia dell’immaginario europeo: la Narrenschiff, la “Nave dei folli” di Sebastian Brant, stampata a Basilea nel 1494. Su quella nave tumultuosa e grottesca, i passeggeri non sanno dove vanno, o forse lo sanno fin troppo bene, ed è proprio per questo che preferiscono non dircelo. Erasmo, qualche anno dopo, avrebbe dato a quella stessa follia un volto più sottile e più inquietante: il volto della saggezza travestita da pazzia, o della pazzia che, alla fine, si scopre essere l’unica vera saggezza rimasta.
La Nave di cui parliamo qui, questa Stultifera Navis digitale che Francesco e Carlo hanno costruito contro ogni omologazione, eredita qualcosa di quella tradizione, ma la rovescia. Non è la nave dei folli nel senso di chi è perduto: è la nave di chi ha scelto di essere “stolto” secondo il mondo per restare integro secondo se stesso. C’è una differenza enorme tra chi non sa dove andare e chi ha deciso di non inseguire le rotte che tutti imboccano per paura di restare indietro.
Scrivere e leggere su questa Nave è una scelta di campo, non ideologica o tribale, ma ontologica. Significa scegliere una certa qualità di attenzione in un’epoca che l’attenzione la vende a rate, la frantuma in schermi, la convoca e la disperde nel giro di trenta secondi. Significa decidere che il pensiero merita tempo e che il tempo merita pensiero.
“Il libro deve essere l’ascia per il mare ghiacciato dentro di noi” (Franz Kafka, lettera a Oskar Pollak)
C’è una differenza abissale tra sfogliare e abitare un testo. Abitare un testo significa portarlo con sé nel corso della giornata, lasciare che modifichi la luce con cui si guardano le cose, accorgersi all’improvviso, mentre si aspetta un autobus o si lava un bicchiere, che una frase letta ore prima continua a lavorare dentro. I libri e gli articoli che contano in realtà non si consumano: fermentano.
Questa è la lettura che la Nave sollecita. Non la lettura-performance, quella che si fa per poter dire “l’ho letto” o per nutrire un profilo social di citazioni raffinate, ma la lettura come pratica interiore, come esercizio di presenza. Una presenza che, paradossalmente, richiede una certa dose di assenza dal rumore del mondo. Perché il silenzio non è vuoto, ma la condizione del perché qualcosa possa essere udito.
Simone Weil chiamava “attention” questa qualità rara: non la concentrazione forzata, non lo sforzo muscolare della mente, ma una disponibilità aperta e paziente, capace di ricevere senza ancora giudicare. È la stessa qualità che distingue il lettore che incontra un testo dal lettore che lo consuma. E è la stessa qualità che, sul versante della scrittura, separa chi scrive per essere ascoltato da chi scrive per ascoltare se stesso mentre scrive.
Francesco ha scritto di stultitia in uno dei suoi articoli più recenti. Essere “stolti” secondo il mondo non significa essere ingenui o ignoranti: significa aver scelto un diverso metro di misura. Il mondo misura in velocità, visibilità, consenso, rendimento. La stultitia misura in profondità, autenticità, silenzio, lentezza.
C’è in questo una lunga tradizione che attraversa il pensiero cristiano e quello classico insieme. Paolo di Tarso scriveva ai Corinzi che la sapienza di Dio è stoltezza per il mondo, e che Dio ha scelto ciò che il mondo considera stolto per confondere i sapienti. Erasmo faceva parlare la Follia con la lingua dei filosofi, mostrando come la vera saggezza si nasconda spesso sotto la maschera dell’insensatezza. Montaigne, nei suoi Essais, si dichiarava apertamente ignorante e pieno di dubbi, e in quella dichiarazione stava tutta la sua grandezza.
Essere stolti in questo senso significa avere il coraggio di non sapere, di non avere sempre una risposta pronta, di non inseguire la competenza come maschera dell’insicurezza. Significa coltivare quella che i greci chiamavano αταραξία, imperturbabilità, quiete interiore che non viene dall’indifferenza ma dalla radicatezza. Non si è tranquilli perché non ci si cura di nulla, si è tranquilli perché si sa cosa conta davvero.
Scrivere sulla Nave con questa consapevolezza significa rifiutare il contratto implicito che regola quasi tutta la comunicazione pubblica contemporanea, quello per cui ogni parola deve essere calibrata sul gradimento, ogni tesi deve essere temperata dall’ansia di non dispiacere, ogni riflessione deve essere impacchettata in formati digeribili. La stultitia, al contrario, è la libertà di scrivere una cosa complicata, di lasciare aperta una domanda, di concludere senza concludere.
“Le parole sono carica esplosiva. Chi scrive deve saperlo.” (Elias Canetti, La provincia dell’uomo)
C’è un equivoco diffuso sulla libertà di espressione, e cioè che essa consista nel poter dire qualsiasi cosa senza conseguenze. Ma la vera libertà di chi scrive è un’altra: è la libertà di scegliere le parole con cura, di decidere cosa merita di essere detto e cosa no, di prendersi la responsabilità di ciò che si mette in circolazione.
Le parole non sono contenitori neutri di significato. Ogni parola scritta crea un mondo possibile nell’immaginazione del lettore, orienta una percezione, apre o chiude una strada. Chi scrive, anche in uno spazio piccolo e controcorrente come la Nave, esercita una forma di potere, piccolo, certo, ma reale. E il potere, anche quello più modesto, chiede di essere esercitato con consapevolezza.
Questo non significa autocensura, né eufemismo, né quella forma sottile di codardia che consiste nel dire le cose a metà per non disturbare nessuno. Significa, piuttosto, che ogni parola deve guadagnarsi il suo posto nel testo. Che l’onestà intellettuale non è solo un valore morale astratto, ma una pratica concreta: si esercita ogni volta che si sceglie la precisione invece dell’approssimazione, la sfumatura invece dello slogan, la domanda onesta invece della risposta rassicurante.
Ciò che rende la Nave qualcosa di raro non è solo la qualità dei singoli testi, ma è il fatto che aspira a essere una comunità. Non una comunità di consenso dove ci si ritrova per confermarsi a vicenda le stesse idee, ma una comunità di ricerca, dove ci si ritrova perché si condivide un modo di stare davanti alle domande.
Le comunità di ricerca sono rare perché richiedono qualcosa di difficile: la disponibilità a essere cambiati dalla lettura dell’altro. Non a capitolare, non ad abbandonare le proprie convinzioni per compiacere chi scrive, ma ad aprirsi genuinamente alla possibilità che una voce diversa illumini un angolo buio del proprio pensiero. È questo che Hannah Arendt chiamava “pensiero allargato”: la capacità di pensare dal punto di vista di altri, non per perdere il proprio, ma per renderlo più vero.
In questo senso, chi legge sulla Nave non è un consumatore passivo di contenuti, ma un partecipante attivo a qualcosa che si costruisce insieme. La lettura attenta è già una forma di cura, per il testo, per chi lo ha scritto, per la comunità, che quel testo contribuisce a tenere viva. E la cura, come ogni pratica autentica, non si esaurisce nel gesto singolo, ma si accumula, si approfondisce, diventa col tempo una postura dello spirito.
Navigare tra parole e silenzi significa imparare che la rotta non è mai definitiva. Si aggiusta, si corregge, a volte si inverte. L’importante non è sapere esattamente dove si arriva, ma sapere perché si è partiti e rimanere fedeli a quella ragione anche quando le acque si fanno difficili.
La Nave ha senso se mantiene fedeltà a una certa qualità di presenza, di attenzione e di onestà. Non la perfezione che è nemica del pensiero vivo quanto lo è la sciatteria, ma la disponibilità a stare con le cose fino in fondo, senza distrarsi al primo scoglio e senza affogare nella prima bonaccia.
La libertà, in questo senso, è la scelta consapevole di tutti quei vincoli che meritano di essere accettati. Il poeta sa che il metro è un limite ed è dentro quel limite che nasce la forma. Il navigatore sa che il vento non si comanda ed è nel dialogo con il vento che nasce la rotta. Chi scrive sa che la lingua è fatta di regole e di tradizioni, ed è dentro quella ereditarietà che può trovare la propria voce.
La calma non è inattività, ma il contrario del panico. È lo spazio interiore da cui possono nascere parole che abbiano peso, letture che trasformino, silenzi che parlino. E da questa quiete guadagnata e mai data per scontata, la Nave continua a solcare le sue acque. Controcorrente, certo, ma con la bussola.