È forse giunto il momento di riconoscere, senza ulteriori infingimenti e senza ricorrere a quelle forme di diplomazia professionale che troppo spesso finiscono per occultare ciò che dovrebbero denunciare, la natura profondamente degradante della trasformazione alla quale stiamo assistendo. La professione psicologica, e con essa la pratica psicoanalitica, sembra essere stata progressivamente risucchiata entro un dispositivo economico e culturale che non si limita a condizionarne le modalità di esercizio, ma ne investe direttamente il significato, fino a comprometterne i fondamenti epistemologici, clinici ed etici. Non ci troviamo più soltanto dinanzi alla diffusione di qualche discutibile strategia promozionale, né a una comprensibile necessità di rendere visibile la propria attività professionale: siamo al cospetto di una vera e propria riconfigurazione dell'identità del terapeuta, chiamato sempre più frequentemente a comportarsi come un imprenditore della sofferenza, un dispensatore di benessere e, in ultima istanza, un venditore di promesse.
La questione, beninteso, non riguarda la legittimità del compenso professionale, né l'esigenza, del tutto comprensibile, che uno psicologo possa vivere dignitosamente del proprio lavoro. Sarebbe fin troppo semplice, oltre che intellettualmente disonesto, confondere la necessità di una remunerazione con la subordinazione della clinica alle leggi del mercato. Il problema risiede altrove: nel momento in cui la logica commerciale cessa di costituire una cornice esterna entro la quale si svolge l'attività professionale e comincia, invece, a dettarne le finalità, il linguaggio, le aspettative e persino le forme di relazione con il paziente. È in questo passaggio, apparentemente innocuo e talvolta persino celebrato come un segnale di modernizzazione, che si consuma una delle più significative mistificazioni della nostra epoca professionale.
Il terapeuta contemporaneo viene progressivamente sollecitato a costruire un'immagine di sé, a confezionare una proposta riconoscibile, a individuare una nicchia di mercato, a differenziarsi dalla concorrenza, a rendere immediatamente intelligibile e appetibile la propria offerta. Gli si richiede di possedere un'identità comunicativa, una strategia di posizionamento, una presenza digitale costante, un repertorio di contenuti capaci di intercettare il disagio e convertirlo in domanda: pochi tecnicismi, qualche foto accattivante, lessico ridotto all'osso e così via. Non è sufficiente esercitare una pratica clinica: occorre raccontarla, esibirla, renderla desiderabile, semplificarla al punto da farne un prodotto facilmente assimilabile. Il professionista deve diventare il testimonial della propria stessa attività, mentre il sapere psicologico viene frammentato in pillole divulgative, formule motivazionali, consigli prêt-à-porter e rassicuranti massime sulla felicità.
Si assiste oggi a una progressiva sostituzione del pensiero con la comunicazione del pensiero, della competenza con la sua rappresentazione, dell'esperienza clinica con la capacità di produrne una narrazione pubblicamente spendibile.
Si assiste così a una progressiva sostituzione del pensiero con la comunicazione del pensiero, della competenza con la sua rappresentazione, dell'esperienza clinica con la capacità di produrne una narrazione pubblicamente spendibile. Il valore di una pratica sembra non risiedere più nella sua profondità, nella sua capacità di sostenere l'incertezza o nella complessità del lavoro che essa comporta, bensì nella sua visibilità, nella quantità di interazioni che riesce a generare e nella sua capacità di tradursi in un incremento delle richieste di prestazione. Il terapeuta, da soggetto implicato in un'esperienza di cura, viene trasformato in un soggetto che deve continuamente dimostrare di meritare l'attenzione del mercato.
Eppure vi è qualcosa di ancor più inquietante. Questa trasformazione non investe soltanto il professionista: essa modifica inevitabilmente la rappresentazione della sofferenza e, di conseguenza, la posizione stessa del paziente. Quest'ultimo viene progressivamente ricollocato nella categoria del consumatore, ossia di un individuo che manifesta un bisogno, confronta le offerte disponibili, valuta la convenienza economica e sceglie il prodotto che ritiene maggiormente rispondente alle proprie aspettative. La sofferenza psichica, privata della sua irriducibile complessità, viene così ricondotta alla dimensione di un problema da risolvere, di una disfunzione da correggere, di un'insoddisfazione da placare attraverso l'acquisizione di una prestazione. La cura assume le sembianze di un servizio da acquistare e il terapeuta quelle di un fornitore chiamato a garantire un determinato grado di soddisfazione.
Non è casuale, in questo senso, la proliferazione di formule commerciali che fino a qualche tempo fa sarebbero apparse francamente incompatibili con la dignità della nostra professione: primi colloqui gratuiti, pacchetti di sedute, promozioni stagionali, tariffe civetta, scontistiche, offerte temporanee e ogni sorta di artificio escogitato per rendere più competitiva la propria prestazione. Si è arrivati persino a importare, senza il minimo imbarazzo, il lessico della grande distribuzione all'interno di uno spazio che dovrebbe essere radicalmente estraneo alla logica dell'acquisto compulsivo, quasi che la possibilità di intraprendere un percorso psicologico potesse essere favorita attraverso il medesimo apparato persuasivo con cui si promuove un abbonamento in palestra o si commercializza un elettrodomestico.
Ciò che dovrebbe suscitare maggiore preoccupazione non è tanto il cattivo gusto di simili operazioni, quanto la concezione antropologica che esse sottendono. Il mercato non si limita a offrire una modalità di accesso alla cura: produce un'immagine dell'uomo coerente con le proprie esigenze. Un uomo concepito come unità autosufficiente, portatore di bisogni individuali, responsabile della propria realizzazione e chiamato a investire costantemente su sé stesso. Un individuo che deve migliorarsi, ottimizzarsi, valorizzarsi, incrementare le proprie prestazioni e liberarsi di tutto ciò che ostacola il suo funzionamento. In questa prospettiva, persino la sofferenza diviene un inconveniente da amministrare, un ostacolo alla produttività personale, una temporanea inefficienza del sistema individuale.
La psicologia rischia di trasformarsi nel braccio operativo di una antropologia narcisistica dell'autosufficienza.
La psicologia rischia pertanto di trasformarsi nel braccio operativo di questa antropologia narcisistica dell'autosufficienza. Anziché interrogare le condizioni nelle quali il soggetto si costituisce, le contraddizioni che lo attraversano, le dipendenze che lo legano all'altro e le dimensioni conflittuali della sua esistenza, viene sempre più spesso convocata per restituirgli una versione più efficiente, adattabile e socialmente funzionale di sé stesso. Il disagio viene individualizzato, decontestualizzato e, infine, privatizzato. Ciò che potrebbe richiedere una riflessione sulle condizioni relazionali, familiari, sociali e culturali dell'esistenza viene ricondotto a un incidente di percorso, del quale il singolo dovrebbe assumersi integralmente la responsabilità.
Si produce, in tal modo, un paradosso di notevole portata: mentre il mercato promette incessantemente connessione, appartenenza e accessibilità, contribuisce a radicalizzare proprio quelle condizioni di isolamento e frammentazione che alimentano una parte significativa della sofferenza contemporanea. L'individuo viene continuamente invitato a occuparsi di sé, a investire su di sé, a diventare il progetto privilegiato della propria esistenza; l'altro, tuttavia, finisce per assumere sempre più frequentemente la posizione di uno strumento, di una risorsa o di un possibile ostacolo alla realizzazione individuale. Il narcisismo non viene semplicemente tollerato da questo sistema: ne costituisce, per certi aspetti, una delle condizioni di funzionamento. E la progressiva rarefazione dell'esperienza autenticamente relazionale viene compensata attraverso un'incessante produzione di occasioni di consumo, di gratificazioni immediate e di appartenenze provvisorie.
È precisamente qui che la questione torna a investire la responsabilità clinica. Perché cosa può significare esercitare una pratica psicoterapeutica all'interno di un sistema che incoraggia sistematicamente l'intolleranza alla frustrazione, la ricerca della gratificazione immediata e l'evitamento di ogni esperienza che non possa essere tradotta in un vantaggio personale? Come può il terapeuta sostenere il valore del conflitto, della dipendenza, dell'ambivalenza e dell'attesa, quando il medesimo contesto culturale gli impone di promettere risultati, rassicurare preventivamente il proprio interlocutore e rendere la propria offerta il più possibile priva di attriti?
La psicoanalisi, almeno nella sua vocazione più autentica, non nasce per assecondare il soggetto nelle sue richieste manifeste, né per fornirgli un repertorio di soluzioni immediatamente spendibili. Essa si colloca, al contrario, in una posizione inevitabilmente scomoda rispetto alla domanda di soddisfazione. Non promette di eliminare ogni contraddizione, non garantisce l'accesso a una condizione permanente di benessere, non offre scorciatoie attraverso le quali aggirare la complessità dell'esistenza psichica. Essa presuppone un tempo, una disponibilità all'ascolto, una capacità di permanere nell'incertezza e, soprattutto, il riconoscimento che quanto appare immediatamente evidente non esaurisce affatto la verità del soggetto.
È dunque difficile non ravvisare una contraddizione radicale tra questa concezione della cura e l'imperativo commerciale che oggi sembra orientare una parte crescente della professione. Il setting non può essere trattato come una variabile di marketing; la relazione terapeutica non può essere confezionata secondo le aspettative del consumatore; il lavoro clinico non può essere subordinato alla necessità di ottenere recensioni positive, fidelizzare la clientela o incrementare il tasso di conversione di una campagna pubblicitaria. E, soprattutto, il terapeuta non può trasformarsi nel garante di una promessa di soddisfazione che, per sua stessa natura, contraddice il compito che gli è affidato.
Non si tratta, evidentemente, di demonizzare ogni forma di comunicazione professionale, né di sostenere che lo psicologo debba sottrarsi a qualsiasi confronto con gli strumenti della contemporaneità. Si tratta, piuttosto, di stabilire una linea di demarcazione che non dovrebbe mai essere oltrepassata: quella che separa la legittima necessità di rendere accessibile il proprio lavoro dalla sua progressiva subordinazione alle logiche della persuasione mercatale. La visibilità non è un criterio di scientificità, la popolarità non costituisce un indicatore di competenza e la capacità di attrarre pazienti non rappresenta, di per sé, alcuna garanzia di qualità clinica.
Sarebbe forse opportuno che la nostra comunità professionale tornasse a interrogarsi su questo punto, anziché continuare a celebrare, con un entusiasmo talvolta francamente grottesco, ogni nuova possibilità di promozione e monetizzazione della sofferenza. Dovremmo domandarci quale idea di soggetto stiamo contribuendo a costruire, quale concezione della cura stiamo implicitamente legittimando e quale prezzo siamo disposti a pagare pur di non rimanere esclusi dalla competizione. Perché il rischio non è soltanto quello di assistere a un progressivo impoverimento dell'immagine pubblica della psicologia: è quello, ben più grave, di interiorizzare noi stessi i presupposti ideologici che dovremmo essere in grado di riconoscere e interrogare.
La professione psicologica non ha bisogno di diventare più seducente. Ha bisogno di recuperare la capacità di pensarsi criticamente. Non ha bisogno di trasformare ogni incontro in un'occasione di acquisizione commerciale, ma di preservare la possibilità che un incontro sia qualcosa di diverso da una transazione. Non ha bisogno di terapeuti impegnati a vendere un'immagine idealizzata di sé stessi, ma di professionisti disposti a confrontarsi con la complessità, con il limite e con l'inevitabile imperfezione dell'esperienza umana.
E forse è proprio questo che oggi dovremmo avere il coraggio di rivendicare: il diritto a una clinica che non debba giustificare la propria esistenza attraverso il linguaggio del profitto, che non debba competere sul terreno della seduzione e che non debba trasformare il dolore in un'occasione di mercato. Una clinica che sappia ancora sottrarsi all'imperativo della prestazione, senza vergognarsi della propria lentezza, della propria opacità e della propria irriducibile complessità.
Poiché se anche la sofferenza psichica diviene un prodotto, se anche il desiderio viene trattato come una domanda da intercettare e se anche la relazione terapeutica viene ridotta a un servizio da acquistare, allora non avremo semplicemente smarrito il senso della nostra professione. Avremo contribuito, con le nostre stesse mani, a demolire quel poco che ancora rimane di uno spazio nel quale l'essere umano possa sottrarsi, almeno temporaneamente, alla tirannia del consumo.
E di questo, francamente, non abbiamo alcuna intenzione di essere complici.