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Infatti, e a onor del vero, le prime nuove tecnologie facilitavano la valutazione oggettive per la presenza sulle piattaforme di insegnamento, quali Canvas o Blackboard, di strumenti atti a misurare la produzione degli studenti. Come se tutto l’impianto dell’educazione dovesse essere misurabile. Aspetto che tuttavia rifiuto perché secondo me, imparare significa sviluppare le capacità emotive e cognitive che permettano di diventare individui a tutto tondo con un ben definito spirito critico.

In quel nuovo contesto, che ne era, appunto, della valutazione del pensiero critico, analitico e narrativo degli studenti? Già allora ci si sarebbe dovuti preoccupare del progressivo ridimensionamento di quella parte fondamentale dell’apprendimento. Se lo si fosse fatto, oggi forse non vedremmo la desertificazione cognitiva che avanza inesorabile in tante aule.

Negli ultimissimi anni è arrivata l’intelligenza artificiale e c’è seriamente da domandarsi se non sia arrivata la morte del pensiero critico e della valutazione tout court.

In questo pezzo parla l’insegnante e non lo scrittore. Probabilmente le considerazioni che seguono sono già state fatte da altri e, nel caso, mi piacerebbe sentire questi pareri. Scelgo comunque di condividerle perché, senza allarmismi (non sono il tipo), credo che siamo ad un punto di svolta. Riflessioni di un professore disincantato che, seppur basate su esperienze universitarie (le mie), credo si possano applicare ad ogni ordine e grado scolastico.

Partiamo da molto lontano: già molto prima dell’avvento delle nuove tecnologie, poteva succedere che qualche studente contestasse l’oggettività della valutazione di un compito da parte di un insegnante. Era raro, ma poteva succedere. Tuttavia, almeno fino ai tempi in cui io andavo a scuola io, l’autorità dell’insegnante, intesa come competenza rispetto alla materia insegnata, non era messa in discussione. Successivamente si è cominciato a farlo e non solamente si è messa in discussione la competenza ma anche la soggettività dell’insegnante, ovvero il suo essere soggetto indipendente e capace di giudizio in grado di valutare oggettivamente un qualsiasi elaborato prodotto dagli studenti. Ecco che è diventato molto più comune vedere studenti lamentarsi dei voti ricevuti, sostenendo che il giudizio del professore era totalmente soggettivo oppure che era determinato da una simpatia o antipatia nei confronti dello studente. Sto semplificando ovviamente, ma non è questa la sede per fare la storia della valutazione scolastica. E, riguardo all’ultimo punto, è altrettanto oggettivo che anche gli insegnanti sono soggetti ai bias cognitivi e all’effetto alone. E chi è davvero insegnante dovrebbe tenerne conto e fare grosso esercizio di auto riflessione.

Non includerò nemmeno una discussione teorica sulla valutazione oggettiva, soggettiva, olistica, sommativa ecc., tutte cose note a chi scrive e spero anche a chi legge. Non lo farò perché il punto è un altro, come si vedrà.

Per ovviare alle lamentele di cui sopra, ecco che si è cominciato ad introdurre criteri oggettivi di valutazione e a creare griglie di valutazione che mostrassero chiaramente quei criteri oggettivi, in modo da evitare qualsiasi contestazione. Anche il modo di esaminare o testare è cambiato. Più compiti ed esami a scelta multipla, risposte chiuse, vero o falso ecc. al posto di temi, riflessioni, saggi. In altre parole, maggior utilizzo di valutazioni che aiutassero gli insegnanti a pararsi il deretano invece di valutazioni che incoraggiassero gli studenti a sviluppare il loro spirito critico. Il che, se parliamo di materie “scientifiche” non è un grossissimo problema ma se parliamo di materie umanistiche, le mie, il problema è enorme perché non è proponibile, né professionalmente corretto, valutare le capacità di pensiero e di analisi di chi studia letteratura o filosofia con una scelta multipla o un vero o falso.

Ad ogni modo, pur continuando a proporre saggi, riflessioni critiche ecc. come strumenti di valutazione per gli studenti dei miei corsi, sono stato “obbligato” ad accompagnare quelle valutazioni con delle solide e oggettive griglie di valutazione. Di per sé questo non è un male, anzi. 

Sono arrivate poi le nuove tecnologie che hanno forzato ulteriori cambiamenti al modo di valutare. Va detto subito che la questione di cui si tratta in questo articolo non è la resistenza al cambiamento. Ci mancherebbe. Innovarsi e rinnovarsi deve fare parte del percorso di ogni insegnante. La questione riguarda la validità dei cambiamenti e, come espresso in altre sedi, la discussione dell’ideologia che promuove il fatto che cambiamento significhi automaticamente miglioramento.

Infatti, e a onor del vero, le prime nuove tecnologie facilitavano la valutazione oggettive per la presenza sulle piattaforme di insegnamento, quali Canvas o Blackboard, di strumenti atti a misurare la produzione degli studenti. Come se tutto l’impianto dell’educazione dovesse essere misurabile. Aspetto che tuttavia rifiuto perché secondo me, imparare significa sviluppare le capacità emotive e cognitive che permettano di diventare individui a tutto tondo con un ben definito spirito critico.

In quel nuovo contesto, che ne era, appunto, della valutazione del pensiero critico, analitico e narrativo degli studenti? Già allora ci si sarebbe dovuti preoccupare del progressivo ridimensionamento di quella parte fondamentale dell’apprendimento. Se lo si fosse fatto, oggi forse non vedremmo la desertificazione cognitiva che avanza inesorabile in tante aule.

Negli ultimissimi anni è arrivata l’intelligenza artificiale e c’è seriamente da domandarsi se non sia arrivata la morte del pensiero critico e della valutazione tout court. Dico questo a seguito di riflessione sovvenute ieri durante l’inizio di una serie di giornate, tipiche di fine semestre, che mi terranno occupato a correggere una quantità industriale di saggi i quali, peraltro, erano basati su un’esperienza personale, diretta e autentica. Cominciamo con il dire che questo semestre segna uno spartiacque forse definitivo: mai come in questi 4 mesi ho beccato così tanti studenti utilizzare l’IA per qualsiasi tipo di compito. Utilizzata per la grammatica, per l’elaborazione, per creare una scaletta, per trovare fonti. Insomma per qualsiasi cosa. Un esempio viene da una studentessa che mi aveva chiesto un incontro per discutere lo zero che aveva ricevuto per un compito (di riflessione personale!!!) scritto quasi tutto con l’IA. Dopo aver inizialmente negato di averla usata, ha finalmente e onestamente ammesso di averlo fatto ma continuava a sostenere che le idee erano le sue. Non solo: mi ha pure spiegato cosa aveva fatto e ha detto di aver scritto dei paragrafi di suo pugno che poi ha sottomesso al giudizio dell’IA chiedendo di rielaborarli. Al che, la mia domanda spontanea è stata: e poi? Domanda che alludeva al fatto che se chiedi all’IA di rielaborare ciò che hai scritto, non è che poi resti lì ad applaudire e ammirare il “lavoro” della macchina. Lo copi e lo inserisci nel testo. Il che è plagio. Ma la risposta della studentessa è stata glaciale: “e poi niente”. Negava che la rielaborazione del testo fatto dall’IA potesse essere di fatto finita nella versione finale del compito consegnato (che invece è quello che era successo). Per farla breve, il fatto che l’input fosse partito da lei era condizione sufficiente per sostenere che l’autrice fosse lei e che il lavoro fosse originale. Questa situazione è diventata molto comune e come risposta, agli insegnanti viene chiesto di cambiare il modo di testare e esaminare gli studenti. In altre parole, invece di fare in modo di tenere vivo il pensiero critico, si chiede di adattarci alla macchina e ridurre sempre di più gli spazi per alimentarlo. Il punto è che qualsiasi compito, saggio o valutazione scritta che non venga fatta in classe, senza l’ausilio di nulla, sarà d’ora in poi una creazione dell’IA. Fare finta che non sia così è da ipocriti. O sostenere che l’IA aiuta a pensare meglio e a raffinare le proprie idee. Stronzate. E non importa affatto, come alcuni sostengono, che dipende dalla tipologia del compito. Io propongo esclusivamente compiti che richiedono realmente un coinvolgimento personale e esperienziale ma anche in questo caso, la “forza” di questo strumento che incoraggia passività e scorciatoie, specialmente in un sistema in cui si incoraggia ossessivamente a prendere un buon voto (come se fosse quello a determinare la qualità di un individuo), è troppo potente. Solo esami esclusivamente orali potrebbero ovviare a questo. Oppure il cambiare completamente il paradigma educativo modellato su una mentalità economico-produttiva, dove si parla di crediti e debiti. O infine cambiare la narrativa sui voti, addirittura togliendoli del tutto.

Abbiate pazienza però. Non è nemmeno di questo che voglio parlare.

Tornando alla correzione dei compiti, qualcos’altro di più inquietante mi è infatti passato per la testa. Ho pensato a quanto tempo ci vorrà prima di arrivare alla seguente ipotesi (ma magari ci siamo già): a parte notare inevitabilmente come in molti di quei saggi la mano dell’IA fosse presente, ho immaginato studenti prendere il prompt del saggio e la griglia di valutazione e chiedere all’IA di scrivere il saggio tenendo conto di quella griglia. Il che sarebbe già traumatico e non è improbabile che qualche studente, i cui saggi sto correggendo, lo abbia fatto. Poi ho immaginato una situazione ancora peggiore. Una volta ricevuto il mio voto, ho immaginato studenti chiedere all’IA quale voto darebbe al loro saggio (forse scritto interamente dalla stessa IA ma, per essere buono, pensiamo anche alla situazione di un saggio scritto interamente dallo studente). Nel caso ci fosse una differenza sostanziale tra il mio voto e quello dell’IA, ecco cominciare la catastrofe. Perché, ripensando a tutto quello che ho detto nella prima parte di questo articolo, non ci vuole un genio per capire che il passo successivo sarà la fine della valutazione dell’insegnante, probabilmente la fine di ogni tipo di valutazione e il funerale del pensiero critico. Se lo studente X non fosse infatti soddisfatto del voto ricevuto dall’insegnante, ci metterebbe due secondi a mettere in discussione la competenza di tale insegnante e a sostenere che il voto ricevuto sia il frutto di un giudizio soggettivo e di un pregiudizio perché, ecco il caveat, l’IA, che invece è assolutamente oggettiva e priva di bias cognitivi (anche perché si narra che non abbia una coscienza), ha dato allo stesso compito un voto più alto.

Capite dove siamo arrivati o stiamo per arrivare?

Le conseguenze di tutto ciò le lascio a chi avrà avuto la bontà di essere arrivato in fondo a questo articolo.

In una frase, per me è la fine della civiltà umanistica.

Pubblicato il 17 aprile 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/