C'era una volta un Re che dominava il mondo intero senza eserciti né catene. Non aveva bisogno della forza, gli bastava l'attenzione dei sudditi. Il suo potere non era fatto di decreti, ma di abitudini. L'abitudine più preziosa dei sudditi era quella di prendere in mano un dispositivo lucente che le persone tenevano sempre in tasca. Grazie a quello strumento, il Re era presente ovunque: un piccolo rettangolo di luce, apparentemente innocuo, che prometteva compagnia, informazioni, intrattenimento e, cosa che raramente veniva dichiarata, un sonno perenne della coscienza. Gli abitanti del regno lo controllavano decine e decine di volte al giorno, spesso anche prima di addormentarsi, come se il territorio tra la veglia e il sogno fosse diventato un luogo troppo silenzioso per essere attraversato da soli.
Il Re non minacciava nessuno. Faceva qualcosa di più invitante: costruiva intorno a ognuno un mondo così accattivante, veloce e pieno di piccole ricompense che uscirne sembrava un’inutile perdita di tempo. Nel suo regno, la frizione era un difetto da eliminare, la pausa un ostacolo e il dubbio una seccatura incomprensibile. Così, lentamente, le parole iniziarono a cambiare di significato: "scegliere" divenne sinonimo di "suggerire" e "desiderare" cominciò ad assomigliare sempre di più a "volere". L'idea del Re nacque in luoghi rispettabili, dove le parole risuonano di scienza. Un giorno, un ricercatore inventò una nuova parola per indicare una cosa che già esisteva: "captologia". La disciplina che studia come certi strumenti possano influenzare pensieri, emozioni e comportamenti. Da quel momento in poi, ciò che un tempo veniva chiamato con il termine preciso e inequivocabile di "manipolazione", assunse parole più persuasive: "ingegneria comportamentale", "ottimizzazione del messaggio", "fluidità dell'esperienza".
Giovani talenti portarono con sé i modelli appresi nelle istituzioni: motivazione, capacità e innesco. Portarono l'idea dei premi a intervalli variabili, come nelle slot machine. Ingegnerizzarono la regola aurea che aveva pronunciato il Re: ridurre l'attrito, aumentare la frequenza e trovare il momento giusto per intervenire. Non era necessario convincere un singolo suddito, era sufficiente addestrarlo a tornare sempre nello stesso luogo. Per non chiamarla "manipolazione", la chiamarono "design dell'esperienza utente". "Design", "esperienza", "utente": parole che non descrivono soltanto, ma sono in grado di plasmare la realtà. Perché quando il nome di una cosa cambia, cambia anche il modo in cui la coscienza si sente autorizzata a farla. Un dirigente di una delle piattaforme più note avrebbe poi ammesso, con la leggerezza tipica di certe élite, che l'obiettivo era quello di offrire piccole ricompense psicologiche per spingere le persone a produrre contenuti e a tornare.
In quell'ammissione, era già racchiusa l’architettura dell’intero regno: non si trattava di un luogo di libertà, ma di un luogo di ritorno programmato. E così Re e sudditi vissero felici e contenti. Il Re, perché aveva trovato una miniera inesauribile che avrebbe alimentato per sempre il suo regno. I sudditi, perché per un po' scambiarono la realtà per un parco di divertimenti. Nel frattempo, il suddito apriva l'app in modo compulsivo, senza una ragione precisa: la apriva, semplicemente, come quando si apre il frigorifero senza avere davvero fame. Il suddito non cercava qualcosa di specifico, ma era sempre in attesa di un nuovo stimolo. L'app era lì, in attesa vigile, e aveva imparato tutto del suddito: a che ora era più “fragile”, quale contenuto lo teneva più a lungo incollato allo schermo, quanto poteva resistere prima di ricevere una micro-ricompensa e, infine, quanto tempo passava prima che tornasse. Non si trattava di magia né di destino. Si trattava di un modello predittivo alimentato dagli stessi comportamenti dei sudditi e aggiornato quotidianamente in tempo reale. Il Re non aveva poteri divinatori, ma era molto bravo a fare calcoli veloci.
Poi, un altro brillante ricercatore inventò lo "scorrimento infinito". Lo proposero, quasi per gioco, perché avrebbe reso l'esperienza dell'utente più "fluida". Anni dopo, lo stesso ricercatore espresse un senso di colpa, spiegando che, se non si dà al cervello il tempo di recuperarsi dagli stimoli, il cervello continuerà a scorrere all'infinito verso lo stimolo successivo. Il ricercatore attribuì a questa scelta un ordine di grandezza che è entrato a far parte delle conversazioni on-line come una cifra-simbolo: "200.000 ore al giorno" di attenzione sottratte agli individui a livello mondiale. In altri termini, 22,81 anni, 273,79 mesi, 1.190,48 settimane. Se oggi volessimo una misura meno contestabile, al di là delle favole, esistono fonti attendibili e verificabili. Nel 2025, il Digital 2025 Global Overview Report (We Are Social / Meltwater, con stime GlobalWebIndex, GWI), riporta 8,2 miliardi di persone nel mondo, 5,5 miliardi di utenti di Internet e 5,2 miliardi di “identità di utenti dei social media”, informando che queste ultime non coincidono necessariamente con singoli individui. Nello stesso report, GWI stima che l'utente di internet (con più di 16 anni) trascorra in media 2 ore e 21 minuti al giorno sui social media. Se traduciamo il dato in una media "per ogni essere umano" (attribuendo zero minuti a chi è off-line), otteniamo circa 1 ora e 35 minuti al giorno per persona.
Ora, la favola che vi stavo raccontando diventa una misura cronologica esatta. Un'ora e trentacinque minuti equivalgono a circa 11 ore a settimana, 48 ore in un mese di trenta giorni e 582 ore in un anno, ossia l'equivalente di 24 giorni, ovvero tre settimane e mezzo all'anno. Un tempo distribuito ovunque: nei pasti, nel traffico, a letto, tra una frase e l'altra, tra un incontro e l’altro. Ed ecco la parte della favola che i sudditi capiscono troppo tardi: il tempo non è solo una misura quantitativa, ma anche qualitativa della propria vita. Non si tratta solo di "quanto", ma di "come" si decide di vivere. Se si spezza la giornata in stimoli continui, si frammenta anche la mente. E quando la mente è divisa, è più facile farle accettare qualsiasi cosa che la faccia sentire “intera”, anche solo per pochi istanti. La disgregazione delle relazioni non è arrivata come una tragedia improvvisa, ma come esito di piccole sottrazioni quotidiane.
Nessuno ha deciso consapevolmente: "da oggi non ti ascolto". Semplicemente, ogni volta che la realtà rallenta, il Re offre un'alternativa più rapida e attraente. Il silenzio diventa insopportabile, la conversazione un'interruzione e la presenza dell’altro ingombrante, perché richiede attenzione e la capacità di sopportare il silenzio senza doverlo necessariamente riempire. Le persone, anche quando sono sedute allo stesso tavolo, vivono in universi paralleli, ognuna con la propria bolla di luce personalizzata e un flusso ininterrotto di stimoli calibrato sulle proprie reazioni ed emozioni. E quando ognuno vive in un universo diverso, non serve scontrarsi anche solo con le parole: è sufficiente non incontrarsi nello stesso punto. Il suddito isolato è l'esito perfetto del progetto del Re, non per decreto, ma per "design".
Un individuo isolato cerca comunità nei social e la trova, cerca senso e lo incontra già confezionato, cerca conforto e lo riceve sotto forma di stimolo ripetuto. E, soprattutto, un individuo isolato è più vulnerabile e prevedibile. Non perché sia stupido, ma perché è mentalmente fragile. Poi arriva l'intuizione più antica e affidabile di tutte: la paura. La paura non nasce dal nulla. Esisteva già, così come esistono da sempre le crisi, le guerre, le minacce, le malattie e le ansie. Ma il Re scopre una regola semplice e facile da applicare: la paura frena, l'indignazione trattiene e la conferma delle proprie idee amplifica. Tutto ciò che trattiene il suddito produce dati e i dati, a loro volta, rendono il Re sempre più bravo a prevedere il futuro di chiunque. Così, per esempio, i sudditi si svegliano e trovano sullo schermo il nemico del giorno.
L'antagonista cambia continuamente: un volto, un gruppo, un'idea, un'etichetta. I personaggi cambiano, ma il meccanismo resta lo stesso: creare fazioni, trovare un avversario, o trasformare in avversario qualcuno che fino a ieri consideravamo irrilevante, e invitare i sudditi a combattere con tutte le loro forze per certe idee. Il pensiero stratificato diventa un ostacolo, il vero nemico da combattere. Il pensiero radicale riceve applausi perché è rapido, emotivamente coinvolgente e, soprattutto, monetizzabile. Nel regno, le idee che non si adattano ai formati previsti dalla comunità non vengono necessariamente "proibite", ma semplicemente scompaiono dall’orizzonte. Non perché qualcuno debba sempre censurarle, ma perché un “post” breve difficilmente può ospitare la complessità e una narrazione di pochi secondi non accetta alcuna sfumatura.
L'algoritmo, ma questo succede solo nella favola, non premia ciò che è vero o falso, ma ciò che genera una reazione immediata. Lo slogan vince sempre su qualsiasi forma di ragionamento. La certezza urlata in maniera arrogante schiaccia, inesorabilmente, il tempo del dubbio. La semplificazione prevale sulla complessità e la volontà di comprensione. Mentre i sudditi si scontrano su idee che non hanno nemmeno scelto, dall'altra parte il Re amministra il suo regno. Non è necessario convincere tutti di un'unica idea, è sufficiente tenere tutti abbastanza occupati da non porsi certe domande:
A chi appartiene lo spazio in cui impiego il mio tempo?
Chi decide cosa posso vedere?
Chi guadagna dalla mia attenzione, dalla mia reazione, dalla mia collera?
Già decenni fa qualche ricercatore aveva spiegato come i mass-media possano costruire il consenso attraverso la selezione delle notizie, precise cornici narrative e le esclusioni sistematiche del pensiero divergente. Ma quel processo era lento, visibile e facilmente contestabile. Richiedeva persone, firme e responsabilità riconoscibili. Il nuovo sistema è più veloce e impersonale: non c'è un editore da chiamare in causa, ma un algoritmo impersonale che esegue ciò per cui è stato addestrato.
E se un suddito si svegliasse all'improvviso e provasse ad avere un’idea al di fuori della comunità?
In questi casi, il Re non ama esporsi con gesti eclatanti, piuttosto manda avanti i suoi rappresentanti e, contemporaneamente, abbassa il volume delle voci dissidenti. Nella lingua contemporanea lo chiamano "shadowban": continui a parlare, ma la tua voce non raggiunge nessuna frequenza. Continui a scrivere, ma le tue idee non saranno pubblicate. Non ricevi una condanna definitiva, ma creano il vuoto intorno a te e a chi ti sostiene. E se il vuoto non bastasse, c'è sempre la disciplina economica. Il ricatto non è "non puoi parlare", ma "puoi parlare, ma devi essere consapevole che ciò che dirai avrà un prezzo". Se si dipende dal "sistema" per vivere, i sudditi devono adeguarsi e imparare a smussare gli angoli. Trovano ragioni rispettabili per non affrontare certi argomenti. Loro chiamano tutto questo responsabilità, ma il Re si può permettere di chiamarlo con l’espressione inequivocabile di "conformità alle regole della comunità".
Ogni profilo, ogni “like”, ogni pausa, ogni ritorno contribuisce a costruire un dossier sui sudditi in tempo reale. Non servono spie: sei tu a consegnare volontariamente i tuoi dati. Più li consegni, più il Re diventa bravo a prevedere il tuo futuro. Più diventa bravo a fare previsioni, più riesce a spostarti di un millimetro alla volta. Fino a quando, nell'arco di un anno, quel millimetro al giorno ti avrà trasportato in una dimensione immaginifica della realtà. E l'antica idea di democrazia, che richiede attenzione, memoria, tempo e capacità di sopportare la complessità, non viene abolita. Sarebbe un gesto troppo evidente, piuttosto viene resa impraticabile. Perché puoi avere tutti i diritti formali del mondo, ma se non hai la capacità e l'attenzione per leggere e comprendere, se non hai memoria per ricordare la storia, se non hai una comunità che ti sostiene e se hai paura di perdere l'unica visibilità che ti è rimasta, allora puoi avere la certezza che il tuo futuro è già stato scritto altrove.
Nel frattempo, i neurologi misurano cicli e abitudini, gli economisti descrivono incentivi e precarietà, mentre sociologi e psicologi tracciano isolamento e conflitto. Ma il suddito è troppo impegnato a "scorrere". Non perché sia stupido, ma perché il Re ha costruito un regno in cui ciò che non è normale sembra “naturale”. Questa favola non ha un unico finale, perché il finale dipende da una cosa che il Re non controlla ancora pienamente: il momento in cui il suddito si ferma, l'istante in cui recupera il suo diritto alla riflessione, il momento in cui la mente, finalmente, si riallinea alla coscienza e alla realtà più autentica. Nel momento in cui guarderai la persona accanto a te e deciderai che vale più di un "like", nel momento in cui farai una domanda che non ha una risposta rapida, quando smetterai di cercare una soluzione alla tua vita in trenta secondi, allora, in quel preciso istante, passerai dallo stato di suddito a quello di uomo libero.
Il Re teme solo questo: non la protesta rumorosa, non gli slogan, non le petizioni. Il Re teme il pensiero che recupera la capacità di soffermarsi per interpretare e comprendere la realtà. Perché quella riflessione, prima o poi, porrà la domanda che tutto il rumore del mondo che hai in tasca non potrà coprire:
Chi ha deciso che dovevamo vivere come sudditi e non come uomini liberi?