Go down

Rapporto tra Chiesa Evangelica americana ed Ebraismo


Alcuni giorni fa abbiamo assistito, attraverso i media, a una scena forse inconsueta per molti di noi: un gruppo di pastori evangelici riuniti nello Studio Ovale della Casa Bianca mentre sostenevano con la preghiera il presidente Donald Trump. 

Per capire perché gli Stati Uniti sostengano indefessamente Israele, al di là della lettura politico-economica della questione, è forse interessante valutare anche l’aspetto religioso che le accomuna. 

Negli Stati Uniti le Chiese evangeliche rappresentano una delle forze religiose e sociali più influenti della società contemporanea. 

Si stima che circa un quarto degli americani si identifichi con questa tradizione religiosa, una corrente del protestantesimo che pone al centro l’esperienza personale della fede, la lettura diretta della Bibbia e l’idea di una conversione individuale consapevole. 

A differenza di quanto accade in gran parte dell’Europa, dove la religione ha progressivamente perso peso nella vita pubblica, negli Stati Uniti il cristianesimo evangelico continua a svolgere un ruolo significativo non solo nella sfera spirituale, ma anche nella vita attiva sociale e politica. 

Questo fenomeno non nasce improvvisamente, ma affonda le proprie radici nella storia stessa della fondazione americana. 

Già nel XVII secolo molti dei coloni inglesi che attraversarono l’Atlantico appartenevano a correnti religiose protestanti radicali, in particolare ai puritani.

Essi non consideravano la nuova terra semplicemente un territorio da colonizzare, ma un luogo nel quale realizzare un progetto spirituale e morale. 

Il governatore puritano John Winthrop descrisse la nuova comunità come una “città posta sopra un monte”, un esempio di civiltà socio-religiosa che fosse visibile e ammirabile per il mondo intero. 

Questa immagine, la city upon a hill , divenne nel tempo una delle metafore più potenti dell’identità americana:

lidea che la nazione avesse una missione storica e provvidenziale. 

Nel corso dei secoli questa visione ha contribuito alla formazione di quella che alcuni sociologi e filosofi chiamano “religione civile americana”: una sorta di intreccio tra fede cristiana, identità nazionale e destino storico. 

In questo quadro la religione non è più soltanto un fatto privato, ma diventa anche una componente della narrazione politica e culturale del Paese. 

A partire dalla seconda metà del Novecento, le chiese evangeliche hanno iniziato a organizzarsi politicamente in maniera sempre più strutturata.

Un momento significatvo fu la nascita della Moral Majority, fondata dal predicatore Jerry Falwell negli anni Settanta.

Questa organizzazione mobilitò milioni di elettori cristiani su temi come la difesa della famiglia tradizionale, l’opposizione all’aborto e la promozione dei valori religiosi nella società. 

Da quel momento il voto evangelico è diventato uno dei pilastri dellelettorato conservatore americano. 

Presidenti come Ronald Reagan e George W. Bush hanno coltivato un rapporto stretto con questo mondo religioso.

In particolare Bush parlava apertamente della propria esperienza di rinascita spirituale, la cosiddetta born again experience, un concetto molto centrale nella spiritualità evangelica.

Anche figure politiche apparentemente lontane da questo universo religioso, come Donald Trump, hanno ricevuto un forte sostegno da parte degli evangelici. 

Questo sostegno non deriva tanto da una affinità spirituale personale, quanto dalla difesa di alcune priorità politiche considerate fondamentali da queste comunità: la nomina di giudici conservatori, la difesa di determinate posizioni etiche e soprattutto il sostegno allo Stato di Israele

Proprio il rapporto tra Stati Uniti e Israele costituisce uno degli aspetti più interessanti e complessi di questa relazione tra religione e politica. 

A prima vista potrebbe sembrare semplicemente un legame geopolitico fondato su interessi economici comuni tra due paesi alleati. 

In realtà, per molti evangelici americani il sostegno a Israele possiede anche una dimensione teologica. 

Una parte significativa del mondo evangelico aderisce infatti a una interpretazione biblica chiamata dispensazionalismo, sviluppata nel XIX secolo dal teologo John Nelson Darby

Secondo questa visione della storia sacra, Dio avrebbe guidato l’umanità attraverso diverse “dispensazioni”, cioè diverse fasi del suo piano salvifico.

In questo schema teologico il destino del popolo ebraico e quello della storia cristiana rimangono strettamente intrecciati. 

Il ritorno del popolo ebraico nella Terra Santa rappresenta quindi uno degli eventi profetici che precedono la fine dei tempi e la seconda venuta di Cristo. 

La nascita dello Stato di Israele nel 1948 viene quindi interpretata da molti credenti come un segno storico di grande importanza escatologica. 

Da questo punto di vista sostenere Israele non è quindi soltanto una scelta politica, ma anche una forma di fedeltà a ciò che viene percepito come un disegno provvidenziale della storia. 

Accanto alla dimensione teologica esiste anche una dimensione filosofica e politica più ampia. 

Fin dalle origini gli Stati Uniti hanno costruito la propria identità attorno all’idea di essere una nazione portatrice di una missione universale. 

Questa concezione, talvolta chiamata “eccezionalismo americano”, considera la storia americana come parte di un progetto più grande di diffusione della libertà e di difesa di determinati valori. 

In questa prospettiva Israele viene spesso percepito come un alleato naturale: una democrazia occidentale in una regione politicamente instabile, ma anche un paese che condivide con gli Stati Uniti un progetto immaginario biblico e storico. 

Esiste infine una dimensione ancora più profonda, quasi simbolica. 

Nella cultura religiosa americana, soprattutto in quella di tradizione evangelica, la storia del popolo ebraico descritta nella Bibbia ha sempre avuto un valore esemplare. 

Molti dei primi coloni protestanti si identificavano con lantico Israele: un popolo in viaggio verso una terra promessa, guidato da una missione spirituale. 

In questo senso, il rapporto tra Stati Uniti e Israele non è soltanto geopolitico, ma anche narrativo e simbolico: due storie nazionali percepite come parallele, entrambe fondate su unidea di elezione, di promessa e di destino storico. 

La potenza di questo immaginario aiuta a comprendere perché, ancora oggi, una parte significativa della società americana continui a sostenere Israele con grande convinzione. 

Non si tratta solo di strategie diplomatiche o interessi militari, ma anche di una visione del mondo nella quale religione, storia e politica rimangono profondamente connesse. 

Come nota finale, non possiamo non evidenziare come le religioni cessino talvolta di essere soltanto un’ideologia spirituale o metafisica e diventino sempre più rappresentative di una Cultura Nazionale profondamente radicata nella società, diventando proprio per questo anche strumento di alleanze o di divisioni. 

Tutta la Storia dellUmanità è un percorso che non può prescindere dallinterazione tra società e religione, società e politica, società ed economia.

 


Macte Animo ! 

Guido Tahra 

🌹

Pubblicato il 11 marzo 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer