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In questi ultimi mesi, sollecitato da alcune persone che considero maestri, ho ripreso in mano i miei vecchi quaderni di carta. Ci sono dentro appunti, schizzi di ragionamento, frammenti di letture fatti nel tempo in cui non si scriveva ancora per pubblicare ma per capire. Ho pensato, con una certa immodestia che mi auguro almeno onesta, di farne un libro.

So già come verrà inquadrato da chi abita il piano nobile del pensiero contemporaneo, quello che si estende all'incirca tra Porta Romana e il Duomo, con avamposti a Londra e San Francisco visitati una volta l'anno in business class. Costoro diranno "personal branding", con la sicurezza placida di chi ha trovato in due parole inglesi la chiave per interpretare qualunque gesto umano, dalla scrittura di un libro alla scelta di un caffè. Poi storpieranno entrambe le parole, ma con tale convinzione che la storpiatura diventerà, nel giro di qualche settimana, la pronuncia ufficiale nei coworking space in Gae Aulenti.

Io non mi riconosco in questa lettura. O meglio: non posso escludere che contenga una parte di verità che preferisco non guardare troppo da vicino, ma di certo non ho intenzione di adottarne il vocabolario. Ho i miei quaderni, ho la lingua italiana, ho una certa diffidenza verso chiunque sia convinto che le idee viaggino meglio se avvolte nell'inglese come le caramelle nella loro pellicola di plastica colorata.

Il fatto è che scrivere a partire dai quaderni è difficile. Difficile perché quegli appunti appartenevano a un pensiero in movimento, non a una tesi da difendere. Difficile perché il presente, mentre scrivo, non ha la decenza di aspettare. E difficile soprattutto perché quello che emerge dai quaderni, messo a confronto con ciò che accade fuori dalla finestra, rivela una continuità scomoda: le domande sono le stesse, i problemi sono gli stessi, le idee per cui si combatte sono le stesse.

Forse è questo il motivo per cui vale ancora la pena di scrivere.


C'è una distinzione che il pensiero militare occidentale fatica a tenere ferma, e che invece le tradizioni strategiche più antiche, quelle nate fuori dall'Europa, hanno posto al centro della loro riflessione da millenni: la distinzione tra distruggere e governare. Tra vincere una battaglia e costruire un ordine. Tra occupare un territorio e farne propria la popolazione.

Le tecnologie avanzate permettono oggi la decapitazione mirata della leadership nemica, la distruzione sistematica delle infrastrutture, il dominio aereo e remoto del campo di battaglia. Consentono un numero di vittime prima inimmaginabile con una precisione prima inimmaginabile. E tuttavia, il controllo del territorio, la legittimità politica, la gestione delle popolazioni civili, la costruzione di un ordine stabile, la chiusura reale di un conflitto, continuano a seguire logiche diverse. Logiche che la tecnologia non modifica, perché appartengono a una dimensione che la tecnologia non tocca.

il controllo del territorio, la legittimità politica, la gestione delle popolazioni civili, la costruzione di un ordine stabile, la chiusura reale di un conflitto, continuano a seguire logiche diverse.

Le forme della guerra cambiano. La competizione per le risorse rimane la stessa. Nell'età del bronzo come oggi. Questa constatazione, apparentemente semplice, contiene tutto ciò che occorre per capire perché le guerre tecnologicamente più avanzate della storia recente abbiano prodotto i fallimenti politici più clamorosi.

Avvertenza: c'erano nei miei appunti scritti passaggi provenienti da certi libri che ho letto. Erano (lo sono anche oggi) i testi a disposizione di chi come me è nato e vive da questa parte dell'impero. Ma per scrivere questo articolo, mi sono volontariamente allontanato dalla letteratura disponibile "sul mercato", di provenienza israeliana o statunitense, perché la ritengo enormemente intossicata, riduttiva, spesso anche scritta davvero male e "povera di idee" (forse perché come quasi tutta la letteratura sul tema, di provenienza americana è guidata dal business editoriale, o come quella proveniente da Gerusalemme è invece inginocchiata ai dogmi del loro Libro Sacro dove non si fa altro che parlare di guerre, sterminio, padri che devono accoltellare i figli per compiacere un Dio abbastanza annoiato e altre cose così...).

Partiamo da Ibn Khaldun, grande storico e filosofo tunisino del Trecento, che aveva sviluppato una teoria del potere politico che anticipa, con sorprendente lucidità, l'enigma delle guerre contemporanee. Al centro della sua Muqaddimah sta il concetto di asabiyya: la coesione di gruppo, la solidarietà politica, il senso condiviso di appartenenza che trasforma una moltitudine in un soggetto capace di potere. Per Ibn Khaldun, la vera variabile determinante nella storia non è la forza militare bruta, che può essere acquisita e perduta in modo relativamente rapido, ma questa coesione profonda, questa capacità di un popolo di riconoscersi in un progetto collettivo.

Le dinastie sorgono quando una comunità, temperata dalla durezza del deserto o della montagna, possiede asabiyya abbondante. Conquistano, si insediano nelle città, accumulano ricchezze. Ma nel lusso l'asabiyya si dissolve. Le città rammolliscono i vincitori, che diventano vulnerabili a nuove comunità ancora dure, ancora compatte, ancora animate da una solidarietà che nessuna tecnologia militare può sostituire. Il ciclo si ripete: la conquista militare è sempre più rapida del processo di costruzione del consenso politico; l'occupazione sempre più facile della legittimazione.

Ciò che Ibn Khaldun descriveva riferendosi alle dinamiche del Nordafrica medievale collima con una striscia di fallimenti che percorre tutta la storia militare moderna. Gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente il Vietnam del Nord in praticamente ogni scontro convenzionale, eppure hanno perso la guerra. Hanno smantellato l'esercito iracheno in tre settimane nel 2003, eppure non hanno saputo costruire uno Stato iracheno funzionante in vent'anni. Hanno dominato lo spazio aereo afghano per due decenni, e sono tornati a casa con le ossa rotte e tanta, tanta rabbia repressa, lasciando Kabul nelle mani di coloro che avevano combattuto. La superiorità tecnologica aveva vinto le battaglie. L'asabiyya aveva vinto la guerra.

Andiamo a vedere cosa si "pensa" in Cina. Ovviamente non posso non citare Mao Zedong, che è noto per avere affermato, nel 1938, che "il potere politico cresce dalla canna del fucile." Ma la frase immediatamente successiva, sistematicamente dimenticata, è la più importante: "il Partito comanda il fucile, il fucile non deve mai essere lasciato comandare il Partito."

La distinzione è cruciale. Il fucile, ovvero la capacità militare, è strumento necessario per acquisire il potere. Non è sufficiente per mantenerlo. Chi comanda davvero è la struttura politica, la capacità di organizzare il consenso, di interpretare i bisogni della popolazione, di costruire una narrativa di legittimità che sopravviva ai conflitti. Mao, che quella guerra la vinse, sapeva benissimo che la vittoria militare era solo una precondizione. Il potere reale appartiene a chi riesce a trasformare la vittoria militare in ordine politico, e l'ordine politico in consenso popolare.

Aggiungeva, altrove: "la bomba atomica è una tigre di carta." Non nel senso che fosse inoffensiva. Nel senso che il destino delle guerre è deciso dai popoli, non dalle armi. Una bomba atomica può distruggere una città. Non può costruire la fedeltà di una popolazione. Non può produrre la legittimità di un governo. Non può rispondere alle domande di chi chiede: perché obbedire, perché combattere, perché morire per questo ordine e non per un altro?

il destino delle guerre è deciso dai popoli, non dalle armi. Una bomba atomica può distruggere una città. Non può costruire la fedeltà di una popolazione. Non può produrre la legittimità di un governo. 

Sun Tzu, duemilacinquecento anni prima, aveva posto la stessa questione in modo più radicale. Il campo di battaglia decisivo, nella sua concezione della guerra, è mentale prima che fisico. La vittoria suprema consiste nel piegare la volontà del nemico senza combattere. Qualunque vittoria ottenuta con le armi senza aver vinto prima la battaglia psicologica e politica è, nel migliore dei casi, provvisoria.

Frantz Fanon, il martinicano che divenne il filosofo delle rivoluzioni anticoloniali africane, poneva una domanda ancor più scomoda: cosa vogliono, in fondo, le popolazioni che subiscono la guerra? Cosa cercano, al di là delle ideologie, i popoli che resistono all'occupazione?

La risposta di Fanon è elementare nella sua radicalità: la terra. "Per un popolo colonizzato il valore più essenziale, perché il più concreto, è prima di tutto la terra: la terra che darà loro il pane e, soprattutto, la dignità." La terra, in questo senso, è molto più di una superficie geografica. La terra è il luogo dove si produce e si vive, dove si costruisce un ordine economico proprio, dove si smette di essere oggetti della storia altrui per diventarne soggetti.

"Per un popolo colonizzato il valore più essenziale, perché il più concreto, è prima di tutto la terra: la terra che darà loro il pane e, soprattutto, la dignità."

Questa è l'intuizione che rende inutile, o peggio controproducente, qualsiasi strategia militare che non si interroghi sulla struttura economica del conflitto. Le guerre non si combattono per le frontiere segnate sulle carte geografiche. Si combattono per il controllo dei minerali, dei pozzi petroliferi, delle rotte commerciali, delle terre fertili, delle acque. Si combattono, come nell'età del bronzo, per chi avrà accesso alle risorse e chi ne sarà escluso. La tecnologia militare è l'evoluzione dello strumento. La logica rimane invariata.

Amilcar Cabral, rivoluzionario e agronomo della Guinea-Bissau, raffinava ulteriormente questa analisi. La vera arma della dominazione coloniale, sosteneva, è culturale prima che militare. Distruggere la cultura di un popolo, cancellarne la memoria storica, imporre categorie di pensiero aliene: questa è la violenza più profonda, quella che precede e sopravvive alla violenza delle armi. La resistenza, di conseguenza, deve essere prima di tutto un atto di recupero culturale. "Ho l'obbligo di costruire la lotta sulla realtà concreta del paese, non sulle mie idee." Un'affermazione che contiene una critica implicita a qualunque strategia, militare o politica, che pretenda di imporre soluzioni esterne a problemi interni.

Eduardo Galeano, il giornalista uruguayano che ha scritto la storia economica dell'America Latina come storia di un corpo sanguinante, aveva sintetizzato la costante storica in modo forse più lucido di qualunque teorico militare: "La nostra sconfitta era sempre implicita nella vittoria degli altri; la nostra ricchezza ha sempre generato la nostra povertà nutrendola agli altri."

Pensate a cosa accadde in America Latina. Nel giro di pochi decenni, tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento, alcune migliaia di soldati spagnoli e portoghesi smantellarono civiltà che avevano impiegato secoli a costruire città, calendari astronomici direi perfetti, sistemi di irrigazione... Hernán Cortés sbarcò nello Yucatán con poco più di cinquecento uomini. Francisco Pizarro conquistò l'impero Inca con meno di duecento. La superiorità tecnologica era schiacciante: cavalli, acciaio, polvere da sparo contro ossidiana e legno. La vittoria militare fu rapidissima, quasi incredibile nella sua velocità.

Ma quella vittoria aprì qualcosa che non si è più richiuso. Aprì le vene, per usare l'immagine di Galeano. Prima fu l'argento: quello di Potosí, nell'attuale Bolivia, dove una montagna intera venne svuotata nel giro di due secoli, consumando la vita di milioni di lavoratori indigeni costretti nelle miniere. Quell'argento prese la via dell'Europa e finanziò le guerre, i palazzi, le cattedrali del vecchio continente. Poi fu il cotone del Brasile, coltivato da schiavi africani deportati a milioni. Poi il rame del Cile, il caucciù dell'Amazzonia, il cacao, lo zucchero, il caffè. Poi il petrolio del Venezuela e il nitrato del Perù. Poi, nel Novecento, il ferro e il litio.

Il nome della risorsa cambiava ogni volta e anche lo strumento di estrazione cambiava: prima il lavoro forzato dei nativi, poi la schiavitù, poi il salario miserabile, poi le multinazionali, poi il debito estero. Ma la struttura del rapporto non è cambiata mai. C'è sempre chi estrae e chi incassa, e i due soggetti raramente coincidono.

Dopo la conquista militare, i soldati tornarono a casa. Ma l'estrazione continuò, attraverso le compagnie commerciali, poi attraverso i trattati imposti alle nuove repubbliche indipendenti, poi attraverso le condizioni che il Fondo Monetario Internazionale allegava ai propri prestiti: privatizzate questo, liberalizzate quello, abbassate i dazi, aprite i mercati. Ogni epoca ha trovato il proprio modo per proseguire il gesto fondativo dei conquistadores, quello che stabilisce, una volta per tutte, chi prende e chi dà.

La guerra, in questo lungo racconto, è il momento dell'inizializzazione. Serve a rompere un ordine esistente, a instaurarne uno nuovo, a definire i ruoli. Poi si ritira, e lascia lavorare gli strumenti più silenziosi e più duraturi. "Lo sviluppo sviluppa la disuguaglianza," scriveva Galeano. Aggiungerei: la guerra tecnologicamente avanzata sviluppa la stessa disuguaglianza, con un ritmo più rapido e un maggiore consumo di vite umane.

Torno ora alla premessa da cui siamo partiti, quella che ha scritto di recente Carlo Mazzucchelli in uno dei suoi "post" su LinkedIn: possibile che si continui a discutere di intelligenza artificiale mentre muoiono civili a pochi fusi orari di distanza?

La domanda è importante, anche se io penso che l'intelligenza artificiale non sia estranea alla guerra contemporanea. Ne è una componente strutturale. I sistemi di targeting, le analisi predittive degli ambienti urbani, l'automazione delle decisioni di fuoco, la velocità di elaborazione dell'intelligence tattica: tutto questo è IA applicata alla distruzione. L'IA non è lo schermo che nasconde la guerra. L'IA è, in parte, la guerra.

la risorsa decisiva del ventunesimo secolo non è il petrolio né il rame, è l'attenzione e il dato

Ma c'è di più. Il tipo di potere che l'IA concentra, quello cognitivo, quello della gestione e dell'analisi delle informazioni a scala industriale, corrisponde perfettamente con la logica che Ibn Khaldun avrebbe riconosciuto: la risorsa decisiva del ventunesimo secolo non è il petrolio né il rame, è l'attenzione e il dato. Chi controlla i flussi di informazione controlla la nuova forma di asabiyya, la coesione o la frammentazione delle popolazioni, la capacità di costruire o distruggere consenso politico. L'IA non è una tecnologia neutrale che può essere applicata indifferentemente al bene o al male. È una tecnologia profondamente politica, il cui sviluppo e la cui governance sono già, adesso, un campo di conflitto tra potenze.

Discutere di IA senza discutere di guerra è una dissociazione cognitiva. Discutere di guerra senza discutere di IA è una cecità storica. Il problema, come Mazzucchelli coglie con precisione, è la proporzione dell'attenzione: si discute dell'IA come oggetto di consumo intellettuale, come scenario di fantasia su coscienze artificiali e superintelligenze, mentre la sua applicazione militare e geopolitica procede, molto concreta, molto presente, con effetti misurabili in corpi e in macerie.

C'è una parola che manca quasi sempre dal lessico delle guerre contemporanee: la pace come architettura. Non la pace come assenza di combattimenti, non il silenzio dei cannoni come soluzione in sé, ma la pace come progetto politico complesso, plurale, negoziato, che richiede interlocutori riconosciuti, concessioni reciproche, un ordine economico che ridistribuisca in modo diverso l'accesso alle risorse che erano all'origine del conflitto.

Le tradizioni strategiche non-occidentali che ho evocato convergono tutte su questo punto. Sun Tzu considerava il negoziato superiore al combattimento. Ibn Khaldun sapeva che la durata di un ordine dipende dalla solidarietà che lo sostiene, non dalla forza che lo impone. Mao insisteva che il fucile serve a conquistare il potere, ma è il partito, ovvero la struttura politica, a costruire lo Stato. Fanon e Cabral sapevano che nessuna liberazione è completa se non ridistribuisce la terra e restaura la cultura. Galeano sapeva che le vene restano aperte finché non cambia chi prende e chi dà.

La competizione per le risorse è costante dall'età del bronzo. Questa non è una rassegnazione storica. È una diagnosi. Le diagnosi servono a identificare cosa va modificato, non a giustificare ciò che esiste.

Mi piace il progetto di Stultifera Navis per questo: perché penso che permetta di costruire le categorie con cui il presente diventa pensabile, e il pensabile diventa, almeno potenzialmente, trasformabile. La nave trasporta i folli lontano dalla città. 


Riferimenti bibliografici essenziali

Ibn Khaldun, Muqaddimah (XIV sec.), trad. it. Introduzione alla storia universale, Utet, 2011. ISBN: 978-88-418-7032-4

Frantz Fanon, I dannati della terra (1961), trad. it., Einaudi, 2007. ISBN: 978-88-06-18930-2

Amilcar Cabral, Unità e lotta (1975), antologia di scritti politici, Lerici, 1975

Eduardo Galeano, Le vene aperte dell'America Latina (1971), trad. it., Sperling & Kupfer, 1997. ISBN: 978-88-200-2281-5

Mao Zedong, Opere scelte, vol. II (contiene "Problemi di guerra e strategia", 1938), Edizioni Oriente, 1970

Sun Tzu, L'arte della guerra, trad. it. con commento di Thomas Cleary, Astrolabio Ubaldini, 1989. ISBN: 978-88-340-0899-6


Appendice. Un libro da tenere sul tavolo

Chi volesse approfondire le linee di riflessione tracciate in questo saggio, e farlo con uno sguardo radicalmente fuori dal coro, troverà un compagno di viaggio prezioso nel lavoro dello storico e demografo francese Emmanuel Todd, La sconfitta dell'Occidente, pubblicato in Italia da Fazi Editore nel 2024.

Todd non è un commentatore di guerra nel senso ordinario del termine. È uno studioso che lavora su strutture profonde: modelli familiari, curve demografiche, tassi di natalità, formazione degli ingegneri, base industriale. Sono strumenti di analisi poco glamour, lontani dalla retorica geopolitica che riempie i talk show, e per questo più affidabili. Con questi strumenti, Todd arriva a conclusioni scomode per chiunque sia abituato alla narrazione ufficiale occidentale: la superiorità militare tecnologica degli Stati Uniti non regge al confronto con la capacità produttiva russa nel tempo lungo di un conflitto convenzionale. Gli Stati Uniti, scrive, formano meno ingegneri della Russia nonostante una popolazione due volte e mezzo più numerosa. La guerra in Ucraina ha reso visibile, in modo brutale, questa sproporzione.

Il punto che interessa a questa sede è un altro, però. Todd argomenta che la crisi dell'Occidente è prima di tutto interna: nichilismo culturale, declino demografico, oligarchie finanziarie distaccate dalla base produttiva del paese che governano. Sono esattamente le condizioni che Ibn Khaldun avrebbe riconosciuto come segni di asabiyya esaurita: una classe dirigente che ha smesso di condividere il destino della propria popolazione.

Il libro va letto con spirito critico. Todd tende a leggere la Russia con una benevolenza che in alcuni passaggi supera ciò che i dati giustificano, e alcune delle sue tesi sulla demografia religiosa sono più suggestive che dimostrate. Ma proprio perché è un libro che disturba, che costringe a riposizionarsi, che non conferma nessuna delle certezze preconfezionate disponibili sul mercato, vale la pena tenerlo sul tavolo. Le idee che non ci piacciono sono spesso quelle che ci insegnano di più.


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Pubblicato il 11 marzo 2026

Calogero (Kàlos) Bonasia

Calogero (Kàlos) Bonasia / etiam capillus unus habet umbram suam