Nel baratro delle fake news in cui siamo precipitati e di un mainstream che definire vergognoso è un eufemismo e da cui, sembra, non riusciamo ad uscirne in nessun modo, in questo periodo ho letto e ascoltato innumerevoli notizie relative a venti di guerra, scenari apocalittici, tensioni geopolitiche, crisi globale; insomma tutto quello per cui avremmo volentieri fatto a meno di pagare il biglietto.
Al dì là del sarcasmo, ogni volta che ho letto o ascoltato queste notizie mi tornava sempre in mente una piccola citazione che mi rimase impressa quando all’Università studiai il famigerato Trabucchi, Istituzioni di diritto privato: “la libertà di un individuo finisce dove inizia la libertà di un altro individuo”.
Questa celebre massima, che il Trabucchi accostava al pensiero di Immanuel Kant è radicata nei manuali di diritto privato come pilastro della coesistenza civile perché esprime un supposto principio universale di armonizzazione reciproca. Nel campo del diritto civile, la massima funziona poiché poggia su una struttura logico-giuridica definita: i cittadini riconoscono l'esistenza di sfere soggettive separate, e l'equilibrio tra esse è costantemente presidiato da un'autorità terza, ovvero lo Stato, che detiene il monopolio legittimo della forza e della sanzione.
Ma cosa accadrebbe se volessimo mutuare questa medesima struttura concettuale all'attuale contesto geopolitico mondiale? Scopriremmo un paralogismo teorico perché la trasposizione del principio cardine del Diritto Privato nel contesto delle Relazioni Internazionali si scontrerebbe con una realtà priva di quell’arbitro sovrano che rende possibile la coesistenza. La scommessa kantiana di un diritto cosmopolitico capace di tradurre l'ideale della pace perpetua in una stabile architettura giuridica si scontra, nei fatti con una frattura ontologica incolmabile: l'astrazione formale della norma si dissolve non appena impatta contro l'anarchia strutturale e lo stato di natura che governano il sistema-mondo.
Prima di addentrarci nel nostro percorso occorre una doverosa precisazione geo-politica; l’attuale complessità del momento risiede, al di là di fantasiose interpretazioni politiche e di mainstream, nella contrapposizione concettuale ed etimologica tra con-finis e limes descrive la spaccatura profonda tra l'ideale della cooperazione regolata dal diritto e la realtà dello scontro di potenza.
Il Con-finis come linea di contatto e cooperazione: Derivato dal latino con-finis (limite condiviso), rappresenta uno spazio di prossimità e reciprocità, dove due soggetti riconoscono i rispettivi confini e stabiliscono relazioni di scambio, dialogo e integrazione
Il Limes come barriera d'invalicabilità e chiusura: il limes richiama la frontiera fortificata dell'Impero romano, concepita con funzioni d'attacco o di difesa per proteggere il noto dall'ignoto e separare l'interno dall'esterno
Dopo il 1989, si era diffusa l'illusione che le frontiere mondiali potessero stabilizzarsi come con-finis all'interno di un guscio giuridico universale di stampo occidentale; l’attuale fase storica, segnata dalla competizione aperta tra grandi potenze (Stati Uniti, Russia e Cina), decreta il crollo di quell'illusione e l'ingresso, come ha ben sostenuto Lucio Caracciolo, nell'Ordine del Caos, in cui la gerarchia globale viene riscritta dalla forza.
Le potenze ipersovrane tendono a erigere attorno a sé limes strategici di protezione, imponendo agli Stati più piccoli confinanti di limitare la propria autodeterminazione per non violare la sicurezza della grande potenza; la storia, ma come al solito ce ne siamo dimenticati, ci insegna che Il Patto di Varsavia del 1955 fu, da un lato, la risposta alla creazione della NATO del 1949 ma, al contempo, fu anche la creazione di stati-cuscinetto come barriera strategica a difesa dell’allora URSS.
Fatta questa piccola digressione riprendiamo il nostro percorso. Immanuel Kant scrive un saggio, nel 1795, dal titolo Per la Pace perpetua in cui descrive un progetto di filosofia politica che delinea le condizioni necessarie per eliminare la guerra e costruire una coesistenza pacifica permanente tra gli Stati. In questo saggio Kant sosteneva che i principi morali e i diritti umani fossero universali e da questa idea, l'Occidente (specialmente gli Stati Uniti e, di riflesso, l'Europa) ha derivato l'ambizione di diffondere i propri valori e le proprie istituzioni in tutto il mondo. Con il crollo del Muro di Berlino, l'Europa si è convinta che il modello kantiano si fosse realizzato imponendo, di fatto, l’idea che il commercio globale, il diritto internazionale e le istituzioni sovranazionali avessero abolito la guerra geopolitica per sempre. Nei fatti non esiste è mai esistito un ordine globale unico basato su regole occidentali che tutti accettano spontaneamente e ogni civiltà (come gli stessi USA o Russia, Cina o Iran) ragiona secondo le proprie categorie storiche, spaziali e culturali, non secondo i canoni dell'Illuminismo europeo.
Quindi, l’ipotesi di Kant ovvero il superamento dell'anarchia internazionale attraverso la costituzione di una confederazione di libere repubbliche (Völkerbund) regolate da un diritto cosmopolitico crolla sotto il peso di quella che, geo-politicamente, viene definita sicurezza asimmetrica. L'eguaglianza formale degli Stati è smentita dall'esistenza di attori ipersovrani dotati di arsenali nucleari e immensi poteri economici; è la logica delle sfere d'influenza, in cui la libertà del debole viene sacrificata sull'altare dell'egoismo del forte.
In questo contesto lo stesso principio privatistico, citato in precedenza, dimostra tutta la sua fragilità se non addirittura l’inconsistenza perché, in assenza di un ordinamento globale coeso, la pretesa libertà degli Stati si corrompe inevitabilmente in puro arbitrio ed egoismo di potenza; la risposta, però, non risiede nella blindatura militare ed escludente del limes, bensì nella scommessa etica ed esistenziale sul con-finis come spazio di dialogo e interconnessione. Se la democrazia riduce la libertà a un possesso proprietario da difendere escludendo l'altro, essa cessa di essere democrazia e si degrada nella medesima violenza che pretende di combattere.
Tornando al Diritto privato, i moderni ordinamenti distinguono tra diritti assoluti (tutelati erga omnes, che sussistono in sé e per sé senza necessità di rapporti negoziali con l'altro) e diritti relativi (che assicurano un potere esercitabile solo verso soggetti determinati, legati da un vincolo specifico). L'etimologia stessa del termine assoluto, dal latino ab-solutum, ovvero sciolto da ogni vincolo, indipendente e incondizionato, ci indica un principio che mantiene intatta la propria integrità e non si dissolve a contatto con le contingenze storiche.
Quando pronunciamo la frase la tua libertà finisce dove inizia la mia, compiamo un'operazione errata nella logica perché stiamo assolutizzando il relativo; infatti introducendo i possessivi mia e tua, nei fatti, stiamo frammentando il concetto assoluto di libertà in due sfere proprietarie ed escludenti, trattando un bene spirituale alla stregua di un bene materiale accumulabile, come se la libertà potesse essere posseduta, delimitata e difesa esattamente nello stesso modo in cui si possiede un territorio.
È precisamente questo il punto nel quale la riflessione filosofica sulla libertà incontra la geopolitica. Se accettiamo l'idea che la libertà coincida con la possibilità di esercitare senza impedimenti la propria volontà, allora anche uno Stato può dichiarare di essere libero nella misura in cui possiede la forza necessaria per perseguire autonomamente i propri interessi.
Ma se accettiamo questa definizione, dobbiamo necessariamente riconoscere che la libertà di uno Stato aumenta proporzionalmente alla sua capacità di limitare quella degli altri, e dunque il sistema internazionale non sarebbe altro che una competizione permanente tra differenti gradi di arbitrio.
Quando una grande potenza invoca la propria libertà strategica, la propria sicurezza nazionale o la necessità di proteggere la propria sfera d'influenza, il problema non consiste nell'affermare che tali esigenze siano sempre illegittime, ma nel comprendere che, in assenza di un'autorità superiore capace di stabilire un limite condiviso, la sicurezza di uno può diventare il motivo attraverso il quale viene negata la sicurezza dell'altro e la libertà di uno viene trasformata nella subordinazione dell'altro.
La questione diventa ancora più evidente quando osserviamo il modo nel quale gli Stati costruiscono il concetto di confine. Il confine non è infatti soltanto una linea tracciata su una carta geografica, perché prima ancora di essere geografico è un fatto sociale, politico e psicologico: stabilisce chi appartiene e chi non appartiene, definisce il dentro e il fuori, costruisce l'identità collettiva e, proprio per questo, produce anche una rappresentazione dell'altro. È attraverso il confine che una comunità politica riesce a raccontarsi come noi, ma è attraverso lo stesso confine che può trasformare il loro in una categoria indistinta, nella quale l'altro non è più una persona, una comunità o una società con la quale intrattenere relazioni, ma diventa semplicemente una minaccia potenziale.
È qui che la distinzione tra con-finis e limes acquista un significato che va molto oltre l'etimologia. Il con-finis non elimina il confine, e questo è forse l'equivoco maggiore quando si parla di globalizzazione, apertura delle frontiere e cosmopolitismo; il con-finis riconosce invece che il limite esiste proprio perché esistono due soggetti differenti, ma trasforma quella differenza in una possibilità di relazione. Il limes, al contrario, prende il medesimo limite e lo trasforma in una barriera, perché non considera più il confine come il luogo nel quale termina una sovranità e ne comincia un'altra, bensì come il punto nel quale deve essere impedito all'altro di entrare, avanzare, influenzare o semplicemente esistere nello spazio percepito come proprio.
Questa dinamica non riguarda soltanto gli Stati e le grandi potenze, ma attraversa la società contemporanea nel suo complesso, soprattutto in una fase storica nella quale l'interconnessione economica, tecnologica e culturale ha reso sempre più difficile separare nettamente ciò che appartiene a una comunità da ciò che appartiene a un'altra. I flussi migratori, la circolazione delle informazioni, la mobilità del capitale, la rete digitale e la crescente interdipendenza delle economie hanno reso i confini contemporaneamente più importanti e più fragili: più importanti perché gli Stati cercano attraverso di essi di riaffermare la propria identità e il proprio controllo, più fragili perché la realtà sociale ed economica continua incessantemente ad attraversarli.
Da questo punto di vista, la reazione nativista che accompagna oggi molti processi migratori può essere letta come un tentativo di restaurare artificialmente un mondo nel quale il confine rappresentava una certezza assoluta. Quanto più la realtà diventa mobile, tanto più cresce la tentazione di renderla immobile attraverso il controllo dello spazio; quanto più le identità diventano complesse, tanto più forte diventa il bisogno politico di semplificarle attraverso la contrapposizione tra noi e loro. Il limes diventa allora non soltanto una struttura geografica, ma una risposta psicologica alla paura dell'incertezza, perché promette di restituire una distinzione apparentemente chiara in un mondo nel quale le distinzioni evaporano sempre più velocemente.
Ed è proprio in questa trasformazione del confine che si manifesta nuovamente il problema kantiano; Kant non immaginava un mondo privo di differenze, né sosteneva che le comunità politiche dovessero dissolversi in una indistinta umanità universale. La sua intuizione consisteva piuttosto nel tentativo di individuare una forma politica e giuridica capace di impedire che la differenza tra gli Stati si trasformasse necessariamente in guerra. La pace perpetua non nasce, quindi, dalla cancellazione dell'altro, ma dalla costruzione di istituzioni e principi capaci di trasformare il rapporto tra soggetti differenti, impedendo che la sovranità venga utilizzata come giustificazione assoluta della forza.
L'idea di una comunità internazionale nella quale tutti gli Stati siano uguali davanti al diritto rimane quindi una straordinaria conquista normativa, ma non coincide con la realtà materiale dei rapporti di forza. Ed è proprio questa distanza tra norma e potere che rende tanto difficile la realizzazione del progetto kantiano: il diritto internazionale può stabilire che gli Stati siano sovrani e uguali, ma non può cancellare il fatto che alcuni possiedano una capacità militare, economica e tecnologica infinitamente superiore rispetto ad altri.
È qui che il realismo politico introduce una verità scomoda che non può essere semplicemente ignorata: in un mondo privo di un'autorità sovrana universale, ogni Stato deve necessariamente occuparsi della propria sicurezza e deve quindi mantenere una capacità sufficiente a impedire che la propria esistenza venga messa in discussione. Il problema nasce quando questa necessità viene trasformata in un principio assoluto, perché la sicurezza smette allora di essere una condizione della libertà e diventa il criterio attraverso il quale la libertà stessa viene definita. A quel punto il ragionamento diventa circolare: bisogna essere forti per essere liberi, ma per essere forti bisogna limitare la libertà altrui, e dunque la libertà viene difesa attraverso la produzione di una condizione nella quale qualcun altro deve necessariamente sentirsi meno libero.
È questa, in fondo, la contraddizione fondamentale dell'attuale geopolitica, nella quale tutti dichiarano di agire per la propria sicurezza e quasi nessuno ammette di poter rappresentare, attraverso la propria ricerca di sicurezza, una minaccia per gli altri. Ogni potenza costruisce il proprio limes come risposta a un limes altrui e ogni espansione strategica viene presentata come difensiva, mentre quella stessa espansione viene percepita dall'avversario come offensiva. Il risultato è quello che la teoria delle relazioni internazionali ha definito, con una formula ormai classica, il dilemma della sicurezza: più ciascuno cerca di sentirsi sicuro aumentando le proprie capacità, più l'altro percepisce quella crescita come una minaccia e reagisce aumentando a sua volta le proprie capacità, producendo così una spirale nella quale nessuno, alla fine, possiede realmente più sicurezza di prima.
In questo contesto, la domanda iniziale ritorna con ancora maggiore forza: perché la geopolitica globale non riconosce la libertà di Kant? La risposta, probabilmente, è che la libertà kantiana presuppone una concezione dell'uomo e della politica incompatibile con l'idea che la sicurezza possa essere fondata esclusivamente sul rapporto di forza.
Kant parte dall'idea che la libertà individuale non possa essere separata dalla libertà degli altri e che la ragione possa condurre gli individui e le comunità politiche a riconoscere la necessità di un ordine comune; la geopolitica, invece, quando viene dominata dal realismo più radicale, parte dalla premessa opposta, secondo la quale ogni soggetto deve innanzitutto garantirsi la sopravvivenza e soltanto successivamente, quando le condizioni lo consentono, può preoccuparsi della libertà degli altri.
Nel diritto privato, infatti, la mia libertà e quella dell'altro possono coesistere perché sussiste un sistema giuridico che stabilisce cosa posso fare, cosa non posso fare e quali conseguenze derivano dalla violazione della libertà altrui; nel sistema internazionale, invece, non esiste un’autorità universalmente riconosciuta capace di esercitare questa funzione nello stesso modo. Esistono organizzazioni internazionali, trattati, tribunali, alleanze e norme, ma la loro efficacia dipende in larga parte dalla volontà degli Stati
Sarebbe semplice concludere, quindi, che il progetto kantiano è fallito e quindi dobbiamo abbandonare ogni aspirazione universalistica e dunque ritorniamo ai rapporti di forza accettando l’idea che la libertà internazionale sia soltanto la capacità di ciascuno Stato di imporre la propria volontà; inb tal senso dovremmo, di conseguenza, accettare che la libertà appartenga inevitabilmente a chi possiede più strumenti per esercitarla, trasformando il diritto in una semplice conseguenza della forza e la sovranità in un privilegio proporzionale alla potenza.
Anche lo scegliere ingenuamente tra pacifismo assoluto e/o militarismo, tra apertura indiscriminata e chiusura totale, tra un mondo senza confini e un mondo fatto esclusivamente di muri, equivarrebbe ad affrontare la problematica in una semplice logica binaria.
La questione consiste piuttosto nel capire se sia ancora possibile costruire uno spazio nel quale la sicurezza non debba necessariamente essere ottenuta attraverso la negazione della sicurezza altrui e nel quale il confine possa tornare ad essere un luogo di relazione anziché una dichiarazione permanente di ostilità. Forse è proprio questo il significato più profondo del con-finis: non l'abolizione del limite, ma il riconoscimento che ogni limite acquista senso soltanto in relazione a qualcosa che sta dall'altra parte.
La libertà non può esistere senza la relazione con l'altro; ma se trasformiamo l'altro in un nemico permanente, trasformiamo anche la nostra libertà in una forma di paura permanente, mentre se riconosciamo che la nostra libertà è inseparabile dalla possibilità che anche l'altro sia libero, allora il confine può tornare ad essere quello spazio di kantiana memoria.
In questo senso, la lezione di Kant non consiste nel prometterci un mondo nel quale la guerra sarà magicamente scomparsa, né nel convincerci che gli Stati rinunceranno spontaneamente ai propri interessi, ma nel ricordarci che l'ordine internazionale non può essere costruito soltanto sulla paura reciproca, perché un sistema fondato esclusivamente sulla deterrenza può forse impedire temporaneamente lo scontro, ma non produce necessariamente quella forma di convivenza nella quale la libertà dell'uno non viene percepita come una minaccia alla libertà dell'altro. E se è vero che la geopolitica contemporanea sembra procedere nella direzione opposta, costruendo nuovi limes, nuove sfere d'influenza e nuove identità contrapposte, è proprio per questo che il quesito kantiano ritorna con maggiore urgenza, non come una soluzione già pronta, ma come una domanda alla quale siamo ancora chiamati a rispondere.
La scelta è la nostra come individue e come società: infatti, se accettassimo definitivamente che il forte abbia diritto a una libertà maggiore del debole, che la sicurezza di una potenza possa giustificare la limitazione della sicurezza di un'altra, allora avremmo certamente costruito un mondo nel quale gli Stati potranno continuare a difendersi, ad armarsi e a competere, ma avremo progressivamente svuotato di significato proprio quella parola che pretendiamo di difendere: la libertà.
La vera posta in gioco è riconoscere che la libertà non è una proprietà che ciascuno possiede contro gli altri, ma una condizione che può esistere soltanto all'interno di una relazione ordinata tra soggetti reciprocamente riconosciuti; è forse questa la vera eredità della libertà kantiana, una libertà che la geopolitica ancora non riconosce pienamente perché continua a concepire lo spazio internazionale come uno spazio nel quale la sicurezza precede il diritto e la forza precede la libertà. Perché, alla fine, il problema non è stabilire dove finisca la libertà dell'uno e dove cominci quella dell'altro, ma comprendere se siamo ancora capaci di costruire un ordine nel quale la libertà dell'uno possa esistere senza diventare la negazione della libertà dell'altro
Luigi Russo, Il leviatano Algoritmico, La silenziosa trasformazione del lavoro e dell'essere umano, Delos Digital, giugno 2026