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Il secondo libro delle Confessioni è dedicato da Agostino al suo sedicesimo anno di età. È conosciuto soprattutto per il famoso episodio del furto delle pere commesso con i compagni, ma l’intero libro è un capolavoro di fine indagine metafisico-antropologica e tocca vette di rara profondità psicologica.

Agostino riconduce il suo allontanamento da Dio, «dolcezza non ingannevole», alla dispersione «nei molti», arso com’era «dal desiderio di saziar[si] delle cose più basse» (1, 1). L’analisi che l’Ipponate conduce parte, dunque, da questo “strappo” che abita il cuore dell’uomo, di ogni uomo, e che porta a perdersi nelle cose del mondo cercando di riempire il desiderio di infinito attraverso «i dirupi delle passioni e [il] gorgo di azioni turpi» (2, 2).

Un errore di valutazione che avviene innanzitutto su un piano metafisico-morale perché – come direbbe Platone – si cade nell’errore di «scambiare armi d’oro con armi di bronzo» (Simposio, 219 A): l’uomo, «assordato dallo stridore della catena della [sua] mortalità» (2, 2) si allontana sempre più dall’Uno, da Dio, non riconoscendo che i molti sono perché l’Uno è.

Un secondo errore riguarda la sfera psicologico-affettiva, vale a dire il desiderio di amare, ma anche di essere apprezzati e amati. Agostino lo riconosce sin dalle prime pagine di questo libro chiedendosi «che cos’era che mi procurava piacere, se non amare ed essere amato?» (2, 1). Desiderio più che legittimo, ma cattivo sin dalla radice se non si riconosce l’errore di cui sopra.

I piani sono uniti nella distinzione.

Si potrebbe dire che la sfera psicologico-affettiva si inscrive all’interno della sfera metafisico-morale, ma ciò non si traduce in un astratto riconoscimento di un Principio, di una Legge, di un Bene. Significa, piuttosto, acquisire la concreta consapevolezza che il nostro essere nel mondo è quello di esseri finiti, creature tra creature, e che proprio questa consapevolezza deve orientare il nostro modo di desiderare, di amare, di agire.


«Quelle pere che abbiamo rubato erano belle, perché erano tue creature – si noti il magnifico riflesso metafisico della Bellezza increata nella bellezza creata – Tu che sei il più bello di tutto le cose […] Quelle pere erano belle, ma la mia miserabile anima non aveva brama di esse – si noti come l’Autore scenda ora sul piano della miseria umana per mostrare l’origine della perversione dell’azione – Infatti, io ne avevo in abbondanza […] ho colto quelle pere solo per rubare […] ho assaporato solamente la mia malvagità, fruendo della quale io godevo» (6, 12).


Questo passaggio è fondamentale per comprendere il legame tra i due piani: il desiderio di sentirsi apprezzati e amati, così come quello di sperimentare una libertà apparentemente assoluta, può condurre a perdere di vista Dio come vero e sommo Bene. Il male, infatti, non risiede “nel cogliere una pera e mangiarla” né semplicemente nello “stare con gli amici”, ma nel disordine che orienta la volontà e nell’alterazione dei legami attraverso i quali l’uomo ricerca approvazione, appartenenza e complicità, fino a giungere al desiderio di «fare del male per gioco e per scherzo» (9, 17).

È precisamente questo che Agostino riconosce nella propria esperienza: non tanto la semplice trasgressione di una norma, quanto il progressivo smarrimento dell’ordine del desiderio, dell’ordo amoris che lo conduce lontano da Dio e, proprio per questo, lontano anche da se stesso:

«Io mi sono allontanato da Te e ho errato, Dio mio, troppo lontano dalla tua stabilità durante la mia adolescenza, e sono diventato a me stesso una regione di miseria» (10, 18).


 

Pubblicato il 17 agosto 2026

Giovanni Covino

Giovanni Covino / Laureato in Scienze filosofiche presso l'Università Federico II (Napoli). Docente.

http://www.bricioledifilosofia.com