Attraversando East Chang’an Avenue, il tratto di strada che attraversa piazza Tien An Men a Pechino, un tassista cinese simpatico e loquace volle parlare con me di politica, lodando i risultati economici eccezionali degli ultimi trent’anni in Cina e sottolineando come invece, in Occidente, l’economia fosse in declino.
La sua conclusione fu drastica:
“La democrazia funziona solo quando le cose vanno bene”.
Una sintesi forse eccessiva, ma sufficiente ad innescare in me una catena di riflessioni che qui provo a riassumere in forma più strutturata.
Politica ed economia un sodalizio inscindibile
L’Occidente difende con vigore due pilastri che considera inseparabili: capitalismo e democrazia.
I due sistemi vengono presentati come una coppia naturale, simbioticamente connessa:
la buona politica democratica dovrebbe garantire un capitalismo efficiente, e un capitalismo efficiente dovrebbe generare prosperità, benessere diffuso, stabilità sociale.
Il libero mercato, in questa narrazione, è libero ma non anarchico: è tale solo entro i confini stabiliti dalla legge. La politica stabilisce le regole, l’economia opera al loro interno.
La democrazia, dunque, non sarebbe soltanto un sistema di rappresentanza, ma la cornice normativa che rende il capitalismo sostenibile e moralmente legittimo.
Tuttavia, l’osservazione empirica incrina questa presunta necessità.
Anche nei regimi che non si fondano sul voto popolare, dalla Cina alle monarchie del Golfo ad esempio, l’economia è strutturalmente dipendente dal potere politico che la orienta e ne delimita i confini.
Il capitalismo, pur in assenza di democrazia, resta la colonna portante dello sviluppo.
La Cina, solo formalmente ancora definibile comunista, opera di fatto secondo logiche capitalistiche integrate nel mercato globale. Analogamente, nei sistemi monarchici arabi, l’economia è subordinata al potere sovrano ma orientata alla crescita e alla prosperità.
Ne emerge un primo dato: l’economia funziona in sistemi politici differenti. Non dipende necessariamente dalla forma “di” governo, ma dalla capacità “del” governo di permetterne uno sviluppo coerente, strategico, lungimirante e a favore del popolo.
Ogni sistema politico, in ultima analisi, sopravvive se sopravvive la sua economia.
Qui occorre compiere un passo ulteriore.
L’economia come risposta alla precarietà esistenziale
L’economia non è un dispositivo tecnico neutro.
È la risposta organizzata alla precarietà umana.
Prima ancora che esistano costituzioni o parlamenti, esiste il bisogno di sicurezza, di continuità, di protezione dalla scarsità.
Il mercato nasce come struttura di sopravvivenza collettiva, non come espressione di un’idea morale.
In questa prospettiva, la politica non fonda l’economia; la amministra.
L’economia nasce prima, come strategia contro l’angoscia della mancanza.
L’uomo non costruisce sistemi per nobiltà ideale, ma per ridurre l’incertezza. La prosperità non è un lusso: è il rimedio necessario contro la precarietà dell’esistenza.
La frattura occidentale
Se osserviamo l’Occidente, intendendo per esso Europa e Stati Uniti d’America, notiamo che negli ultimi trent’anni si è verificato un indebolimento progressivo della sua struttura economica.
Una delle cause principali (ma non l’unica) è stata la delocalizzazione industriale: nella ricerca di margini più elevati, molte imprese hanno trasferito produzione e manodopera verso Paesi a costo inferiore.
La politica ha consentito questo processo senza valutare adeguatamente le conseguenze sistemiche di lungo periodo.
Qui emerge una distinzione decisiva:
la razionalità industriale non coincide con la razionalità sistemica.
La massimizzazione del profitto immediato può risultare perfettamente razionale per l’impresa, ma devastante per l’equilibrio economico complessivo di una nazione.
L’Occidente non è stato tradito dal capitalismo in sé, ma da una gestione miope del capitalismo, governata da un orizzonte temporale corto.
Il risultato è stato il depotenziamento della capacità produttiva interna, l’indebolimento del tessuto industriale e l’erosione della prosperità diffusa.
Parallelamente, si è delineato uno spostamento del baricentro economico globale: mentre l’Occidente si indeboliva, la Cina in primis, capace di trasformarsi strategicamente da periferia manifatturiera a architettura centrale dell’offerta mondiale, insieme a diverse nazioni arabe sempre più aperte al turismo di massa e sostenute da accattivanti incentivi fiscali, accelerava la propria ascesa economica.
Tale crescita è avvenuta indipendentemente dal carattere democratico o meno dei rispettivi sistemi politici.
Questo dato destabilizza la narrazione occidentale:
la democrazia non garantisce automaticamente prosperità; e l’assenza di democrazia non impedisce necessariamente lo sviluppo economico.
Legittimità e consenso
La legittimità politica non deriva soltanto dall’elezione o dalla tradizione, ma dalla capacità di garantire stabilità materiale.
Un governo può essere formalmente democratico ma perdere consenso se l’economia si indebolisce.
Un governo non democratico può mantenere consenso se garantisce crescita e benessere.
L’individuo non misura la qualità della propria vita sulla struttura teorica del regime, ma sulla concretezza delle sue condizioni materiali: lavoro, reddito, sicurezza, possibilità di scambio.
La prosperità è il vero fondamento della stabilità politica.
La frattura occidentale contemporanea non è anzitutto una crisi teorica della democrazia; è una crisi economica strutturale che si riflette nella perdita di fiducia verso le istituzioni.
Quando l’economia si indebolisce, anche la forma politica perde fascino, forza, autorevolezza.
Forma e sostanza
La morale è sobria:
un governo deve custodire la propria economia con lungimiranza strategica.
Non per ideologia, ma per sopravvivenza sistemica.
Il fulcro dunque si sposta dal giudizio morale sul sistema alla funzionalità economica del sistema.
È un cambio di asse che toglie romanticismo alla politica e la riporta alla sua natura strumentale.
Le ideologie discutono di forme di governo.
I popoli vivono di pane, lavoro e scambio.
Quando il pane manca, le ideologie diventano rumore.
La politica promette valori.
L’economia garantisce sopravvivenza.
E l’uomo, nella sua fragilità strutturale, sceglierà sempre ciò che gli consente di continuare a esistere.
L’uomo non difende la forma del potere,
difende la propria continuità materiale.
E quando la continuità vacilla, anche la fede nella forma vacilla.
In definitiva, non è il sistema politico in quanto tale ad essere decisivo, ma il modo in cui esso gestisce l’economia.
La politica è forma.
L’economia è sostanza.
E quando la sostanza si indebolisce, la forma si incrina.
Macte Animo !
Guido Tahra
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