Un’altra guerra,
altri orrori,
tutti giustificati da chi racconta di essere dalla parte giusta della storia,
incurante dgli effetti e delle conseguenze,
che non rimarranno delimitati sul terreno di guerra,
ma si estenderanno in ogni dove.
Forse per questo oggi non ho voglia di fare nulla.
Non sono in ansia,
non sono di umore nero,
neppure stanco.
Sono semplicemente melanconico,
perché melanconica è l’aria che tutti respiriamo,
che anche io respiro,
l’atmosfera nella quale mi trovo a vivere.
La mia melanconia non ha nulla a che fare con l’atmosfera,
non ho sensibilità particolari per questo,
non somo mai stato metereopatico,
la melanconia è però nell’aria,
si respira, prende possesso del corpo e della mente,
sembra una melanconia adolescenziale,
di quando si scopre di quanto possa essere senza senso e insoddisfacente quello che si è visto per la prima volta.
La mia melanconia è la condizione di tutti,
è la condizione comune,
di un mondo fatto pieno di crepe che percepisce di non avere vie di uscita,
dal proprio disagio esistenziale,
dai molteplici disastri di cui siamo tutti testimoni,
da tecnocrati autoritari e folli e oligarchie imbelli,
dalle carneficine,
dalle guerre,
dalle crisi digitali,
da quelle climatiche
e da quelle esistenziali.
Privati di vie d’uscita come siamo,
non rimane che volgere lo sguardo alla filosofia,
per cercare nuovi modi di vivere,
prospettare nuove forme di vita,
cercare e sperimentare l’esistenza di altri modi di essere,
rompendo l’incantesimo di una melanconia,
che mantiene la nostra esistenza,
dentro un grigiore plumbeo che potrebbe portare alla disperazione.
Facile a disi, difficile a farsi,
la melanconia si porta appresso un peso senza saperne il perché,
abita una mancanza che non riesce a localizzare,
porta a pensare che non si sa cosa si stia perdendo (la pace?), ma nella certezza che lo si stia perdendo.
Se non si fa attenzione la melaina cholè dei Greci, la bile nera, prende il sopravvento,
colpisce soprattutto coloro che vedono ciò che gli altri non vedono.
E se la mia melanconia dipendesse proprio da questo?
Dalla consapevolezza che qualcosa si sta rompendo in modo non riparabile,
che certi equilibri non torneranno,
che il mondo che conoscevamo stava già finendo,
prima che le bombe ricominciassero a cadere?
Non sento il bisogno di rimuovere la melanconia,
voglio poterla trasformare in uno sguardo,
usarla per vedere ciò che altri non vedono ancora,
per capire ciò che non ha retto e ci ha portato fin qui,
per stare nel dolore ma non smettere di pensare,
che poi di questi tempi, sempre a rischio di essere travolti,
è molto assai.