Il termine stocastico designa una modalità di funzionamento nella quale l’incertezza appare come una componente strutturale dei processi in gioco senza inferire alcuna presunta fragilità agli stessi. Ciò che accade non segue una necessità lineare pienamente ricostruibile, e tuttavia non si dissolve nell’arbitrio, poiché l’andamento complessivo resta intelligibile solo se si accetta di pensarlo in termini di probabilità, di traiettorie possibili, di regolarità che emergono a posteriori. Questo slittamento concettuale incide direttamente sul modo in cui vengono pensati l’agire, la responsabilità e il rapporto tra soggetto e contesto.
Quando tale categoria viene applicata agli ambienti digitali e in particolare ai social, emerge un quadro nel quale l’azione individuale si inserisce in processi che eccedono costantemente l’intenzione di chi agisce. La produzione e la circolazione dei contenuti avvengono all’interno di sistemi che combinano regole algoritmiche, temporalità asincrone e interazioni minute, dando luogo a esiti che risultano imprevedibili nel singolo caso e strutturati sul piano collettivo. In questo senso l’esperienza dell’utente si colloca in un processo stocastico nel quale ogni gesto è al tempo stesso minimo e potenzialmente amplificato.
Qui si apre una questione che riguarda direttamente il pensiero. L’ambiente stocastico dei social tende a favorire una relazione reattiva agli eventi, fondata sull’attesa di feedback intermittenti e su una continua esposizione a esiti fluttuanti. In una simile configurazione il rischio non consiste nella perdita di controllo, quanto nella progressiva sospensione dell’attività riflessiva, sostituita da un adattamento tattico alle probabilità percepite. L’attenzione si orienta verso ciò che “funziona” più spesso, non verso ciò che ha senso elaborare o sostenere, producendo una razionalità povera, ma efficace dal punto di vista della visibilità.
Mantenere un pensiero attivo in questo contesto implica una responsabilità che non può essere ridotta alla dimensione morale individuale. Si tratta piuttosto di una responsabilità epistemica e politica, che riguarda il modo in cui si partecipa a processi collettivi senza lasciarsi assorbire completamente dalla loro logica probabilistica. Agire consapevolmente in un sistema stocastico significa riconoscere che ogni intervento contribuisce a configurare il campo delle possibilità altrui, anche quando l’esito resta incerto. Hannah Arendt ha insistito sul carattere irreversibile e imprevedibile dell’azione nello spazio pubblico, legando questa condizione non a una rinuncia alla responsabilità, ma alla sua radicalizzazione.
In questo quadro il pensiero critico non coincide con una presa di distanza astratta, bensì con la capacità di sospendere l’automatismo della risposta, di interrogare i meccanismi che rendono certi esiti più probabili di altri, di riconoscere la differenza tra partecipazione e semplice esposizione.
Il processo stocastico dei social non annulla la possibilità di scelta, ma la colloca in un regime più esigente, nel quale l’assenza di garanzie obbliga a un’assunzione più consapevole delle conseguenze possibili.
La responsabilità, allora, non riguarda il controllo degli effetti, che resta strutturalmente limitato, ma la qualità dell’attenzione e dell’intenzionalità con cui si entra nel processo. Accettare la stocasticità dell’ambiente digitale significa rinunciare a spiegazioni consolatorie, sia sul piano del potere individuale sia su quello della totale eterodirezione, e riconoscere che il pensiero, per restare attivo, deve operare dentro l’incertezza senza adattarvisi passivamente. In gioco non vi è una semplice etica dell’uso dei social, ma una pratica del pensare capace di resistere alla riduzione dell’esperienza a sequenza di probabilità sfruttabili.
È a partire da questa consapevolezza che prende forma il progetto di Stultifera Navis.
Quando è stata fondata, l’intenzione non riguardava semplicemente la creazione di un ulteriore spazio culturale, ma l’apertura di un luogo che interrompesse, per quanto possibile, la logica stocastica dominante nella circolazione dei contenuti. Non un ambiente regolato dalla probabilità dell’impatto, dall’intermittenza dell’attenzione o dalla competizione per la visibilità, bensì uno spazio nel quale l’accesso all’informazione e al pensiero potesse avvenire attraverso scelte deliberate, temporalità distese e percorsi di approfondimento non prescritti dall’algoritmo.
Questa scelta implica una presa di distanza netta rispetto all’idea che l’incontro con i contenuti debba essere mediato da meccanismi di selezione opachi e adattivi. In Stultifera Navis il gesto dell’informarsi e del leggere viene restituito alla sua dimensione attiva, che comporta una responsabilità nei confronti del tempo, dell’attenzione e del senso. Qui il pensiero non viene sollecitato attraverso stimoli intermittenti, ma chiamato a orientarsi, a sostare, a costruire relazioni tra testi, temi e problemi, accettando la fatica che questo comporta.
stultiferanavis è uno spazio nel quale l’accesso all’informazione e al pensiero può avvenire attraverso scelte deliberate, temporalità distese e percorsi di approfondimento non prescritti da un algoritmo
In questo senso la metafora della nave non ha un valore ornamentale: rinvia a uno spazio separato, mobile, ma delimitato, che non coincide con l’esterno pur restando in rapporto con esso. Stultifera Navis si è costituita come una vera eterotopia, nel senso foucaultiano del termine, vale a dire come un luogo altro che riflette, sospende e riorganizza gli spazi dominanti senza semplicemente opporvisi dall’esterno. L’eterotopia non nega il mondo in cui è inscritta, ma ne rende visibili le logiche attraverso uno scarto, una diversa disposizione delle pratiche e dei tempi.
La sottrazione alle regole stocastiche non va però intesa come una promessa di purezza o di controllo totale. Anche questo spazio resta attraversato da contingenze, limiti, scelte parziali. La differenza decisiva riguarda il modo in cui tali contingenze vengono assunte: non come variabili da sfruttare per massimizzare l’attenzione, ma come condizioni entro cui esercitare un pensiero responsabile. Qui l’incertezza non viene organizzata come tecnica di governo dell’esperienza, ma riconosciuta come margine entro cui il soggetto è chiamato a prendere posizione.
In un panorama informativo che tende a neutralizzare la scelta riducendola a risposta statistica, Stultifera Navis insiste su una pratica diversa: quella dell’orientamento consapevole. Non garantisce esiti, ma rende possibile un esercizio del pensiero che non sia interamente assorbito dalla logica della probabilità. In questo sta la sua funzione critica: non offrire riparo dal mondo, bensì un luogo dal quale tornare a guardarlo con strumenti meno adattivi e più esigenti.