Mezzo secolo fa usciva, pubblicato da Rizzoli, “Lettera a un bambino mai nato”, uno dei libri più profondi e sicuramente il più intimo (e forse anche il più personale) fra quelli scritti da Oriana Fallaci; un monologo drammatico di una donna senza età che vive la sua maternità non come un dovere ma come un atto di responsabilità. Alla radice delle domande esistenziali che la protagonista del romanzo si pone ci sono la legittimità e l’ipotetica accettazione della sua stessa nascita da parte del bambino che porta in grembo, prima quindi di venire al mondo. Ed ecco i due interrogativi di base: basta volere un figlio per “costringerlo” a nascere e quindi a vivere? Ed è giusto sacrificare una vita già esistente (quella della donna-madre) a una vita che ancora non è tale, almeno per l’anagrafe?
Dopo mezzo secolo, in un’epoca in cui un po’ tutto l’occidente si ritrova improvvisamente consapevole di fronte al problema della denatalità (assai più che al dilemma fra nascita e aborto), quelle domande emergono ancora più drammatiche e, in un certo senso, ancor più “ruvide”. La stessa Italia, un tempo fra i Paesi più prolifici dell’Europa, è oggi uno di quelli in cui nascono meno bambini (trecentosessantamila circa nell’ultimo anno), con una fecondità che si attesta ormai a 1,18 figli per donna (la più bassa mai registrata storicamente); tutto questo con le conseguenze socio-economiche che ben conosciamo, visto il contestuale aumento medio dell’età della popolazione. Quelli mai nati, non tanto per essere stati abortiti, quanto per non averli mai voluti concepire, possono essere stimati secondo alcuni, in questo frattempo, perfino in milioni: un vero e proprio esercito di “increati”, di invisibili; una moltitudine in ogni caso reale anche se realisticamente difficilmente quantificabile in modo certo, secondo altri.
Le nuove generazioni, in effetti, hanno ben altro a cui pensare: precariato e lavoro anche a intermittenza, bassi redditi, assenza o penuria di asili gratuiti o a prezzi accettabili, caro affitti e impossibilità di ottenere facilmente un mutuo per la casa, ecc. Ma a emergere in questo contesto è anche la crisi del concetto storico di famiglia, quanto meno di quel concetto di famiglia che fino a un certo punto era riuscito a sopravvivere anche a un’Italia non più contadina e operaia come quella uscita dall’ultima guerra, con una popolazione che, al di là delle divisioni legate alle ideologie politiche, appariva comunque desiderosa di lasciarsi alle spalle il dramma della violenza e della morte diffusa dalle armi per ripopolare la penisola approfittando del boom economico di quegli anni e del sentimento diffuso di un futuro sempre migliore che si profilava all’orizzonte. Ma quell’afflato iniziò ad affievolirsi già negli anni ’80 del secolo scorso con l’emergere di altre priorità e a causa di quella profonda e traumatica cesura fra i protagonisti della violenza politica che caratterizzò gli “anni di piombo” e l’edonismo consumistico dell’Italia “da bere” che, quasi in contrapposizione, andava emergendo con l’abbandono per molti di qualsiasi impegno civile, delineando così una radicale modifica involutiva dei costumi sociali.
Non deve quindi meravigliare se oggi, in particolare fra le ultime generazioni (millennials & C.), l’idea di mettere al mondo figli sia diventata secondaria o, a volte, del tutto scartata a priori. Adesso la maggior parte dei giovani non ne vuole proprio sapere di creare una famiglia: ragazzi e ragazze pensano il più delle volte a sé stessi, e non solo per motivi economici, ma anche perché, pur con le dovute eccezioni, sono davvero cambiate le priorità nelle loro vite e ben altri sono gli obiettivi che si pongono. Perfino nella ricerca di lavoro, secondo molti recruiter, fra le priorità dei candidati alle varie posizioni lavorative (da quelle di cameriere in un ristorante o di addetta alle vendite in un centro commerciale a quelle di junior manager) emerge in genere la richiesta prioritaria di tempo libero e di benefit extra-lavorativi a disposizione, oltre che l’entità della retribuzione: quindi tutto l’opposto di una eventuale sicurezza finanziaria in grado, fra l’altro, di assicurare la disponibilità di un mutuo da richiedere in banca per una casa dove poter vivere non più da single o ancora sulle spalle della famiglia d’origine, come “figlio”, ma formando una famiglia propria.
Perfino la vita di coppia, quanto meno come l’abbiamo fin qui strutturata nella nostra storia culturale, è entrata in una crisi irreversibile un po’ dappertutto: ben prima di pensare, all’interno di una coppia già comunque stabilizzata (formalmente o no), a mettere al mondo dei figli, è la coppia stessa a non formarsi, o comunque a non formarsi più seguendo le “regole” del passato; magari passando da un compagno all’altro, si rimane single fino a quando si ha la possibilità di scegliere, preferendo non avere legami stabili e formali, così da evitare poi problemi in caso di crisi e separazioni. Alla fine, ci si sposa sempre meno, e anche quando si giunge al matrimonio, l’età media della coppia di anno in anno è sempre più alta. Se è poi costante di anno in anno il calo numerico dei matrimoni, non solo di quelli religiosi, ma anche di quelli civili, spesso i nuovi legami davanti all’ufficiale di stato civile sono determinati comunque da seconde nozze (c’è chi parla di “americanizzazione” del legame matrimoniale, pensando al fatto che negli Stati Uniti spesso ci si sposa stabilendo già i termini dell’eventuale separazione). Alla fine ad aumentare sono rimaste le più recenti “unioni civili” anche fra coppie dello stesso sesso e altre forme di unioni di fatto e convivenze vissute spesso anche sotto due diversi “tetti”, nel timore che un’improvvisa rottura lasci uno dei due componenti della coppia per strada.
D’altronde sono ormai lontani i tempi di “Divorzio all’italiana”, il famoso film di Pietro Germi con protagonista un eccelso Marcello Mastroianni, che vinse nel 1962 il Festival di Cannes e l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. I giovani di oggi, a differenza dei baby-boomer, sono cresciuti all’interno di una cultura sociale che conosce (e ormai pratica dappertutto) separazioni e divorzi, forse in misura maggiore che unioni e matrimoni, in un continuo rimescolamento di ruoli e di figurazioni che sarebbe stato impensabile, per l’appunto, mezzo secolo fa.
Al di là della crisi strutturale della coppia, e fatte perfino salve quelle situazioni in cui la donna sceglie la via della maternità anche vivendo da sola, cioè senza sentire nemmeno il bisogno di un’unione stabile (con un altro uomo o con un’altra donna), è proprio la voglia di mettere al mondo dei figli a essere fuori moda; e a pensarlo (e ad attuarlo) sono prima di tutto le donne, che preferiscono non perdere la loro libertà personale (ma anche quella lavorativa che garantisce o le predispone anche a far carriera) o che spingono sempre più avanti negli anni la data possibile di una maternità fin quando magari poi, anche volendo, non ne sono più in grado.
A essere venuto meno, un po’ dappertutto, al nord come al sud, nelle grandi città sicuramente, ma ormai anche nei centri più piccoli, è quell’obbligo morale che, quanto meno fino ad alcuni anni fa, induceva le donne comunque a procreare per non sentirsi additare come sterili, essendo considerata la sterilità (femminile e anche maschile) uno stigma sociale. Insieme a quell’obbligo morale emergeva fino a qualche decennio fa anche una sorta di imperativo biologico ormai quasi del tutto venuto meno, quanto meno in una donna su tre o su quattro, sempre leggendo le statistiche sociali. Ben poco il fenomeno è controbilanciato dal numero di adozioni (anche di minori non nati in Italia) da parte di coppie che, al contrario, desiderano a tutti i costi un figlio e non riescono ad averlo per via naturale.
Al di là della stabilità affettiva (vera o presunta che sia), un figlio è visto comunque come un costo, spesso difficile da affrontare per molte coppie; come un peso e un ostacolo a libertà e carriera, altrettanto difficili da accettare consapevolmente e razionalmente per altrettante persone. E poi, anche volendo, affiora magari l’incubo: sarà possibile garantirgli un futuro? Mentre alla vita di coppia o a un rapporto con un altro uomo o con un’altra donna si può sempre porre rimedio, rinunziandovi, con un figlio ciò con è possibile: la nascita di un figlio cambia la vita, per sempre; e non si può lasciarlo se ci si stanca di lui. In pratica non si può divorziare da un figlio, a meno che questi non sia già grande (e magari anche autonomo). Quindi, meglio godersi la vita…
Una riflessione socio-antropologica più profonda si impone
Tuttavia, una riflessione socio-antropologica più profonda si impone comunque. Al di là delle conseguenze della denatalità (e, come già detto, del conseguente aumento dell’età media della popolazione) sull’economia e sul sistema di welfare dei vari stati, che potrebbero portare negli anni a venire alla crisi irreversibile delle rispettive finanze pubbliche, e al netto delle politiche e dei flussi migratori che potrebbero provare a bilanciare, almeno in parte, le conseguenze del fenomeno, la crisi demografica dell’occidente appare anche il risultato di un edonismo di massa e a volte senza scrupoli, riconducibile a una vera e propria crisi di identità di tutta la cultura occidentale.
Parliamo di una crisi di valori che si manifesta da un lato in un continuo rifugiarsi nell’individualismo, dall’altro anche nelle varie forme possibili del disimpegno sociale. Non deve meravigliare se alcune persone tendono a rifugiarsi perfino sotto l’ombrello di campagne ambientaliste più o meno scientificamente plausibili, come quella della difesa del pianeta e delle sue risorse naturali dalle conseguenze della sovrappopolazione mondiale. Il risultato è che questa crisi di identità è ormai sia causa che effetto di sé stessa: ci induce spesso proprio a chiuderci in noi stessi, a pensare solo a noi stessi, a ripiegarci sui nostri soli problemi personali e sulle eventuali vie d’uscita più facili da percorrere per venirne fuori, perdendo di vista tuttavia orizzonti più lontani, più impegnativi e probabilmente più importanti. Il che non significa che essere genitori sia una cosa facile: è sicuramente un mestiere difficile, da sempre: e oggi lo è più che mai.
Turba semmai vedere che al posto dei bambini spesso ci siano cani e cagnolini, gatti e micetti, accovacciati sul letto accanto agli umani, coccolati con cibo raffinato che le pubblicità quotidianamente ci segnalano come indispensabile per la loro vitalità e la loro salute, portati fuori con amorevoli cure, esibiti come estensione di sé stessi, magari con cappottini e maglioncini con ricamato su il loro nome; turba a maggior ragione iniziare a vederli all’interno di piccoli passeggini adatti alle loro misure spinti da “mammina” e “papino”, creature surrogate di figli umani mai nati, di figli umani magari mai desiderati. Questa “supplenza” non è solo fatalmente consolatoria, è spesso proprio una scelta voluta, cercata, surrogatoria fino a un certo punto di affetti umani, ai quali si preferiscono quelli meno impegnativi di animali che, alla fine, tali rimangono.
È fatale riflettere su quel limbo di bambini mai nati perché mai concepiti o voluti e anche a quell’inferno di bambini nati in scenari di guerra o di estrema povertà che muoiono in quantità spaventose nei primi mesi o anni di vita per denutrizione e malattie che a loro volta potrebbero essere facilmente curate (ed estirpate se endemiche) se solo il nostro fosse un mondo senza le attuali atroci diversità sociali ed economiche che caratterizzano i continenti e gli stati (e a volte perfino le stesse aree di una città). È fatale riflettere sul fatto che venire al mondo in un punto del globo piuttosto che in un altro segna spesso il destino del neonato per tutta la sua vita, breve o lunga che sia. È fatale riflettere anche sul destino che ci attende, come persone prim’ancora che come umanità, nella nostra vecchiaia, quando non avremo alcun “testimone” da passare alle nuove generazioni, quando (a differenza di quanto accadeva un tempo) dovremo ricorrere a estranei, o magari a umanoidi prodotti nel frattempo industrialmente, come caregiver, in assenza di qualcuno di famiglia che ci dia una mano nelle cose che non riusciamo più a fare da soli o che quanto meno ci restituisca un po’ di quell’affetto e di quelle attenzioni di cui adesso abbiamo concreto bisogno e che molto probabilmente noi abbiamo dato ai nostri anziani.
A essere in crisi un po’ in tutto l’occidente, e adesso anche in Italia, è quindi anche quel passaggio generazionale di culture e tradizioni che determinava fino a pochi anni fa l’assoluta importanza dei nonni negli equilibri familiari, sia per i piccoli che potevano crescere appoggiandosi a essi oltre che ai genitori, sia per gli stessi anziani che interpretavano magari per anni quel ruolo (spesso a lungo desiderato negli anni) divenendo figure fondamentali per la formazione della identità personale di tutti i più giovani (figli e nipoti); a essere in crisi è quindi anche quel gomitolo di affetti e di esperienze che rendeva quello di nonni una sorta di “mestiere” non delegabile così astrattamente a baby-sitter e asili.
È appena il caso qui di accennare anche a un altro effetto che ricade sulla nostra cultura, ma a cui volutamente cerchiamo di non pensare allontanando o nascondendo qualunque idea del fine-vita: se in molti casi è diventato “normale” non aspirare ad avere figli (e quindi a maggior ragione nipoti) su cui è possibile proiettare in qualche modo la nostra speranza di vita, sublimando la consapevolezza del traguardo naturale con la trans-mortalità generazionale, allora forse dobbiamo anche cominciare a pensare che si è inceppata nel nostro pensiero collettivo quella forza inconscia (ma del tutto naturale) che spinge da sempre ogni essere vivente a riprodursi per la conservazione della sua specie. È come se una parte dell’umanità si sia stancata di continuare a vivere e perpetrare la vita, passando quindi il proprio testimone alle nuove generazioni, ma così facendo perde intanto per sé ogni speranza di affetti nascenti.
All’opposto non si può nemmeno tacere la continua nascita, soprattutto nella Silicon Valley, di startup a carattere eugenetico con l’obiettivo non solo di fornire a coppie o a singoli, ovviamente ricchi e selezionati, un aiuto per la procreazione sic et simpliciter, ma per creare in provetta attraverso embrioni geneticamente modificati figli che avranno poi con tutte le caratteristiche desiderate: intelligenti più della media, belli (magari scegliendo anche colore degli occhi e dei capelli, oltre che la statura e perfino le caratteristiche del metabolismo), ovviamente sani e senza quei geni che potrebbero portarli a sviluppare negli anni malattie pericolose, degenerative o mortali, ecc.
Quindi, se qualcuno pensava che le teorie e le pratiche eugenetiche fossero morte col nazismo, evidentemente si sbagliava di grosso: magari non si parla più (almeno esplicitamente) dell’obiettivo di produrre su larga scala una “razza superiore”, ma viene offerto a una clientela sicuramente selezionata un servizio di assistenza avanzata alla procreazione che passa da un rigoroso screening preclinico a un editing genetico sviluppato per ottenere risultati ottimali, sollevando così i genitori da dubbi, paure e angosce riguardanti la vita, la salute (e anche la “qualità”) del prodotto finale (il futuro figlio). Già, perché in una società ormai ampiamente profilata in base alle logiche del prodotto e del profitto, anche fare figli può essere un business da pianificare e controllare con tutti i mezzi a disposizione di ogni normale azienda “produttiva”.