Concordo con te, Luigi, che il capitalismo digitale (il “Leviatano algoritmico”), al pari delle precedenti rivoluzioni industriali, stia ridefinendo gli equilibri sociali e culturali; e che, come ogni grande rivoluzione economica che lo ha preceduto, non si limita a modificare i processi produttivi, ma sta ridefinendo i rapporti di potere, le forme della cittadinanza e i criteri attraverso cui vengono distribuite opportunità, risorse e riconoscimento sociale, puntando solo verso l’efficienza, la competitività e l’innovazione e dimenticando le esigenze di tutela collettiva, cioè il sociale.
Le trasformazioni in atto, e a maggior ragione quelle che sono e che saranno determinate dall’uso sempre più promiscuo di forme di intelligenza artificiale, stanno a loro volta esercitando un’influenza profonda sulla natura stessa degli stati nazionali, in forza di dinamiche di espansione economica e tecnologica in capo a forme di capitalismo finanziario detenute da strutture sovranazionali. In pratica, quando i cittadini sono chiamati a votare per le loro elezioni nazionali, con il loro voto devono comprendere che non sono affatto in grado, come forse era una volta, di incidere sulle scelte politiche della loro nazione cambiando uomini e donne al potere e indirizzando quindi le loro scelte.
Tu parli poi giustamente di quella “policrisi” globale innescata da guerre, inflazione, cambiamenti climatici, tensioni sociali, crisi energetica e alimentare, dovuta alla sommatoria di diverse crisi (talvolta autonome e talvolta no) il cui effetto complessivo è maggiore della somma dei singoli impatti.
In questo contesto appare evidente che gli stati, incapaci di poter operare anche al proprio interno per gestire la/le crisi in atto, si trovano a muovere le leve del loro welfare non più (banalmente) come dispositivo di protezione collettiva (fondato sulla solidarietà e sulla redistribuzione), ma come soggetto di regolazione e controllo con l’obiettivo di mediare fra le forze economiche e sociali spesso in conflitto; ma senza poter agire davvero alle radici dei problemi che vengono generati altrove e sui quali in effetti non si ha più una reale capacità di intervento.
Ritengo, tuttavia, assai più complessa la logica secondo la quale l’idea di cittadinanza sociale stia cedendo il passo alla figura dell’individuo-impresa: anche coloro che detengono apparentemente le leve economiche (i “padroni del vapore” come si diceva un tempo) oggi non sono più liberi di fare impresa, di espandersi, di gestire budget, di programmare azioni e muovere leve produttive perché, soprattutto nell’ambito delle aziende più importanti o delle corporation internazionali, le nuove regole del capitalismo si muovono spesso al disopra delle loro teste e delle loro scelte. La finanza internazionale interviene in questi casi nelle quotazioni di borsa sottraendo potere a quelle famiglie imprenditoriali che un tempo lo detenevano e lo esercitavano, trasformando sempre più l’attività produttiva in un obiettivo del tutto secondario rispetto all’attività finanziaria.
Banalmente, se un tempo l’industria dell’automobilistica era legata al raggiungimento di risultati imprenditoriali (il numero di auto prodotte, il numero di auto vendute, ecc.), oggi l’efficienza produttiva è legata solamente ai risultati dell’utile in bilancio e del valore finanziario da distribuire ai soci a chiusura di bilancio, a prescindere da ogni altro risultato (per intenderci, la Ferrari, public company quotata a Wall Street e a Piazza Affari, sembra valere da sola più del gruppo Stellantis nel suo insieme).
Faccio quindi mia la tua riflessione che oggi, all’apice della finanziarizzazione dell’economia, il sistema economico si è spostato dal mondo materiale alle transazioni economiche e alla produzione immateriale, rendendo, nei fatti, obsolete le teorie economiche che accompagnarono gli anni d’oro delle politiche sociali. In questo contesto è meramente utopistico pensare a un nuovo “patto sociale” per l’Intelligenza Artificiale o a qualsiasi altro strumento che, da solo, possa realmente risolvere la deriva attuale o attenuarne gli effetti. Non sono pessimista, ma realista! Nessuna legge nazionale potrebbe essere in grado di operare realisticamente come argine. E gli organismi sovranazionali, in primis l’ONU, sono impegnati in altro e sono troppo frammentati per poter giungere alla redazione di una sorta di “Carta dei diritti algoritmici” dell’umanità, simile a quella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 che comunque anche gli stati firmatari del tempo, come sappiamo bene, interpretano spesso a loro modo o fanno finta di non conoscere affatto.
Ritengo anch’io che, come tu scrivi, se vogliamo correggere le aberrazioni economiche che stiamo vivendo, i nuovi indicatori di progresso dovranno tener conto di altri parametri come la stabilità e qualità del lavoro, l’accesso alla conoscenza, la salute mentale, la sostenibilità ambientale e la partecipazione democratica solo per citarne alcuni. Si parla spesso di sostituire alla logica del PIL (prettamente capitalistica) quella del benessere sociale, cioè della qualità della vita dei cittadini dei vari stati. Ma anche in questo caso, cosa renderebbe omogenei i dati se ogni comunità gestisse il proprio indice sulla base delle “proprie” priorità? Cosa renderebbe omogeneo il valore di un dato se questo dovesse essere il risultato statunitense di una “media” ottenuta artatamente fra le priorità di un nativo Dakota e quelli di un businessman di Wall Street? Come potrebbe essere giustificato a livello internazionale il fatto che, sulla base di diverse priorità sociali avvertite dai due popoli, la classifica internazionale porrebbe in vetta l’Islanda e farebbe cadere gli Stati Uniti oltre il novantesimo posto?
Una riflessione antropologica sembrerebbe così potersi incuneare in una discussione che all’apparenza sembrava fin qui legata solo a temi e fattori economici e produttivi. Siamo pronti a lasciare alla deriva ciò che la storia dell’evoluzione antropologica ha imposto al nostro mondo (e a tutte le altre creature in esso presenti) e ricostruire tutti insieme questo mondo prima che sia troppo tardi su nuove basi? Di questo non sono certo, perché anche nell’antichità ci furono coloro che tentarono di edificare un nuovo mondo, allontanandosi dal proprio in cui fino a quel momento erano cresciuti, magari ai margini, ma sappiamo ciò che è accaduto con l’Africa, con l’Australia, le Americhe, ecc. ecc. E non è detto che qualcosa di simile non accada fra un secolo con le possibili colonie su Marte o su altri pianeti che tanta fantascienza ci ha abituati a considerare fattibili, prima o poi, e che Elon Musk sta invece realmente progettando fin da adesso…