VANNACCI: Dove sono finito? Questo posto lo riconosco, è Montecitorio. Ma è deserto. E voi due chi siete?
TOGLIATTI: Due che hanno lavorato qui dentro molto prima di lei, generale. Io scrivevo norme. Lui (indica Moro) le tormentava di scrupoli. Sappiamo bene chi è lei. La sua voce è arrivata fin qui, ed è una voce che fa rumore.
VANNACCI: Allora sapete che sono un uomo libero, eletto da uomini liberi. Non capisco cosa ci faccia in un'aula di fantasmi.
MORO: È stato convocato, in un certo senso. C'è una riga, in fondo al testo che abbiamo scritto, che la riguarda. La dodicesima disposizione. Dice che è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. L'autore di quell'emendamento è qui accanto a me.
TOGLIATTI: La scrissi io, e con cura. Non dissi "il partito con quel nome". Dissi qualsiasi forma. Perché sapevo che la cosa sarebbe tornata travestita. Quando la proposi, in commissione, dissi che era un'affermazione concreta e precisa: tutto ciò che è stato fascista è condannato. Tutto. Non il distintivo. La sostanza.
VANNACCI: E con questo? Io non sono fascista. Il fascismo è roba vecchia, sono questioni da manuale di storia, come i guelfi e i ghibellini. Io parlo di oggi. Sovranità, identità, sicurezza, confini. Difendo la mia nazione, non aggredisco nessuno.
(Il suono, in fondo, si fa per un istante parola, poi si ritira.)
...da manuale, dice. Ma io non sono in nessun manuale. Io sono in una fossa, lungo la via Flaminia, con i segni addosso. Guardi se i guelfi e i ghibellini finivano così...
VANNACCI: (voltandosi di scatto) Chi ha parlato? C'è qualcun altro qui?
MORO: C'è. Da più lontano di noi. È venuto prima. Lo lasci dire, generale, e ascolti, perché lui ha pagato il prezzo che noi abbiamo solo cercato di scongiurare con una riga di inchiostro.
VANNACCI: (scuotendo la testa) Storie. Voi mi processate per le parole. Io parlo chiaro, parlo come la gente, mica come voi professori, con le sfumature, i distinguo. La gente mi capisce proprio perché non faccio l'intellettuale.
TOGLIATTI: (con un mezzo sorriso) Lo vede, Moro? Ha appena fatto la sua professione di fede senza accorgersene. Il disprezzo per chi distingue, la rivendicazione della rozzezza come prova di sincerità. Generale, ho letto il suo manifesto. Apre dicendo che l'Italia è una polveriera pronta a deflagrare, colma di energia compressa, di forza umiliata. E definisce la sua parte "pura". Pura. Le risulta che la purezza sia una categoria politica? È una categoria del sangue. Quella lingua noi l'avevamo già sentita. Apriva un altro manifesto, nel Ventuno: la nazione come organismo, come sintesi suprema della stirpe.
VANNACCI: Sono metafore. Si parla così per farsi capire dal popolo. State cercando il pelo nell'uovo.
MORO: Non è il pelo nell'uovo. È che certe parole portano un mondo dentro di sé, e lo portano prima che lei abbia finito la frase. Quando scrive che viene prima l'Italia, poi lo Stato e le istituzioni, che devono esserne al servizio, lei dice parola per parola ciò che diceva il programma del Partito Nazionale Fascista. Lei può non saperlo. Ma la lingua lo sa.
VANNACCI: (alzando la voce) Adesso basta. Vi rispondo come si deve. Voi mi parlate di una norma che vieta. Vietare. Io invece sono stato votato. Mi hanno messo una scheda nell'urna, milioni di persone. Allora ditemi: chi è il democratico, qui dentro? Chi mette fuori legge un'idea con un comma, o chi quell'idea la porta davanti al popolo e lascia che il popolo decida? Voi avete avuto paura del voto. Io no.
(Silenzio. E nel silenzio, la voce torna, più ferma, come se quella parola, voto, l'avesse chiamata dal fondo degli anni.)
Il voto. Parlavano di voto anche allora. Io salii su quei banchi, in un giorno di maggio, e contestai un'intera elezione. Dissi che nessun elettore era stato libero, perché ogni scheda era stata circondata dal manganello e dalla minaccia. Mi lasciarono finire. Poi uscii, e dissi ai compagni: io il mio discorso l'ho fatto, voi adesso preparate il mio elogio funebre. Lo trovarono profetico. Lo era. Generale, lei mi mostra la scheda come una medaglia. Io le chiedo soltanto: gli uomini che l'hanno votata erano liberi, o avevano soltanto paura, e fame, e nessun altro da votare?
VANNACCI: (turbato, ma reagendo) Le mie elezioni sono regolari. Nessuno ha minacciato nessuno. Non mi paragoni a quella roba.
TOGLIATTI: Nessuno la paragona a quella roba, generale. Le sue urne sono pulite, glielo concedo, e lui per primo glielo concederebbe. Il punto che le sta facendo è un altro, ed è più sottile. La democrazia non è il conteggio delle schede e basta. Se così fosse, sarebbe una macchina che può votare la propria fine e restare in regola fino all'ultimo secondo. Quella macchina noi l'abbiamo vista funzionare. Nel Ventidue il fascismo non sfondò un portone. Salì le scale che la democrazia stessa gli teneva aperte, e in cima chiuse la porta a chiave. La nostra riga in fondo alla Costituzione serve a impedire che quelle scale si salgano una seconda volta. Non vietiamo un voto. Difendiamo le condizioni perché il voto continui a esistere anche domani.
VANNACCI: Bel discorso. Però lo fai tu, Togliatti, proprio tu, che guardavi a Mosca mentre mi parli di libertà. Voi comunisti la libertà la toglievate sul serio, dietro un muro. E venite a darmi lezioni?
TOGLIATTI: (senza scomporsi) Me l'aspettavo, ed è giusto che me lo getti in faccia. Le rispondo senza nascondermi: la storia mi ha giudicato anche per questo, e non sono qui a farmi bello. Ma il suo argomento è un'arma a doppio taglio. Che io sia stato incoerente non rende coerente lei. Il fatto che il guardiano abbia sbagliato non manda assolto chi scavalca il muro.
MORO: (piano, quasi a se stesso) Forse stiamo sbagliando la domanda, tutti quanti. Generale, lei mi ha colpito con una verità, prima, e voglio renderle l'onore di prenderla sul serio. Milioni di persone l'hanno votata. Questo non si liquida con un comma, è vero. La domanda vera non è se lei sia o non sia ciò che la nostra riga voleva impedire. Ma perché tanti italiani abbiano sentito che soltanto lei li ascoltava. Cosa è mancato. Chi li ha lasciati soli, prima che lei arrivasse a raccoglierli. Quella riga poteva sciogliere un partito. Non poteva impedire che la gente non avesse nessuno a cui credere.
VANNACCI: (per la prima volta esita) Su questo... forse non abbiamo da litigare. Io quella gente l'ho trovata già abbandonata. Non l'ho abbandonata io.
MORO: Lo so. Ed è la cosa più grave di tutte. Significa che il vuoto c'era già, e che qualcuno lo avrebbe riempito comunque. Lei o un altro. La pentola era già sul fuoco. Lei è soltanto arrivato quando l'acqua cominciava a bollire.
(Vannacci fa per rispondere, ma l'aula si riempie di un rumore lontano e diverso, applausi, strilli, voci sovrapposte, lo squillo di uno schermo. È il suo tempo che lo richiama. La sua figura si fa incerta, come un segnale che si perde.)
TOGLIATTI: Se ne va. Lo richiama il suo secolo. Il nostro parlava dai balconi a una folla di carne. Il suo parla agli schermi a una folla di numeri. È la stessa voce, Moro, glielo assicuro. Solo che ha imparato a sussurrare invece di gridare. E sussurrando passa dove gridando l'avrebbero fermata.
MORO: (rimasto solo con l'ombra dell'amico, nell'aula di nuovo vuota) Forse. Ma io continuo a pensare quella gente, non a lui. Noi abbiamo scritto una riga perché ciò che è accaduto una volta non accadesse più. L'abbiamo scritta bene. E tuttavia eccoci qui, a discuterne daccapo. Vuol dire che le righe non bastano, Palmiro. Non sono mai bastate. Bisogna ricominciare ogni volta dalle persone.
(Le due ombre si dissolvono. L'aula resta vuota, e per un momento sembra che tutto taccia. Ma il suono del fondo non si è spento. Resta. È l'unica voce che non se ne è andata, perché è l'unica che non poteva tornare a casa.)
Se ne sono andati tutti. Il generale al suo rumore, i due alle loro ombre. Io no. Io resto dove mi hanno messo. E continuo a dire la sola cosa che ho imparato a morire: uccidete pure un uomo, e farete di lui un'idea, e l'idea non la seppellisce nessuno. Lo dissi in un'aula come questa, prima di tutti loro. Lo ripeto adesso, a un'aula vuota. Qualcuno, un giorno, tornerà a sedersi su questi banchi. Speriamo che, entrando, senta ancora questa voce. Anche solo come un'eco. Anche solo come un fastidio.
(Silenzio. Sui banchi vuoti, l'eco si attenua ma non finisce.)