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l vero problema non è cercare di essere felici, aspirazione naturale e legittima, ma usare simulacro della felicità  per evitare domande più scomode: perché il lavoro rende molte persone ansiose? Perché la competizione sociale produce isolamento? Perché la precarietà viene trattata come un problema di mindset? Perché si chiede agli individui di adattarsi invece di cambiare le strutture che li fanno soffrire?

Mi sono letto un articolo di Julian Baggini dal titolo “l’era in cui tutto è strumentale” e sono stato molto colpito da un passaggio.

Baggini stava recensendo un libro, già dal titolo piuttosto inquietante, “Progetto felicità” di Gretchen Rubin, il resoconto di un anno trascorso a ricercare ossessivamente la felicità. Ebbene in questo libro, la buona Gretchen riferisce di una giornata iniziata particolarmente con il marito, e dopo essersi riappacificata annota

Ci siamo abbracciati per almeno 6 secondi, che, come sapevo dalle mie ricerche, è il tempo minimo necessario a favorire il flusso di ossitocina e serotonina, sostanze chimiche che migliorano l’umore.

Prendete nota eh. Non conta chi lo dà, il perché, il come. Ma il quanto, e che sia lungo abbastanza a rilasciare l’ossitocina e la serotonina. Ma soprattutto, non conta l’abbraccio per quello che significa ma per il suo risultato. L’idea veramente allucinante e allucinatoria che ogni gesto, anche e soprattutto quelli che di solito sono tramite delle emozioni più autentiche, debba avere uno scopo ben preciso.

Ma questo non è il frutto dell’ossessione individuale di Gretchen, deriva piuttosto dal fatto che la felicità, invece di essere trattata come una questione morale, sociale o esistenziale, viene sempre più trasformata in dato, prestazione, obiettivo manageriale e strumento di controllo. E questo è frutto di una scelta politica e economica, economica si, non mi sono sbagliato a scrivere, perché in questo modo la felicità diventa un business, un insieme di pratiche, tecnologie, discipline e interessi economici che promettono di aumentare il benessere individuale, ma spesso finiscono per adattare gli individui a condizioni sociali problematiche. Il tutto dietro al pagamento di un corrispettivo eh, che qualcuno faccia soldi anche su questo mi raccomando.

E se questo non già di per sé sufficientemente disturbante, la conseguenza princicipale è che in questo modo si evita una domanda fondamentale, ossia invece di chiedersi perché le persone sono infelici, il sistema tende a chiedersi come renderle più motivate, produttive e resilienti nonostante tutto. Perché la prima domanda, il sistema probabilmente lo distruggerebbe.

Prendiamo come esempio il lavoro, nell’ultimo decennio le imprese si sono dimostrate sempre più interessate allo stato emotivo dei lavoratori. Il lavoratore deve essere motivato, entusiasta, positivo, coinvolto, “engaged”. L’azienda vuole entrare nella sfera emotiva del lavoratore, perché capisce che emozioni, attenzione e motivazione hanno valore economico.

Questo porta a una trasformazione del lavoro. Il disagio non viene più interpretato principalmente come segnale di un problema organizzativo, salariale o sociale, ma come un dato di fatto che il singolo deve imparare a gestire. Se sei stressato, demotivato o infelice, la risposta non è mai cambiare il lavoro, ridurre lo sfruttamento, non promuovere beoti assoluti a gestori di persone o migliorare le condizioni collettive. La risposta diventa: fai mindfulness, migliora la tua resilienza, lavora sul tuo mindset, misura il tuo umore, ottimizza te stesso.

E su queste risposte posticcie ruotano consulenze aziendali, app, corsi motivazionali, coaching, programmi di mindfulness, farmaci, tecnologie indossabili, test psicometrici, piattaforme digitali e servizi di auto-miglioramento. Il disagio diventa occasione di profitto, ma mai opportunità di mettere in discussione lo stato quo.

La felicità diventa un obiettivo permanente, quasi un obbligo. Ma proprio perché viene trasformata in performance, può generare, e di fatto genera, ansia. Considerando pure la pressione con la quale gli onnipresenti social ci mostrano scene di straordinaria e spesso fittizia felicità, forzando un continuo confronto con le vite, reali o virtuali chissà, degli altri. Confronto che essendo basato sempre su immagini patinate (nessuno si mostra sui social in ciabatte con il plaid e i capelli vonci a vedere Chi l’ha visto in una sera qualsiasi, pochi si mostrano pure senza filtri nelle foto figuriamoci) è sempre mortificante. Il paradosso è che più la felicità viene imposta come valore supremo, più diventa difficile essere realmente felici.Anche perché la felicità che cerchiamo di raggiungere è un ideale balordo e non interiorizzato, uno stereotipo esterno, una marchetta incoraggiata per motivi economici. Abbiamo solo bisogni e nessun sogno ormai.

E i danni non si limitano a questo. Quando la felicità diventa un dovere sociale, l’infelicità perde legittimità. Essere tristi, arrabbiati, delusi o critici viene visto come un problema da correggere.

Se il lavoratore è esausto, si parla di stress management.
Se il cittadino è sfiduciato, si parla di benessere soggettivo.
Se il consumatore è ansioso, si offrono prodotti,bonus, terapie o app.
Se una persona soffre, le si chiede di diventare più resiliente, si banalizza la sua sofferenza.

Ma anche le emozioni non proprio solari possono avere anche un valore conoscitivo e politico. La rabbia può segnalare un’ingiustizia. La tristezza può rivelare una perdita reale. L’ansia può indicare una pressione insostenibile. Il malessere può essere una forma di verità. E il ciclo della vita e delle cose prevede estate e autunno, buio e luce…questa è l’esistenza naturale delle cose e dell’uomo con esso, essere sempre a mille a una perversione moderna, un’ossesione insalubre.

Il vero problema non è cercare di essere felici, aspirazione naturale e legittima, ma usare simulacro della felicità  per evitare domande più scomode: perché il lavoro rende molte persone ansiose? Perché la competizione sociale produce isolamento? Perché la precarietà viene trattata come un problema di mindset? Perché si chiede agli individui di adattarsi invece di cambiare le strutture che li fanno soffrire?

Non basta misurare l’umore, fare coaching, cantare kumbaya in cerchio o promuovere l’ottimismo. Bisogna recuperare una visione più ampia della vita buona, che includa relazioni, tempo, diritti, comunità, sicurezza materiale e possibilità di partecipare alla trasformazione della società.

Pubblicato il 05 maggio 2026

Fabio Salvi

Fabio Salvi / Team Lead People Partner Europe South presso FlixBus