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Non esiste un solo modo di incontrare un'opera. Passare dal linguaggio visivo a quello verbale, o dal verbale al cinestetico, trasformare un'immagine in un movimento, un colore in un suono, non è solo una traduzione culturale. La parola agisce come mediatore che trasforma la realtà in pensiero creativo, non la descrive, la genera.

Quando leggo un testo ad alta voce, traduco grafemi, suoni, ritmo, metrica in suoni. Quando leggo un'opera d'arte ad alta voce, leggo figure, composizione, colori, linee, luce, spazio. Operazioni diverse, stesso muscolo: la traduzione da un linguaggio a un altro.

Vassily Kandinsky sentiva i colori come suoni, non come metafora, come percezione reale. Era sinesteta: la neurologia contemporanea ha documentato che in certi cervelli la stimolazione di un senso attiva involontariamente un altro. Il giallo era per lui una tromba squillante. Il blu risuonava come un violoncello. Quando dipingeva la Composizione VIII, cerchi, linee, angoli su fondo chiaro, stava trascrivendo qualcosa di udibile in qualcosa di visibile. Il titolo non è casuale: "Composizione" è un termine musicale. Il quadro è una partitura. Voi riuscite a vedere il colore della vostra voce? A sentire il sapore delle vostre parole?

Arnold Schoenberg faceva l'operazione parallela: componeva musica pensando per colori, e dipingeva. I due si riconobbero immediatamente, si scrivevano lettere, si influenzavano. Kandinsky espose i quadri di Schoenberg al primo almanacco del Blaue Reiter nel 1911. Non era un'amicizia tra simili: era il riconoscimento tra due persone che traducevano, da direzioni opposte, tra gli stessi linguaggi.

Io faccio una cosa analoga.

Prendo un'opera e la leggo ad alta voce. A chi ha l'opera davanti e segue mentre ascolto. A chi non ha nulla davanti, solo le mie parole nell'aria. A chi vede poco, o non vede abbastanza, e ha bisogno di integrare quello che l'occhio non raggiunge. In tutti i casi succede qualcosa: chi ascolta non riceve un'immagine già pronta, ma costruisce la propria. Dentro, con quello che ha.

Le persone sono diverse, le loro menti anche, i loro sensi anche. Non esiste un solo modo di incontrare un'opera.

Questo non è un esercizio compensativo. È un atto cognitivo con effetti specifici e documentati. Passare dal linguaggio visivo a quello verbale, o dal verbale al cinestetico, trasformare un'immagine in un movimento, un colore in un suono, non è solo una traduzione culturale. È un invito ai due emisferi a parlarsi. La neuroscienza contemporanea ha ridimensionato la divisione netta tra emisfero destro e sinistro: entrambi partecipano sia all'elaborazione visiva che a quella linguistica, con specializzazioni diverse, l'uno più analitico e sequenziale, l'altro più olistico e spaziale. Integrare stimoli di tipo diverso favorisce la comunicazione interemisferica. Daniel Siegel ha mostrato come queste esperienze di integrazione favoriscano connessioni tra aree cerebrali distinte. Vygotskij aveva già intuito che la parola agisce come mediatore che trasforma la realtà in pensiero creativo, non la descrive, la genera. Stimola sinapsi che la ricezione passiva non raggiunge. Rende la mente elastica. Tiene accese aree che l'immagine già pronta non ha bisogno di attivare.

E stimola l'immaginazione. Che non è un lusso.

Se dico mela: chi ha un pensiero visivo la vede, rossa o verde, con il picciolo. Chi ha un pensiero astratto ne coglie il concetto, frutto, dolcezza, categoria. Esiste anche chi non vede nulla internamente: l'afantasia è la condizione neurologica in cui le immagini mentali sono assenti o molto deboli. Nessuna di queste menti è sbagliata. Ma tutte, quando sono sollecitate a costruire invece di ricevere, fanno qualcosa che le tiene vive.

Wittgenstein scriveva che vedere è sempre vedere come, non registrazione neutra, ma interpretazione. Quello che immaginiamo mentre ascoltiamo non è l'opera: è quello che siamo noi, in quel momento, davanti a quell'opera. Per questo descrivere senza mostrare non impoverisce l'incontro, lo apre. Restituisce al testo visivo la stessa libertà che ha il testo verbale quando lo leggi senza illustrazioni.

Lo faccio da anni, in classi dove le menti funzionano in modi diversi. Lo faccio perché l'ho visto accadere, non perché l'ho immaginato.

"Quella siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude."

A volte è la mancanza che mette in moto tutto.

Pubblicato il 07 maggio 2026

Giuliana Renzella

Giuliana Renzella / Art Education Specialist | Inclusive Learning Expert | Developmental Counselor