Il titolo riporta la famosissima frase di Epitteto, filosofo stoico del I sec. d.C., il cui stato civile era schiavo, a proposito della vita e della morte: la vita è una stanza e c’è una porta dalla quale si può uscire.
Così hanno scelto recentemente Alice e Hellen Kessler, con un suicidio assistito che ha molto scosso l’opinione pubblica. È utile chiarire che, pur trattandosi di due fenomeni distinti, suicidio ed eutanasia sono entrambi rilevanti per il dibattito in questione perché rientrano nella più ampia macrocategoria della morte volontaria. Il motivo dello scalpore è che non si è trattato di un caso di eutanasia, cioè di uscita intenzionale dalla vita per non voler più sopportare le sofferenze di una malattia, ma di una “uscita dalla stanza” per non voler affrontare, in tarda età, proprio il periodo finale dell’esistenza. Il passato di dolore delle due gemelle, il padre orco e l’esperienza della DDR, fa pensare che non volessero più affrontare un ulteriore periodo di sofferenza.
Si tratta quindi di un suicidio non per vulnerabilità, disperazione o disturbi psichici, ma di un suicidio “secondo ragione”, quando la vita non è più “secondo natura”, come insegnavano i filosofi stoici greci e poi romani, Zenone e Crisippo, e successivamente Epitteto.
Nell’antica Grecia tali posizioni erano un’eccezione: l’idea dominante era che l’individuo, il cittadino, appartenesse alla Polis, alla comunità, e non fosse lecito sottrarsi a questo vincolo comunitario, come afferma Aristotele nell’Etica Nicomachea.
Nel mondo romano, invece, il suicidio è perfettamente legittimo e socialmente accettato. Vi sono molti esempi di suicidi celebri: Catone, Lucrezia, Didone, Seneca, Petronio arbitro. Questi ultimi due sono raccontati con asciutto pathos dallo storico romano Tacito. Entrambi muoiono nelle persecuzioni neroniane, negli anni Sessanta del I secolo d.C. Seneca era stato addirittura amato precettore dell’adolescente Nerone, che, diventato adulto, mutò profondamente il proprio carattere e non seguì più gli insegnamenti stoici del suo maestro. Seneca cercò quindi di ritirarsi a vita privata, ma fu accusato, ingiustamente, di congiura contro Nerone. Temendo per la propria vita, Seneca volle anticipare la propria morte alla maniera stoica. Bevve quindi tranquillamente la cicuta, come Socrate, si immerse in un bagno caldo con le vene aperte e aspettò la morte mentre conversava amichevolmente con alcuni amici su temi filosofici e morali.
Ben diverso fu il suicidio di Petronio arbitro, arbiter elegantiae, probabilmente autore del divertente romanzo Satyricon, di cui si ricorda il film di Federico Fellini. Fedele al suo stile di vita, condannato dalla follia neroniana, si mise a discutere anche lui con i propri amici, ma di temi leggeri e probabilmente licenziosi, mentre si apriva e si chiudeva le vene, come ultimo sberleffo alla vita e a chi lo aveva condannato. Scrisse, mentre lentamente moriva, un libello feroce di accuse e rivelazioni contro Nerone e chiese che gli fosse consegnato sigillato. Una maniera molto antistoica di morire, un atto mondano e non un sacrificio sacrale.
Questo atteggiamento romano cambia completamente con l’avvento del Cristianesimo, in particolare con Agostino, vescovo di Ippona, probabilmente il maggior teologo del Cristianesimo. In realtà, fin dal primo cristianesimo, esisteva la domanda se Cristo, che nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 10, dice: “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso”, intendesse affermare una piena disponibilità volontaria della propria vita o meno; questione che riguardava anche i martiri, che sceglievano di sopportare la morte per la verità.
Per Agostino il suicidio rientra nel divieto di non uccidere: la vita è dono di Dio, non ne siamo proprietari. La virtù consiste nel vivere rettamente, non nel morire presto. Per Agostino la dannazione eterna del suicida è automatica, non vi sono scusanti o attenuanti, che vengono invece recepite nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992-97. Le condizioni soggettive del suicida, i disturbi psichici, l’angoscia e la paura possono attenuarne la responsabilità, come indicato al paragrafo 2281. Per la Chiesa Cattolica non si deve disperare della salvezza eterna di coloro che si sono tolti la vita, paragrafo 2283. Rimane tuttavia il divieto e la condanna sia del suicidio sia dell’eutanasia.
L’eutanasia, la “buona morte”, è una vicenda moderna, ed è facile capirne il motivo. La durata media della vita umana, fino a tempi recenti, è stata così breve, rispetto alla media attuale, che non si poneva neppure il problema di una lunga agonia di malati terminali; inoltre solo nel XIX secolo furono disponibili medicinali come il cloroformio e l’etere, utilizzabili sia come analgesici sia per l’eutanasia medica.
La prima formulazione moderna dell’eutanasia appare in Inghilterra nel 1870 ad opera del dottor Samuel D. Williams, il quale proponeva l’uso del cloroformio sui pazienti terminali per alleviarne le sofferenze. Si trattava quindi di un atto medico e di un ragionamento laico.
Lasciando perdere le successive derive naziste ed eugenetiche, l’eliminazione degli esseri umani ritenuti inutili come malati di mente e persone con disabilità, il tema si è acuito nell’ultimo mezzo secolo a causa dell’introduzione di terapie che rendono possibile la continuazione della vita umana anche in condizioni fisiche gravemente compromesse, se non terminali: la rianimazione, la ventilazione artificiale, le terapie intensive e palliative, i trapianti di organi e di pelle. L’aumento considerevole della vita media ha portato al risultato che vi sono grandi anziani che vivono praticamente prigionieri di un corpo ormai inabile, con sofferenze psicologiche prima ancora che fisiche, spesso associate a un’incapacità pratica di scegliere.
In Italia ha fatto scalpore il caso di Eluana Englaro, una giovane donna vissuta per diciassette anni in stato vegetativo a causa di un incidente automobilistico, per la quale alcuni ministri, in particolare il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e la sottosegretaria Eugenia M. Roccella, si attivarono per impedire in via amministrativa la possibilità di interrompere l’assistenza medica, pur autorizzata. Ci fu una campagna di stampa aggressiva, guidata da Maurizio Ferrara, dichiarazioni secondo cui Eluana era di ottimo aspetto e avrebbe potuto partorire un figlio, affermazioni di Silvio Berlusconi e di altri, fino ad arrivare, a epilogo ormai avvenuto il 9 febbraio 2009, alle incommentabili parole di Gaetano Quagliariello in Parlamento, in un dibattito trasmesso anche televisivamente, quando disse che “per noi Eluana è stata ammazzata”. I protagonisti dell’epoca non seppero sfuggire all’ideologizzazione del dibattito, con centrodestra e centrosinistra monoliticamente schierati a favore o contro la possibilità di interrompere le cure mediche.
A quindici anni di distanza colpiscono ancora la virulenza dei termini usati e l’intrusività dell’azione dei più alti organi dello Stato nella vita privata di una famiglia colpita da un destino crudele. Oggi una situazione simile non sarebbe replicabile, anche grazie alle pronunce della Corte Costituzionale, sostanzialmente favorevoli alla libertà individuale. Ricordiamo l’articolo 32 della nostra Costituzione, che recita: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge ma senza mai violare il rispetto della persona umana». Il caso di Eluana Englaro, che in vita si era chiaramente espressa contro l’accanimento terapeutico, avrebbe potuto essere facilmente risolto applicando alla lettera questo articolo.
Che fare per il futuro? Stante l’indisponibilità dei politici attuali a legiferare al riguardo, l’unica soluzione sembra una legge di iniziativa popolare, da concordare fra donne e uomini di buona volontà, per il bene comune, e non come bandierina ideologica da piantare nel proprio campo, perché proprio l’uso di bandiere ideologiche sul tema dell’eutanasia è pericoloso: impedisce un dibattito serio, costruttivo e riguardoso, e rischia così di produrre derive opposte e ugualmente dannose: da un’esasperata chiusura fino a un’eccessiva e acritica liberalizzazione dell’autonomia decisionale.