La perdita di un pensiero ontologico e metafisico, inteso non come attività filosofante, ma come sistema di appartenenza della nostra condizione di esistenti, costituisce la cornice della nostra contemporaneità. Non essere più inseriti in alcuna cosmologia è nichilismo.
Mai nessuna epoca è stata così cieca con sé stessa
Questa condizione è riconducibile alla mancanza di mistero nella nostra vita. Diamo per scontata la nostra presenza e la nostra esistenza: questa è stata la colpa di un pensiero scientifico troppo sicuro di sé, incline a scindere tra osservatore e osservato, tra visitato e visitatore. I ruoli, all’interno della scienza, sono al sicuro, ahimè. Questa certezza non collima con le nostre storie cosmogoniche, con la nostra presenza oscura e affascinante che sempre ci portiamo appresso. Mai nessuna epoca è stata così cieca con se stessa. «Noi siamo in ciò che ci manca», ricordava Carmelo Bene. «L’unico fondamento è il non so che e il quasi niente», ricordava Jankélévitch. Per fortuna, però, niente è mai perduto, perché niente ha mai avuto inizio. Fine e inizio ci precedono sempre.
Giasone, nella Medea pasoliniana, non riesce più a parlare con la forma mostruosa di Chirone, ma solo con la sua forma umana. Giasone è diventato adulto, non immagina più. Per ridestare il centauro Chirone nella sua forma mitica bisogna ritornare bambini, sapere che la realtà è solo un prodotto che scaturisce dall’immaginazione e dalla fantasia. Il mondo non è mai reale.
«L’uomo è più vicino a sé stesso quando raggiunge la serietà di un bambino intento nel gioco.» — Eraclito