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Dalla consapevolezza delle contraddizioni alla rassegnazione: il rischio di una società che non riesce più a immaginare un'alternativa.


Sappiamo che il mondo è attraversato da ingiustizie, disuguaglianze, sopraffazioni e conflitti. Sappiamo che il nostro modello di sviluppo compromette gli equilibri ambientali, che il progresso tecnologico non coincide necessariamente con il progresso umano e che le conquiste della civiltà non sono irreversibili. Le informazioni non mancano, così come non mancano gli strumenti per comprendere i rischi che affrontiamo.

Eppure questa consapevolezza sembra tradursi sempre meno in una capacità di incidere sulla realtà. Ci indigniamo, discutiamo, esprimiamo giudizi. Per qualche tempo un problema occupa la nostra attenzione, alimenta conversazioni e suscita emozioni. Poi un'altra emergenza prende il suo posto. La precedente non è stata risolta: è semplicemente uscita dal nostro campo visivo.

Non è necessariamente indifferenza. Piuttosto, sembra che abbiamo imparato a convivere con ciò che ci preoccupa senza sentirci obbligati a ridefinire le nostre abitudini o le nostre priorità. È una contraddizione che merita di essere interrogata.

sembra che abbiamo imparato a convivere con ciò che ci preoccupa senza sentirci obbligati a ridefinire le nostre abitudini o le nostre priorità

Il realismo dell'impotenza

Il filosofo Mark Fisher ha dato a questa condizione un nome particolarmente efficace: impotenza riflessiva. Nel suo libro Realismo capitalista. Non c'è alternativa? descrive una situazione nella quale le persone sanno che qualcosa non funziona, ma sono anche convinte che non esistano strumenti reali per cambiarlo.

Non si tratta semplicemente di apatia o di cinismo. È una forma di consapevolezza che, invece di favorire l'azione, tende a paralizzarla. Il punto decisivo è che questa convinzione può diventare una profezia che si autoavvera. Se riteniamo impossibile modificare una situazione, smettiamo di provarci; e la nostra rinuncia contribuisce a confermare l'impressione che nulla possa cambiare.

La riflessione di Fisher si inserisce in una diagnosi più ampia. Il capitalismo contemporaneo non si presenta soltanto come un sistema economico dominante, ma come l'orizzonte entro cui appare realistico pensare la vita sociale. Possiamo criticarne gli effetti, denunciare le disuguaglianze e riconoscerne le contraddizioni; ciò che fatichiamo a immaginare è qualcosa di sostanzialmente diverso.

Questo non significa che ogni cambiamento sia impossibile. Significa piuttosto che la sua impossibilità può trasformarsi in una convinzione condivisa, capace di delimitare in anticipo ciò che consideriamo praticabile.

Qui sta la forza dell'intuizione di Fisher: un sistema non ha bisogno dell'approvazione di tutti per riprodursi. Può continuare a funzionare anche attraverso la consapevolezza critica di chi lo contesta, purché quella critica non riesca a tradursi in forme stabili di azione o organizzazione. Possiamo sapere benissimo che qualcosa non funziona e continuare a vivere come se non esistesse alcun altro modo possibile.

Dalla solitudine individuale all'impotenza collettiva

Perché accade? Una prima risposta riguarda il rapporto tra individuo e collettività. Di fronte alla complessità dei problemi contemporanei, il singolo può ragionevolmente sentirsi inadeguato. Quale potere ha, da solo, di fermare una guerra, correggere le disuguaglianze, influenzare grandi interessi economici o arrestare il deterioramento dell'ambiente?

Sarebbe ingenuo attribuire alla responsabilità individuale compiti che spettano alle istituzioni, alla politica o all'azione collettiva. Allo stesso tempo, tra l'onnipotenza e l'impotenza assoluta esiste una vasta zona intermedia in cui si colloca gran parte dell'agire umano.

È lo spazio delle collaborazioni, della partecipazione civile, delle reti sociali, delle iniziative condivise. Uno spazio in cui i risultati sono incerti e spesso sproporzionati rispetto agli sforzi richiesti.

Il problema è che tendiamo ad abbandonarlo prima ancora di averne verificato le possibilità. Ci diciamo che il sistema è troppo potente, che la politica è inefficace, che le persone non cambieranno, che ogni tentativo finirà per essere assorbito dall'ordine esistente. Sono considerazioni che possono contenere elementi di verità. Ma quando diventano conclusioni definitive finiscono per restringere ulteriormente il campo delle possibilità.

L'impotenza non è sempre un'illusione. Può essere una condizione reale, aggravata dalla precarietà, dalla frammentazione sociale e dalle disuguaglianze di potere. Diventa però una forma di adattamento quando trasformiamo i limiti dell'azione in una ragione per escludere qualsiasi tentativo di azione.

A questo si aggiunge una difficoltà ulteriore: costruire un noi. La comunicazione digitale ci mette in contatto con un numero enorme di persone, ma il contatto non coincide con la solidarietà, così come la convergenza momentanea di opinioni non coincide con la costruzione di un progetto comune.

Anche Byung-Chul Han (Nello sciame. Visioni del digitale), nella sua critica della comunicazione digitale, richiama l'attenzione sulla difficoltà di trasformare una moltitudine di individui connessi in un soggetto collettivo capace di agire. La connessione può moltiplicare le reazioni senza produrre necessariamente continuità, organizzazione e volontà condivisa. La solitudine contemporanea non consiste soltanto nell'essere privi di relazioni. Consiste anche nella difficoltà di trasformare quelle relazioni in una risorsa collettiva.

La distrazione come forma di adattamento

Nel frattempo, la vita ci offre una successione pressoché inesauribile di occasioni di gratificazione, consumo, intrattenimento e riconoscimento. Viaggiamo, partecipiamo a eventi, condividiamo immagini, commentiamo ciò che accade, manteniamo attive le nostre reti sociali. Costruiamo continuamente una presenza pubblica e una narrazione di noi stessi.

Sarebbe superficiale liquidare tutto questo come semplice frivolezza. Il desiderio di divertirsi, di essere riconosciuti, di coltivare relazioni e fare esperienze appartiene alla vita umana. Nessuno può vivere in uno stato di mobilitazione permanente.

Il problema emerge quando la ricerca di gratificazioni immediate tende a occupare quasi tutto il nostro spazio mentale, lasciando sempre meno energia per attività che richiedono perseveranza, continuità e risultati differiti.

Non è la fotografia pubblicata sui social a essere in discussione. È la possibilità che l'esperienza venga progressivamente valutata in base alla sua rappresentabilità: non solo per ciò che si vive, ma per ciò che può essere mostrato; non solo per ciò che si costruisce, ma per i segni visibili che attestano di aver partecipato.

Possiamo essere costantemente aggiornati e al tempo stesso sempre meno coinvolti. Le stesse tecnologie che rendono più facile informarsi rendono più facile distrarsi. Le stesse piattaforme che facilitano l'espressione delle opinioni non favoriscono necessariamente la costruzione di impegni duraturi.

In questa prospettiva, la distrazione non è soltanto una fuga dalla realtà. Può diventare una modalità di adattamento. Una risposta alla fatica provocata dalla consapevolezza di problemi che percepiamo come troppo grandi, troppo lontani o troppo complessi.

Non elimina la contraddizione. La rende compatibile con la prosecuzione delle nostre abitudini. Non occorre immaginare un disegno intenzionale volto a renderci passivi. È sufficiente osservare che molti meccanismi economici e comunicativi beneficiano della nostra attenzione continua, dei nostri consumi e della nostra disponibilità a restare costantemente coinvolti in una sequenza di stimoli.

Il risultato può essere una vita intensamente occupata, ma non necessariamente orientata. Si fanno molte cose, si accumulano esperienze, si moltiplicano i contatti. Più difficile diventa distinguere ciò che merita davvero il nostro tempo da ciò che semplicemente riesce ad assorbirlo.

Il rischio dell'autoassoluzione

A questo punto la critica deve rivolgersi anche verso chi la formula. Chi denuncia il conformismo può essere conformista in altri ambiti. Chi critica il consumismo può dipendere dai benefici che esso offre. Chi lamenta la passività collettiva può non aver contribuito a costruire alcuna alternativa.

Esiste una forma sottile di autoassoluzione che consiste nell'identificare la consapevolezza con il cambiamento. Io vedo il problema, dunque sono diverso da chi non lo vede.

Ma riconoscere una contraddizione non significa esserne al riparo. La consapevolezza può persino diventare un rifugio. Permette di conservare una buona immagine di sé senza affrontare il costo delle trasformazioni che una critica coerente richiederebbe.

Possiamo denunciare un sistema e contemporaneamente parteciparvi. Del resto, nessuno vive al di fuori della società che critica. La questione non è aspirare a un'impossibile purezza morale. È evitare che la lucidità venga scambiata per un'alternativa all'azione. La lucidità, da sola, non garantisce nulla. Può persino trasformarsi in una forma più sofisticata di inerzia.

La resa non è inevitabile

Resta una domanda inevitabile: se siamo così condizionati da un sistema che sembra limitare persino la nostra capacità di immaginare alternative, come possiamo pensare il cambiamento?

Non basta invocare la speranza. Una speranza completamente scollegata dalle condizioni reali rischia di essere sterile quanto il pessimismo che pretende di sostituire. Occorre forse distinguere l'impossibilità dal rischio, la difficoltà dall'assenza di garanzie, il mancato successo dall'inutilità del tentativo.

Il cambiamento sociale raramente dipende da un gesto risolutivo. Richiede organizzazione, cooperazione, istituzioni credibili, conflitto democratico e capacità di perseverare nel tempo. Nulla di questo garantisce il successo; ma nemmeno il fallimento può essere dato per certo in anticipo.

Il contributo di Albert O. Hirschman (Lealtà, defezione, protesta), con la sua analisi della protesta, della defezione e della lealtà, aiuta a comprendere che le risposte possibili a una situazione insoddisfacente sono molteplici. Talvolta è ragionevole ritirarsi. Altre volte il ritiro diventa semplicemente la forma più comoda di adattamento.

Hannah Arendt, da una prospettiva diversa, ricorda invece che l'azione politica nasce nello spazio condiviso tra individui. Non basta che molte persone desiderino un cambiamento: devono anche poter costruire occasioni per incontrarsi, discutere e agire insieme. Più che l'eroismo individuale, ciò che conta è l'esistenza di contesti nei quali l'azione possa diventare una pratica collettiva.

La consapevolezza non basta

Forse il tratto più caratteristico del nostro tempo non è l'incapacità di riconoscere il male, l'ingiustizia o il rischio. È la distanza crescente tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo.

Le contraddizioni del mondo sono ormai familiari. Le vediamo, ne parliamo, le analizziamo. Ma questa conoscenza può rimanere confinata in uno spazio separato dalla vita quotidiana, senza incidere realmente sulle nostre priorità.

La critica può convivere con il consumo, l'inquietudine con la comodità, l'indignazione con l'adattamento. Non perché siamo tutti cinici o indifferenti. Piuttosto perché viviamo in un contesto che rende la gratificazione immediata sempre disponibile e l'impegno durevole sempre più difficile.

Sarebbe riduttivo attribuire ogni responsabilità al sistema, perché il sistema stesso si riproduce attraverso comportamenti, decisioni e omissioni quotidiane. Sarebbe però altrettanto riduttivo immaginare che le responsabilità siano distribuite in modo uniforme, ignorando le profonde asimmetrie di potere che caratterizzano le nostre società.

Non possiamo condannare ogni forma di distrazione. Una vita umana non è una causa permanente. Possiamo però chiederci quando la distrazione smetta di essere una pausa e diventi un modo per evitare il confronto con ciò che ci mette in discussione.

Il problema, in definitiva, non è soltanto che ci sentiamo impotenti di fronte a un mondo che non sappiamo cambiare. È che possiamo finire per organizzare la nostra vita in modo da non dover verificare fino in fondo se siamo davvero impotenti.

La differenza è sostanziale. Riconoscere i limiti della propria azione è una forma di lucidità. Trasformare quei limiti in un destino inevitabile significa rinunciare in anticipo a esplorarne i confini.

Il cambiamento non è garantito. La sconfitta è possibile. Talvolta persino la rinuncia è ragionevole. Ma esiste una differenza decisiva tra accettare che non tutto dipenda da noi e convincerci che nulla dipenda da noi.

Forse il vuoto di cui parliamo non riguarda soltanto una società che consuma immagini, esperienze e riconoscimenti. Riguarda anche la distanza che può aprirsi tra la nostra consapevolezza e le nostre azioni, fino al punto in cui quella distanza smette perfino di inquietarci. È allora che la rassegnazione cessa di apparire come una sconfitta e comincia a sembrare la normalità.

E la domanda che rimane, scomoda e senza una risposta rassicurante, è questa: quanto della nostra impotenza ci viene imposto dalle condizioni in cui viviamo, e quanto dipende da un adattamento così profondo da indurci ad accettare quei limiti senza metterli seriamente in discussione?


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Pubblicato il 14 ottobre 2026