A partire da alcune suggestioni suscitate dalla lettura di un recente lavoro del collega Enrico Zunino (Psicologo, presidente di Mondo Piccolo SRL e fondatore di Comunità Terapeutiche), ci è parso possibile ricondurre entro una medesima linea di interrogazione fenomeni che, nella quotidiana esperienza delle istituzioni psichiatriche e delle comunità terapeutiche, tendono perlopiù a presentarsi separatamente e che tuttavia, a uno sguardo meno immediatamente rivolto alla superficie manifesta del funzionamento istituzionale, sembrano obbedire a una medesima necessità difensiva. Intendiamo riferirci a quei processi attraverso i quali il dispositivo della cura, posto di fronte a forme della sofferenza psichica la cui intensità eccede le ordinarie capacità di rappresentazione, finisce per sottrarsi, più o meno insensibilmente, proprio a quella funzione del pensare che dovrebbe costituirne il fondamento.
Il problema che si pone non è, pertanto, quello — assai più semplice e, per certi aspetti, fuorviante — della buona o cattiva organizzazione dell'istituzione, né quello della maggiore o minore adeguatezza delle procedure attraverso le quali essa cerca di governare la complessità della propria esperienza. Vi è qualcosa che precede tali questioni e che riguarda il modo in cui l'apparato curante si trova a reagire all'urto di una realtà psichica che non sempre può essere assimilata sine residuo dalle categorie di cui dispone. Quando il trauma, la disorganizzazione, l'aggressività, l'angoscia primitiva o la massiccia regressione fanno irruzione nel campo della relazione terapeutica, non è soltanto il paziente a essere sottoposto a una prova. Anche coloro che sono chiamati ad assisterlo vengono posti di fronte alla necessità di tollerare una quota di esperienza non ancora pensata, e proprio in questa zona, nella quale la comprensione viene meno prima che possa essere costituita una nuova rappresentazione, possono attivarsi quelle formazioni difensive collettive che, mentre promettono al gruppo una maggiore padronanza della situazione, rischiano in realtà di comprometterne la funzione trasformativa.
Sarebbe forse improprio parlare, in tali circostanze, di un mero fallimento della funzione terapeutica. Più verosimilmente si tratta di una sua alterazione progressiva, nella quale il dispositivo continua a funzionare, talvolta anzi con crescente efficienza sul piano organizzativo, mentre viene meno, quasi senza che ciò possa essere immediatamente riconosciuto, la qualità psichica del suo funzionamento. Le riunioni si tengono, le consegne vengono effettuate, gli interventi vengono programmati, le condotte vengono osservate e registrate; e nondimeno qualcosa sembra sottrarsi a questo apparato di attività, quasi che la crescente precisione delle operazioni istituzionali fosse pagata con una corrispondente diminuzione della capacità di interrogare ciò che esse significano.
È in questo scarto che ci sembra di poter individuare l'origine di quella che chiameremo pietrificazione medusiana del campo clinico.
La figura di Medusa, in questa prospettiva, non deve essere assunta quale semplice ornamento metaforico. Essa sembra piuttosto offrire una rappresentazione particolarmente efficace di un processo psichico nel quale lo sguardo, anziché costituire il primo movimento della conoscenza, diviene lo strumento mediante il quale l'oggetto viene sottratto al proprio divenire. Lo sguardo medusiano non si limita a vedere: fissa. E ciò che viene fissato cessa, almeno nel campo della rappresentazione, di poter essere diverso da ciò che è stato riconosciuto essere.
È una distinzione di non trascurabile importanza. La conoscenza clinica, quando conserva la propria natura autenticamente interrogativa, dovrebbe mantenere aperta una distanza tra la cosa osservata e la rappresentazione che di essa ci siamo formati. Ogni formulazione psicopatologica dovrebbe dunque contenere, per così dire, il germe della propria possibile revisione. Ma quando questa necessaria provvisorietà viene meno, la rappresentazione non serve più a orientare il pensiero: comincia a sostituirlo.
Il paziente viene allora progressivamente consegnato alla forma nella quale l'istituzione ha imparato a riconoscerlo.
Non si tratta soltanto di diagnosi, benché la diagnosi possa costituire, in determinate condizioni, il punto di condensazione di tale processo. Si tratta piuttosto dell'insieme delle rappresentazioni, delle aspettative e delle attribuzioni che si sedimentano intorno a una persona e che, con il trascorrere del tempo, acquistano una consistenza tale da precedere l'esperienza invece di essere continuamente modificate da essa. Il paziente che sia stato riconosciuto come aggressivo viene incontrato sotto il segno dell'aggressività; quello che sia stato definito manipolatorio viene osservato alla ricerca della manipolazione; quello che non abbia aderito al trattamento viene successivamente interpretato attraverso la lente della propria non collaborazione. La storia dell'individuo, invece di costituire la memoria necessaria alla comprensione del presente, può trasformarsi nel dispositivo attraverso il quale il presente viene privato della possibilità di contraddire quella storia.
Si realizza così una sorta di circolo chiuso della rappresentazione: si vede ciò che ci si attende di vedere e, vedendolo, si rafforza la rappresentazione che aveva determinato quello sguardo. L'istituzione può allora avere la rassicurante impressione di conoscere il proprio paziente proprio nel momento in cui ha cessato di incontrarlo nella sua irriducibile possibilità di essere altro.
È questo, forse, uno dei significati più profondi della pietrificazione istituzionale: non tanto l'immobilità del paziente, quanto l'immobilità dello sguardo che lo contempla.
Ma se Medusa rappresenta la potenza fissatrice della rappresentazione, la figura della Sirena sembra condurci verso un'altra configurazione, apparentemente opposta e tuttavia intimamente connessa alla prima. Là dove la pietra promette di sottrarre l'oggetto all'incertezza attraverso la sua definitiva immobilizzazione, il canto delle Sirene sembra offrire al pensiero una soluzione altrettanto seducente: la possibilità di porre fine, mediante una spiegazione, all'inquietudine suscitata da ciò che ancora non si comprende.
È noto quanto il sapere possa assumere, nella vita psichica, una funzione difensiva. Non vi è nulla di sorprendente, pertanto, nel fatto che anche un gruppo clinico, sottoposto a una prolungata esperienza di impotenza e di frustrazione, possa essere tentato da quelle costruzioni teoriche che promettono di restituire ordine là dove l'esperienza ha prodotto disordine. Il pericolo non risiede naturalmente nel formulare ipotesi, né nel ricercare significati. È anzi questa una delle condizioni stesse del lavoro clinico. Il pericolo compare quando l'ipotesi, cessando di essere una via d'accesso all'esperienza, diviene il mezzo attraverso il quale l'esperienza viene definitivamente chiusa.
La spiegazione assume allora una funzione sedativa.
Ciò che era inquietante perché oscuro diviene rassicurante perché nominato; ciò che richiedeva ulteriore interrogazione viene ricondotto a una causa; ciò che non poteva ancora essere rappresentato viene inscritto in una categoria che consente al gruppo di riconoscersi nuovamente nella propria competenza. La Sirena non promette necessariamente il piacere: promette, più sottilmente, la fine dell'incertezza. In ciò sta la sua seduzione più pericolosa.
Poiché il pensiero clinico, nella misura in cui è realmente pensiero, non coincide con la conquista di una certezza, ma con la capacità di tollerare che tra l'esperienza e la sua comprensione permanga una distanza. Esso si alimenta di una certa quota di insoddisfazione conoscitiva, di quel residuo che resiste alla spiegazione e che impedisce alla formulazione clinica di trasformarsi in un dogma. Là dove ogni cosa è stata compresa, non rimane più nulla da pensare.
Il problema si manifesta con particolare evidenza nei contesti istituzionali, dove la necessità di prendere decisioni concrete può rendere intollerabile l'indeterminatezza. Il paziente deve essere collocato, il comportamento deve essere classificato, l'intervento deve essere deciso, il rischio valutato, la responsabilità attribuita. Tutto ciò appartiene legittimamente alla realtà della cura. Ma proprio perché appartiene a essa, diviene necessario distinguere l'esigenza di decidere dall'illusione di avere compreso. Una decisione può essere necessaria anche qualora il significato di ciò che accade rimanga incerto.
È forse in questa distinzione che si colloca una parte essenziale del lavoro psicoanalitico nelle istituzioni: mantenere aperta, accanto alla necessità dell'azione, la dimensione dell'interrogazione. Non impedire al gruppo di intervenire, ma impedire che l'intervento divenga il sostituto del pensiero; non sottrarre l'istituzione alla necessità delle regole, ma impedire che la regola venga investita della funzione di cancellare ciò che eccede la sua formulazione.
Quando ciò non accade, può prodursi quel fenomeno che Zunino indica come de-animazione del campo clinico.
Il termine vuole qui designare il progressivo impoverimento della qualità psichica attribuita agli eventi. Il comportamento, separato dalla trama di significati nella quale si produce, tende a diventare un fatto; il sintomo, sottratto alla sua ambivalenza, una manifestazione; l'agito, privato della sua funzione comunicativa, un problema di condotta. Si assiste, in altri termini, a un movimento nel quale la persona sembra progressivamente ritirarsi dietro ciò che fa, mentre l'istituzione si occupa sempre più efficacemente di ciò che accade e sempre meno di ciò che, attraverso ciò che accade, potrebbe essere comunicato.
Il paziente non viene necessariamente trascurato. Può essere seguito con estrema attenzione, osservato con scrupolo, protetto, medicato, accompagnato. E tuttavia il suo statuto psichico può essersi impoverito. La sua sofferenza viene trattata, ma non più ascoltata; il suo comportamento viene contenuto, ma non più interrogato; la sua storia viene conosciuta, ma non più riaperta alla luce del presente.
È questa una delle forme più sottili della de-vitalizzazione, poiché essa non richiede l'assenza di cura, ma la progressiva separazione della cura dal pensiero.
Potremmo persino ipotizzare che, in talune circostanze, una parte della sofferenza istituzionale derivi proprio dall'impossibilità di mantenere in vita questa tensione. L'esposizione continuativa alla patologia grave, alla ripetizione degli agiti, all'apparente inutilità di alcuni interventi e alla frequente discrepanza tra l'intensità dell'impegno terapeutico e la lentezza dei cambiamenti può produrre nel gruppo una particolare forma di affaticamento psichico. Il desiderio di curare può allora trasformarsi, senza che il passaggio venga immediatamente riconosciuto, nel desiderio di non essere più disturbati dalla malattia. La tranquillità dell'istituzione può divenire, a questo punto, più importante della vitalità del paziente.
E qui la distinzione tra contenimento e sedazione acquista un valore decisivo. Il contenimento autenticamente terapeutico non ha lo scopo di abolire l'eccitazione psichica, ma di renderla progressivamente rappresentabile. Esso non cancella il conflitto: consente che il conflitto possa essere tollerato senza che l'apparato per pensare ne venga travolto. Quando invece il contenimento viene utilizzato prevalentemente per eliminare la perturbazione, si produce una trasformazione qualitativa della funzione istituzionale: il problema non è più quello di comprendere ciò che il sintomo comunica, ma quello di ridurre il disturbo che esso produce. In tal senso, il rischio di una pietrificazione medusiana non riguarda soltanto il paziente. Riguarda l'intero apparato relazionale.
Perché l'istituzione, mentre tenta di difendersi dal dolore del paziente, può finire per costruire intorno a sé un sistema di protezione dal proprio stesso dolore. La distanza affettiva, la ritualizzazione delle procedure, la rigidità delle attribuzioni, la proliferazione di spiegazioni definitorie possono allora svolgere una funzione analoga a quella che, sul piano individuale, assumono le difese più rigide: sottrarre il soggetto all'esperienza di qualcosa che non riesce a elaborare. Eppure, ciò che viene espulso dal pensiero non scompare necessariamente dal campo.
Può riapparire nel corpo degli operatori, nelle dinamiche del gruppo, nella crescente irritabilità, nella frammentazione dell'équipe, nella contrapposizione tra funzioni, nella perdita di fiducia reciproca, nella necessità sempre più insistente di individuare un responsabile. Laddove non sia possibile pensare l'esperienza del paziente, essa può finire per essere agita dall'istituzione stessa.
Il lavoro psicoanalitico istituzionale si trova dunque, inevitabilmente, a operare in una zona di tensione: tra il bisogno di dare forma e il rischio di irrigidire la forma; tra la necessità di comprendere e quella di non chiudere prematuramente il significato; tra il contenimento dell'esperienza e la tentazione di neutralizzarla.
È forse proprio questa tensione, e non la sua risoluzione, a costituire il luogo autentico della cura. Da questo punto di vista, ciò che potremmo chiamare oblio istituzionale rappresenta l'esito estremo di una sequenza che ha avuto inizio molto prima: là dove l'incertezza è divenuta intollerabile, la spiegazione ha sostituito la ricerca; là dove la spiegazione si è irrigidita, la rappresentazione ha sostituito l'incontro; là dove l'incontro si è impoverito, il comportamento ha sostituito il significato; e là dove anche il significato è divenuto superfluo, non è rimasto che il fatto, registrato, amministrato, archiviato.
L'oblio non è allora semplicemente la perdita della memoria. È la perdita della necessità di ricordare. Ciò che viene dimenticato non è soltanto un evento della storia del paziente, ma la sua qualità conflittuale, la sua capacità di interrogare il presente, la sua potenza perturbante. Una volta che il conflitto sia stato sufficientemente neutralizzato, non occorre più rimuoverlo: è sufficiente non attribuirgli alcun valore psichico. Il passato resta documentato, ma ha cessato di essere vivo.
È in questo senso che la trasformazione in oblio può essere considerata l'abisso ultimo della pietrificazione: la pietra, infatti, conserva una forma; l'oblio giunge là dove persino la forma non è più necessaria. Contro tale possibilità, l'etica della clinica psicoanalitica non può che consistere nella difesa del pensiero come funzione vivente. Non di un pensiero onnipotente, capace di dominare l'oggetto attraverso la conoscenza, ma di un pensiero sufficientemente permeabile da lasciarsi modificare dall'esperienza che pretende di comprendere.
Forse è proprio questo il compito più difficile dell'istituzione: non impedire che il paziente turbi il proprio ordine, ma conservare la possibilità che quel turbamento venga pensato. Perché là dove ogni perturbazione viene rapidamente trasformata in procedura, ogni enigma in diagnosi, ogni conflitto in attribuzione e ogni dolore in comportamento, la cura rischia di raggiungere una forma paradossale di compimento: quella nella quale nulla più disturba, perché nulla più domanda di essere pensato. Non perché il pensiero sia stato sconfitto da una forza eteronoma, ma perché l'istituzione, nel tentativo di proteggersi dall'angoscia del non sapere, ha rinunciato lentamente a quella quota di incertezza senza la quale nessuna esperienza psichica può realmente mantenersi viva.
La clinica, al contrario, dovrebbe custodire proprio quel residuo. È in quello spazio, precario e non garantito, che il pensiero torna a respirare.
E forse è soltanto finché esso respira che possiamo ancora parlare, propriamente, di cura.