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Tutto si tiene, lo affermo subito. Mi riferisco ovviamente all’America e a quella parte di essa che ne è il nucleo fondante e centrale. Quella che tiene i fili di quella società e, ahimè, anche del mondo (solo perché c’è chi glielo permette). Quella che in questo preciso momento storico sta facendo danni inenarrabili e che non è slegata al discorso che sto per fare.
L’ argomentazione è che le nuove tecnologie sono l’attuazione di un progetto culturale che parte addirittura dai primi pellegrini che arrivarono nel continente americano nel seicento. Se quei pellegrini vivessero oggi, sarebbero la base elettorale che sta dietro all’elezione di Trump tanto per intenderci e sarebbero i più fervidi tifosi dei vari CEO di compagnie tecnologiche.

È curioso, a pensarci, le traiettorie che certe parole hanno. Prendiamo la parola digitale e i suoi significati. Uno contrapposto ad analogico, che ha acquisito sempre di più una valenza incorporea; l’altro che invece sottolinea la sua tangibilità (si pensi alle impronte).

Pur avendo in comune il dito, derivano da etimologie differenti.

Parto da qui per una riflessione su corpo e tangibilità in opposizione alla realtà tecnologica odierna che sembra creata apposta per limitare l’uso dei sensi.

Per dimostrare che non è un caso.

Byung-chul Han lo dice molto bene:

La comunicazione digitale danneggia considerevolmente le relazioni umane. Oggi siamo ovunque collegati senza tuttavia essere legati gli uni agli altri. La comunicazione digitale è estensiva. Le manca qualsiasi intensità. Connessione non è sinonimo di relazione. Il tu viene sostituito ovunque dall’Es. La comunicazione digitale abolisce l’interlocutore personale, il volto, lo sguardo, la presenza corporea. In tal modo, accelera la scomparsa dell’Altro. Gli spettri abitano l’inferno dell’Uguale.

Il Franzia (un vino in scatola popolare tra gli studenti universitari americani) sta al vino come il porno sta al sesso: un insoddisfacente surrogato. Questo dico ai miei studenti americani nel mio corso sulla cultura del vino. Lo faccio non solo per invitarli a non bere più roba scadente e appassionarsi a prodotti frutto di dinamiche culturali e sociali importanti, ma anche per farli riflettere su ciò che regala realmente emozioni, il sesso, e su qualcosa che è talmente sovra-rappresentato da non esercitare più seduzione né soprattutto dare emozioni. In una parola è osceno, nel senso che gli dà Baudrillard, ossia tutto ciò che è sempre sulla scena e mette fine a qualsiasi sguardo, a qualsiasi rappresentazione. Il visibile, il troppo visibile, è interamente solubile nell’informazione e nella comunicazione. È la narrazione della trasparenza, tanto venduta in questi tempi. Ma la trasparenza nasconde qualcosa? Forse tutti i tabù e gli eccessi che derivano da quella visione (appunto il porno, ma anche, da una parte, ostentazione -ritoccata - corporea e dall’altra problematiche delicatissime con la propria immagine corporea).

Ai miei studenti dico quella frase anche per evidenziare come il porno sia un’esperienza virtuale, visione senza partecipazione sensoriale. Esattamente come avviene nella relazione umana con il tecnologico.

In altre parole, voglio arrivare a dire che le nuove tecnologie, da Internet all’AI, passando dai vari social, altro non sono che il riflesso culturale e antropologico di chi sta dietro la creazione di tutto ciò. Tutto si tiene, lo affermo subito. Mi riferisco ovviamente all’America e a quella parte di essa che ne è il nucleo fondante e centrale. A discapito della narrazione multiculturale prevalente. Quella che tiene i fili di quella società e, ahimè, anche del mondo (solo perché c’è chi glielo permette). Quella che in questo preciso momento storico sta facendo danni inenarrabili e che non è slegata al discorso che sto per fare.

L’ argomentazione è che le nuove tecnologie sono l’attuazione di un progetto culturale che parte addirittura dai primi pellegrini che arrivarono nel continente americano nel seicento. Se quei pellegrini vivessero oggi, sarebbero la base elettorale che sta dietro all’elezione di Trump tanto per intenderci e sarebbero i più fervidi tifosi dei vari CEO di compagnie tecnologiche.

Senza tediare troppo il lettore con mille riferimenti bibliografici e storiografici, in sintesi si tratta di una società fondata (anche) su alcuni principi, per lo più di matrice religiosa, che hanno sempre visto il corpo e la corporeità, come qualcosa da tenere a bada e da castigare. Qualcosa di cui diffidare. Di natura inizialmente sessuofoba (sulla falsa riga del niente sesso siamo inglesi) questo atteggiamento ha progressivamente portato ad una serie di misure che hanno castrato e umiliato i sensi, in particolare il tatto e lo sguardo: il distanziamento sociale, lo spazio personale misurabile al millimetro, la denuncia per molestia anche quando si tratta di un innocente approccio (e spero che tutti conoscano la differenza tra una vera molestia e un corteggiamento), la pubblica manifestazione di affetto (per chi non fosse avvezzo al PDA americano consiglio vivamente di informarsi perché è molto divertente).

Per non parlare poi dei fondamentalisti della teoria di genere che hanno scatenato una vera e propria guerra contro la realtà, laddove le identità sono del tutto fluide e instabili, e dove i corpi sono semplici contenitori temporanei per l'una o l'altra identità. E sottolineo deliberatamente fondamentalisti.

Unendo i puntini, si capisce bene come questa fuga dalla realtà, dal corpo e dai sensi trova terreno fertile nel mondo virtuale delle nuove tecnologie, dove le identità sono puramente dichiarative. La vita digitale è la concretizzazione di un puritanesimo incorporeo: online, le identità non sono verificabili ed è possibile cambiarle semplicemente spuntando una casella su Instagram o su qualsiasi app di incontri. Giocare con le identità e con i corpi diventa quindi del tutto naturale. Certo, c'è ancora la possibilità di incontrare persone nella vita reale, ma è molto più difficile: nella realtà non si sa mai cosa possa succedere, e si potrebbe persino contrarre un virus (altro demone che paralizza i corpi a stelle e strisce).

Il Covid (la butto lì: un caso?) poi ha dato l’ultima mazzata, al punto che molti si sentono sempre più a disagio nell'interagire nel mondo reale, perché ciò comporterebbe esporsi, usare il corpo e i sensi.

Insomma un progressivo ridimensionamento del corpo e della corporeità a vantaggio della mente. Che se fosse usata in maniera produttiva esercitando tutto il suo potenziale, non sarebbe neanche male. Tuttavia, non si diceva una volta mens sana in corpore sano? E non sarà forse questo distaccamento dal corpo la causa di tanti problemi di salute mentale e di ansia che affliggono gli abitanti di quel paese (e, guarda caso, di riflesso anche tutti coloro che scelgono di seguirli ciecamente come pecore, ma perché poi?)? Se infine si nota, come sottolinea Twenge, che il comportamento della Generazione Z (guarda caso i nativi digitali!!!) sembra conservatore, cioè bevono meno alcol, fanno meno sesso e vivono più a lungo con i genitori, non avete l’impressione che tutto torni?

La digitalizzazione derealizza, disincarna il corpo. È transustanziazione al contrario. Un anti-corpo senza anticorpi.

Pubblicato il 18 aprile 2026

Leonardo Lastilla

Leonardo Lastilla / PhD, MA Intercultural Education, Professor of Italian language and literature, Food and Culture, Wine, Travel writing, History. Certified in Teaching Italian as a foreign language. Published author of literary works.

https://leonardolastilla.wordpress.com/