STORIE
Storie scritte sulle foglie d’autunno
e storie trame di tele di ragni,
storie di fumo nel cielo accennate
e storie che son lievi onde increspate.
Storie avvolte da trasparente seta
per non cader della polvere preda
e storie che invece hanno già ceduto:
ne restan frammenti raccolti in urne.
Sono cose fragili le mie storie
come la vita che fugge via lieve.
Mi guardo attorno, ma il pubblico manca:
quali raccontare e quali tacere?
***
Viviamo in un mondo in cui si parla troppo nello spazio virtuale, così ingolfato e zeppo di fake news, di storytelling infiniti, di vuote chiacchiere, in cui ognuno cerca di lanciare una “cicero pro domo sua”.
Restano fuori da questo spazio – come oggetti di antiquariato inservibili e inguardabili – le storie vere e reali di persone in carne e ossa, di esistenze oscure vissute senza clamore e senza le luci della ribalta della Grande Storia: storie di operai, di contadini, di gente comune che la Storia ha inghiottito nel suo buco nero, dimenticate per sempre e che non hanno lasciato traccia, se non nel ricordo labile e provvisorio di qualche parente.
E’ di queste storie che parla il poeta, storie che vorrebbe scrivere, che bussano alla sua memoria e alla sua coscienza e sensibilità di uomo, prima ancora che di poeta e di scrittore, e che esigono di venire alla luce con un dolore lacerante, come nella dramma di Pirandello dei “Sei personaggi in cerca d’autore”.
“Sono cose fragili le mie storie / come la vita che fugge via lieve”: ciò che accomuna queste storie che bussano alla porta della coscienza del poeta è la fragilità, l’essere legate al filo esile di un ricordo (“storie avvolte da trasparente seta”) che potrebbe da un momento all’altro spezzarsi e farle finire nel dimenticatoio (“per non cader della polvere preda”). O addirittura storie già morte e sepolte per sempre (“storie che invece hanno già ceduto / ne restan frammenti raccolti in urne”): quali ricordi sono rimasti dei miei trisavoli, dei miei lontani antenati? Talvolta neppure poche ossa raccolte in un’urna, nemmeno un nome, nemmeno una lapide su cui posare un fiore o recitare un requiem. Non è rimasto più nulla. L’oblio più completo si è steso impietoso sulle loro lontane e oscure esistenze:
“… e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.” (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 20-22)
Eppure il bisogno, la necessità di fare memoria, di lasciare una traccia scritta riemergono con forza, come un imperativo morale che distingue il nostro essere uomini, che qualifica la nostra essenza umana. Ogni storia di uomo o di donna meriterebbe di essere scritta perché è unica, irripetibile e per questo preziosa.
Ma ecco che nel poeta sorge l’interrogativo finale: “Mi guardo attorno, ma il pubblico manca: / quali raccontare e quali tacere?”. Questo è il problema fondamentale: il pubblico manca, l’editoria attraversa una crisi nera, sempre meno persone oggi leggono libri, figuriamoci libri che narrano di storie di vita di persone comuni! E il poeta è preso da uno scoramento, da un desiderio di abbandonare l’impresa ardua di recuperare, ricostruire, salvare, intrecciare storie passate… forse è meglio stendere un velo di pietoso silenzio…